«Il nostro Paese ha la responsabilità di tornare a sperare»

18 Dicembre 2014

L’arcivescovo Forte e il direttore Napoletano a confronto su etica, crisi, classe dirigente

CHIETI. Un appassionato registro ha caratterizzato il confronto tenutosi ieri a Chieti, nell'auditorium del Rettorato dell'università d'Annunzio, tra Bruno Forte, vescovo dell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, e Roberto Napoletano, direttore del quotidiano Il Sole 24, dialogo che di fatto ha dato avvio alle "Questiones quodlibetales" dell'anno 2014-2015.

L'incontro – inaugurato dai saluti del Rettore della d'Annunzio Carmine Di Ilio – è stato introdotto dalla presentazione dell'ultimo libro di Napoletano, "Viaggio in Italia. I luoghi, le emozioni, il coraggio di un Paese che soffre ma non si arrende" (Rizzoli, €17), in cui il giornalista campano percorre la Penisola da Trento a Pantelleria, sul filo sottile di una certezza: quella di un Paese che soffre e lotta sanguinando, ma non si arrende. È dalla speranza che Forte è partito per illustrare i motivi che lo hanno spinto a ospitare la testimonianza di Napoletano e del suo libro. Tre elementi, nello specifico, per il Vescovo rendono "Viaggio in Italia" un raccolta di memorabili storie. Il primo fa riferimento al suo autore, persona innamorata del nostro Paese; il secondo Forte lo definisce cahiers de doléances ovvero il pregio che questo "quaderno" ha di evidenziare schiettamente le ferite che ci affliggono, l'incapacità strutturale di credere poco in noi stessi e di valorizzare i punti di forza.

Il terzo motivo è proprio quella tensione di speranza che fonda la storia delle storie del racconto, un tentativo di organizzare la verità attraverso un clima di fiducia che chiama all'azione i giovani e la cultura. Napoletano in risposta puntualmente sviscera gli stimoli dialettici sottesi all'introduzione di Forte, arrivando dritto al cuore del suo "Viaggio in Italia": tutto è partito dalla volontà di testimoniare quell'esser stato chiamato, dalla vita, e essere cronista – prima di diventare il direttore di un grande giornale – e dunque sentirsi investito del compito di parlare, ascoltare, e scrivere di quanto accade tutti i giorni nelle piazze, nei teatri, nelle aziende e nei punti nevralgici dove la storia italiana si fa e passa. Uno spirito documentale che ha preso le mosse dai giorni più dolenti della crisi economica internazionale che ci ha investito, dove il giornalista ricorda il titolo con cui volle lanciare un appello dalle pagine del Sole: un «fate presto» come cifra e grido di una verità sconvolgente, taciuta o sfumata dalla retorica politica.

Nessuno al mondo acquistava più titoli italiani, mentre ormai tutti – a torto o a ragione – scommettevano sull'insolvenza dell'Italia: fenomeno che in economia è chiamato «inversione della curva dei rendimenti» e che nella storia ha fatto da preludio ai collassi sistemici di Argentina e Grecia. Un «fate presto» che urlava al mondo i pochi giorni rimasti all'Italia affinché non cadesse nella povertà assoluta.

Dal punto più basso della cronaca Napoletano ha fatto la sua scelta e si è messo in viaggio, cercando di rintracciare i segni più tangibili di quella che egli ha chiamato senza indugi una «terza guerra mondiale, combattuta e perduta». Cosa ha trovato? Un cumulo di macerie. Cosa ha voluto cercare? La speranza, anche in mezzo alle macerie. Perché? Perché se un paese senza speranza è spacciato, rischia di morire se più nessuno sente l'esigenza di ricercarla e riconoscerla.

Due gli esempi tra i molti citati, che guardano al sud Italia come bacino di immensa ricchezza, ma allo stesso tempo di irreparabili contraddizione.

Il primo fa riferimento a una scuola di Reggio Calabria, dove Napoletano fu ospitato per un incontro con i ragazzi, e dove ha trovato dei giovani uomini e delle giovani donne preparatissimi in materia di economia e finanza, con una competenza fuori dal comune per la loro età: fiori, la cui vivezza contrastava vistosamente con lo stato di degrado urbano circostante.

Contrasto come segno tangibile di quelle distanze che non si sono accorciate perché chi doveva prendere certe decisioni non vi ha creduto abbastanza. Eppure una classe dirigenziale che ha fatto, tanto e bene, c'è stata, soprattutto al Sud – ma solo fino a quando la politica non l'ha interrotta. E qui cade il secondo esempio virtuoso riportato da Napoletano, quello dell'esemplare figura di Gabriele Pescatore, illustre sconosciuto che ha voluto, creato e reso fiore all'occhiello agli occhi del mondo l'allora Cassa del Mezzogiorno.

Di origini avellinesi, magistrato a soli 19 anni, uomo geniale e rigoroso, Pescatore – che oggi ha 94 anni – è stato l'uomo che ha diretto per primo la Cassa del Mezzogiorno, alla guida di trecento ingegneri, permettendo la costruzione delle più importanti infrastrutture, senza mai rubare un soldo, senza mai essere coinvolto nel sospetto di uno scandalo. L'epilogo del suo lavoro statale? Appreso da un Tg1 delle venti, senza avere il garbo di essere prima informato. Dopo un anno dal cambio i dipendenti della Cassa da trecento divennero 10.000, senza più alcun investimento in infrastrutture e opere pubbliche. E' da persone come Pescatore, dai ragazzi come quelli di Reggio Calabria, dalle imprese sane che fanno numeri reali, dall'eccellenza dei ricercatori italiani, dalle piazze dei grandi come dei piccoli centri che l'Italia ha la responsabilità di tornare a sperare e costruire. Senza più dare colpe, senza più pretendere. Facendo capire ai nostri giovani che essere artigiano non è una cosa da serie Z, ma da serie A.

©RIPRODUZIONE RISERVATA