Il poeta Bàino vincitore del Premio Teramo

29 Novembre 2022

L’autore di raccolte in versi e in prosa tradotto in Brasile e Canada trionfa nello storico concorso col racconto Chess-boxing

TERAMO. Il poeta e narratore napoletano Mariano Bàino è il vincitore del 46° Premio Teramo per un racconto inedito con “Chess-boxing”. È un nome che dà lustro allo storico concorso letterario bandito dal Comune teramano: classe 1953, autore di raccolte di versi e opere in prosa, Bàino è tradotto in Brasile, Canada, Stati Uniti, da dove è appena rientrato dopo l’invito della New York University a un incontro tra poeti italiani e americani.
Fondatore del Gruppo ’93 (erede ideale del Gruppo ’63 di Nanni Balestrini) con Biagio Cepollaro e Lello Voce, e della rivista Baldus, Bàino fu protagonista una trentina di anni fa a Teramo di un folgorante reading in un’edizione di AaVv, la rassegna d’arte contemporanea di Experientia.
A Bàino, trionfatore nella sezione principale del Teramo, fanno corona Giovanna Stanzione, scrittrice e critica letteraria salernitana, vincitrice col racconto “Il peso” del premio “Giacomo Debenedetti” per uno scrittore under 35, e Davide Ruffini, 36enne insegnante e scrittore giuliese, vincitore col racconto “Scene dalla vita di un malato di mal di Montano” del premio “Mario Pomilio” per uno scrittore nato in Abruzzo.
I tre autori sono stati premiati ieri nella cerimonia all’Ipogeo, presenti il sindaco Gianguido D’Alberto, l’assessore alla cultura Andrea Core, il segretario del Premio Teramo Paolo Ruggieri, il critico letterario Simone Gambacorta, presidente di giuria, che ha rimarcato: «Bàino, Stanzione e Ruffini sono figure riconducibili a una letteratura di ricerca. Una linea di coerenza è emersa nelle scelte dei giurati, che ovviamente non conoscevano i nomi degli autori dei testi».
La qualità si è fatta strada e si è imposta nelle valutazioni della giuria tecnica guidata da Gambacorta e composta dagli scrittori Fabio Bacà, Giovanni Di Iacovo, Cristiana Lardo, vincitrice nel 2019 del Teramo, Roberta Scorranese, Giulia Caminito e Gaia Manzini. Presenti, tranne Caminito e Manzini, alla serata, condotta dal giornalista Antimo Amore e diretta dal regista Silvio Araclio, con letture dell’attore Mauro Di Girolamo e intermezzi del fisarmonicista Gianmarco Alcini.
La motivazione del conferimento a Mariano Bàino del Premio Teramo, stilata da Gambacorta: «Bàino cala in “Chess-boxing” tutta la sapienza della sua ricerca letteraria: ricerca che, in opere come i romanzi “L’uomo avanzato” o “Il cielo per Roma”, si è tradotta in una scrittura ora capace di verticalizzarsi in atolli testuali l’uno all’altro connessi dalla ridefinizione di una cartografia di senso della contemporaneità, con tutto quanto può conseguirne anche nei termini delle dimensioni di antagonismo e delle ipotesi di abitabilità critica di una qualsiasi soggettività rispetto a “un” presente; ora invece capace di addensarsi in un turbine immaginativo barocco e continuamente espansivo, deragliante, abbacinante, perturbato. In “Chess-boxing”, che oggi con entusiasmo premiamo, è una voce a schiudere le porte di accesso a un racconto che essa stessa innerva e a cui essa stessa offre corpo, immettendo così il lettore in un monologo ellittico e ascensionale che infine deflagra nel lampo imprevisto dello scarto significante».
La motivazione del “Debenedetti” a Stanzione, scritta da Caminito: «Il racconto “Il peso” colpisce perché riesce a restituire le pietre dure delle dinamiche familiari che le donne sentono di dover portare sulle spalle: gli errori dei genitori, la difesa di fratelli e sorelle minori, la fatica del quotidiano. La madre del racconto è prima violenta e poi malata, in entrambi i casi la sua è una crudeltà sottile, fatta di mancato amore, e assenza di comprensione verso la prima figlia, che deve quindi sostenere tutta la vita la pena materna, tanto che questa sembra materializzarsi come peso interiore, compatto, impossibile da rimuovere. Molto è il tempo perso così, tra madre e figlia, nell’incomunicabilità e nel dolore, nella cattiveria».
La motivazione del “Pomilio” a Ruffini, scritta da Gambacorta: «Composito e cangiante nella struttura, egregiamente governato nella forma, ricco di riferimenti che ne intessono le pagine come una garza nascosta e però enorme, tante sono le diramazioni dei richiami e delle citazioni che vi rientrano, il racconto è il frutto vivacissimo della spiazzante perizia fabulatoria di un autore innamorato di Calvino, Landolfi, Gadda, Manganelli e Svevo. Nel racconto “Scene dalla vita di un malato di mal di Montano” offre una narrazione smagliante e, al contempo, una riprova fondamentale: quella di possedere una sensibilità estetica che ha già guadagnato una sua fisionomia autoriale e che si propone di sperimentare le proprie oltranze senza rinunciare a una leggibilità che sappia essere suadente, ironica e felicemente stravagante».