Il mito della velocità: l’Abruzzo blasonato degli anni ruggenti

26 Aprile 2019

È uscito “Macchine precipitose”: aneddoti, foto, curiosità la vocazione automobilistica della regione nel secolo breve

PESCARA. La storia della velocità in Abruzzo come non la si è mai letta fino ad oggi. Fra terra e mare, su strada, soprattutto, perché questo libro racconta anzitutto una epopea incredibile della nostra regione in chiave automobilistica, l'esaltazione di un motorismo che ha fatto parlare di sé nei migliori consessi internazionali dell'epoca.
Un libro avvincente, “Macchine precipitose. Velocità in Abruzzo da Ferrari a Trulli nel mito dell’eterna Corsa in avanti” che richiama quel concetto di velocità, di modernità e superamento, così connaturato a questa regione in generale e alla città di Pescara in particolare. Un volume, che sarà presentato domani pomeriggio a Teramo, dall’invogliante titolo dannunziano, che è un'esaltazione consapevole e documentata di mille narrazioni, ufficiali e inedite, che si rincorrono e sorpassano nei decenni più ruggenti del secolo breve, dagli anni Venti della prima Coppa Acerbo fino all’ultima corsa su strada con il Gran Premio Pescara del 1957, senza dimenticare l'eredità più recente di questa vocazione automobilistica: Trulli e Tarquini, Caldarelli e Ponzio, senza contare le voci abruzzesi della F1 come Mazzoni e Giovannelli.
Testimone in presa diretta di quelle stagioni irripetibili è Francesco Santuccione, memoria storica dell'automobilismo abruzzese e non solo, che, assieme ai colleghi giornalisti Giorgio D'Orazio, Paolo Martocchia e Paolo Smoglica, appassionati del mondo motoristico, racconta nel libro momenti incredibili in cui l'Abruzzo, prima di tante altre realtà territoriali, puntava dritto al traguardo.
Un volume davvero imperdibile, edito da Hatria Edizioni (pagine 233, € 20) che cattura il lettore lungo un percorso di pagine arricchite da suggestive immagini d’epoca, tra curve incredibili e rettilinei mozzafiato segnati dal motore della cronaca e di una narrazione alimentata da aneddoti e curiosità mai svelate. «Una regione del Centro Italia ancora remotissima in un certo immaginario collettivo odierno che, contrariamente, in anni non sospetti, è stata protagonista ben nota e blasonata di irripetibili momenti della storia internazionale legati alla velocità», scrivono gli autori. «L’Abruzzo in generale, da Teramo a Chieti, passando per L’Aquila. Pescara in particolare, la “città veloce” non a caso che ha sempre avuto nella sua conformazione primigenia e nella sua gestazione non ancora secolare questo innato senso di rapidità, questo mito della “eterna corsa in avanti”, come scriveva Mario Pomilio. La corsa. Il percorrere e il raggiungere. Il tragitto più del traguardo forse. Il rischio che abbraccia la gloria. La necessità di una “modernità” che paradossalmente supera la contemporaneità. Nel secolo breve, come un impetuoso giro velocissimo sul circuito, Pescara e l'Abruzzo hanno scritto alcune delle pagine più alte, e talvolta anche più drammatiche, della velocità mondiale. Eccellenze motoristiche dall'automobilismo all'aviazione, dal motociclismo alla motonautica, fra gentiluomini del primo e lungimiranti personalità del secondo Novecento. Tutti accomunati da quella febbre innovativa, fautori di avvenimenti ed imprese che lasciano il segno, uomini capaci di far carburare la vita con furia brillantissima, animati da rara curiosità o da elevato spirito creativo, tutti proiettati verso nuovi confini, potenziali e visionari, sorretti dalle certezze del motore a scoppio, lanciati irrimediabilmente in una roboante memoria».
Attraverso i capitoli – saggi, cammei, articoli, interviste – si potranno incontrare fra le pagine il marchese de Sterlich e il principe Bira, Lulù Spinozzi e Guy Moll, Tazio Nuvolari ed Enzo Ferrari, Fangio e Moss, un giovane poeta come Roberto Roversi e un costruttore geniale come Berardo Taraschi. E poi ancora tanti nomi e fatti di un tempo andato, capacissimo però di rivivere in storie esaltanti come questa, un libro che riporta col pensiero a quei momenti in cui, come scriveva il Vate, «il furore gonfiò il petto dell’uomo chino sul volante della sua rossa macchina precipitosa, che correva l’antica strada romana con un rombo guerresco, simile al rullo d’un vasto tamburo metallico».
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