Il mistero di Nick nell’Aquila vera delle tendopoli

Lo scrittore abruzzese Alessio Romano racconta il suo nuovo romanzo “Solo sigari quando è festa”
PESCARA. «Aprile è il mese più crudele, generando / lillà dalla terra morta, mischiando / memoria e desiderio, eccitando / spente radici con pioggia di primavera». Alessio Romano non poteva scegliere che la grandezza dei versi del poeta inglese T.S. Eliot per inaugurare, in esergo, il suo nuovo romanzo, “Solo sigari quando è festa”, (Bompiani, 204 pagine, 17 euro), da domani in libreria. Versi che contengono e anticipano tutta la visionarietà, il ritmo e la complicata bellezza di un’opera che il talentuoso 37enne scrittore di Montesilvano ha saputo costruire lentamente, in dieci anni di paziente scrittura, riversando in questo lavoro più che l’amore per la letteratura, quello per la vita, e per le sue imprevedibili tangenze tra «memoria e desiderio».
Adattata con originalità nelle maglie del genere thriller, è narrata la storia di Nick, giovane ricercatore aquilano che, scampato alla scossa di terremoto di quel terribile 6 aprile 2009, torna a vivere a casa del padre Ivo, dove ha inizio l’incubo di un mistero da risolvere a ogni costo, pena la perdita della vita. Alla fine un epilogo che avrà dell’incredibile, un vero e proprio suggerimento per apprezzare al meglio la “festa” della vita. In anteprima sulla presentazione del libro, che si terrà domani alle ore 18.30 nella libreria Feltrinelli di Pescara, abbiamo intervistato Alessio Romano.
Solo sigari quando è festa” è il suo ritorno al romanzo dopo dieci anni di “silenzio” editoriale. Cosa è cambiato da “Paradise for all”, il suo esordio?
Dieci anni sembrano pochi, ma se pensa a tante cose che oggi diamo per scontate, come per esempio l’utilizzo disinvolto della varie e infinite applicazioni di un tablet o uno smartphone, siamo finiti ad abitare un’epoca fantascientifica quasi senza accorgercene. E soprattutto in questi anni sono cambiato io: ho letto molti libri, visto film, viaggiato parecchio, e come tutti ho avuto le mie esperienze di vita, sia positive che negative. E ho passato almeno gli ultimi cinque anni a lavorare con pazienza e passione alla scrittura di questo romanzo, concentrandomi molto di più che in passato in una ricerca linguistica che mi portasse a una forma di scrittura che fosse al tempo stesso il più semplice e asciutta possibile, senza fronzoli o artifici retorici, ma capace di essere diretta, potente e precisa.
Un'opera, dunque, maturata con dedizione. Ci racconti la sua genesi e il suo sviluppo.
Tutto è partito da un’esperienza molto forte che ho vissuto per una settimana nella tendopoli di Centi Colella all’indomani del terremoto del 2009 in cui sono andato per cercare di dare una mano nella fase di prima emergenza. Ho sentito subito il bisogno di mettere su carta quelle immagini e quelle emozioni e così, a poco a poco, è partita la stesura di questo romanzo, che prende spunto anche da un mio racconto lungo precedente, di cui mi piaceva l’idea iniziale di genere, ma che mi sembrava mancare di un centro forte. C’è stato bisogno di tempo, per digerire e fare lievitare il tutto al meglio.
La storia ha inizio in una data ben precisa, quella tragica del 6 aprile 2009, ed è ambientata interamente in Abruzzo, tra la città di L'Aquila e Pescara. Quanto le è costato unire il realismo di un fatto così doloroso con le esigenze del thriller?
In realtà ho piegato e infranto molte regole del genere puro, proprio per riuscire a raccontare al meglio alcuni ricordi di un fatto e di un periodo preciso (la settimana seguita al terremoto, fino al giorno di Pasqua del 2009). Il nome “thriller” viene del verbo inglese “to thrill” che significa “rabbrividire, tremare dalla paura”. Non c’è serial killer o mostro della fantasia che possa generare un’angoscia paragonabile a quella di sentire tremare la terra sotto i piedi. Ho provato a elaborare, alla pari di un lutto, la paura di quelle ore con l’invenzione di una trama poliziesca parallela. Sono convinto che un certo tipo di romanzo di genere sia in assoluto il mezzo migliore per indagare e descrivere la realtà che ci circonda.
Tra le varie spie che connotano quest'opera come attuale, c'è Facebook, vero e proprio motore dell'azione. Scelta obbligata o escamotage narrativo?
I social network mi attraggono e inquietano al tempo stesso. Come molti di noi passo tanto tempo su Facebook (che può diventare anche uno strumento di divulgazione culturale prezioso, veloce ed economico), ma non riesco a negare una certa inquietudine nel vedere come una continua esposizione e condivisione del nostro spazio privato in una piazza pubblica virtuale sia probabilmente alimentata anche e soprattutto da un insano bisogno di esibizionismo. Mi interessava provare a raccontare anche questa inquietudine che, con il tempo, è diventata sempre di maggiore attualità.
Il protagonista, Nick, quanto somiglia ad Alessio Romano?
Pochissimo: lui è un bravo ragazzo! Scherzi a parte, di mio ha certamente l’amore per la nostra terra, per la natura certo, ma anche e soprattutto per la nostra cucina e i nostri vini.
Solitamente gli scrittori dedicano i propri libri alle donne, siano esse mogli, amanti o madri. Lei, invece, lo dedica a suo padre...
È stata una scelta obbligata (oltre che dall’affetto per un papà straordinario come il mio) dal fatto che uno dei personaggi principali del libro, Ivo Mangone, il padre del protagonista, è stato un pessimo genitore. Con la mia dedica ho voluto mettere in chiaro che non c’è nulla di autobiografico in questa scelta narrativa: tanto Ivo è stato un cattivo padre per Nick, tanto il mio è stato un buon padre per me. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di potere dedicare un libro a un nome così bello e insolito come quello di mio padre, che si chiama Contardo?
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