Il ritorno di Polanski Chiude il thriller con Phoenix da Palma

28 Maggio 2017

CANNES. Il film è fuori concorso, D’apres une histoire vraie (Tratto da una storia vera), ma trattandosi del nuovo Roman Polanski dopo Venere in pelliccia, è uno dei titoli più attesi di Cannes 2017....

CANNES. Il film è fuori concorso, D’apres une histoire vraie (Tratto da una storia vera), ma trattandosi del nuovo Roman Polanski dopo Venere in pelliccia, è uno dei titoli più attesi di Cannes 2017. In Italia uscirà con 01 in inverno.
È tratto dal romanzo omonimo di Delphine de Vigan e racconta la relazione disturbata, tossica, mescolando i piani di realtà e finzione, tra due personaggi femminili: una scrittrice di romanzi di successo, Delphine (Emmanuelle Seigner) e Elle (Eva Green), una scrittrice-ombra, una ghostwriter di personaggi famosi, frustrata per lavorare sulle vite degli altri, costretta all’impersonalità. Il rapporto inquietante tra le due oscilla tra incubo e attrazione, in un percorso che porterà l’autrice, dopo un drammatico blocco di scrittura, a tirare fuori finalmente un romanzo personale, quasi autobiografico.
Elle è esistita veramente? «Ciascuno spettatore tragga le conclusioni che ritiene», dice Polanski. «Storia vera o di finzione, chi può affermare con certezza di questi tempi? Viviamo sotto un bombardamento tecnologico di notizie, immagini, suggestioni e siamo affamati di verità, ma è sempre più difficile conoscerla, perché ci sono i sistemi per manipolarla, puoi arrivare a cambiare il destino di una nazione. Le persone hanno sempre più bisogno di storie vere, ma dove sono più?» chiede l’83enne regista, dimostrando questo suo pensiero proprio con il film, seguendo il quale lo spettatore resta intrappolato nella sottile trama del verosimile.
E il tono, come spesso nei film di Polanski, ondeggia tra dark comedy e thriller (evocando in questo caso Misery non deve morire). D’apres une histoire vraie, con le musiche di Alexander Desplat, porta la firma di sceneggiatura di Olivier Assayas. «È la nostra prima collaborazione, è stato un onore lavorare per lui», dice Assayas, nel raro esercizio di un regista affermato al servizio di un altro regista. «Non volevo inventare nulla, non volevo tradire il romanzo», aggiunge Polanski, «e Olivier è riuscito a condensare le 500 pagine in una sceneggiatura in cui non si è perso nulla. Da ragazzo odiavo i film tratti da romanzi che amavo, scomparivano personaggi, altri nuovi erano inseriti e quindi ora che capitava di nuovo ad un mio film volevo rispettarlo pienamente». Oltre alla storia raccontata nel libro della Vigan, Polanski ammette di essere stato attratto da altro: «Questo libro mi dava la grande opportunità di esplorare un confronto al femminile, per la prima volta mi misuravo sullo scontro, ambiguo, tra due donne».
Delle due donne protagoniste una è la moglie Emmanuelle, «è la mia musa, un’attrice formidabile, sul set abbiamo una relazione assolutamente professionale, è molto facile lavorare con lei. Il guaio viene dopo: io dopo una giornata di duro lavoro quando rientro voglio pensare ad altro che al set cinematografico, distrarmi, lei invece si porta a casa il lavoro, vuole continuare a parlarne, si sa come sono le donne!». L'altra è Eva Green: «L’avete vista in Sin City? Femminile e seducente. Sono stato felice che abbia accettato di lavorare per me», aggiunge Polanski dell'attrice lanciata da Bernardo Bertolucci con The Dreamers e ora protagonista di una carriera internazionale. Eva e Emmanuelle, che si sono baciate sulla bocca al photocall prima della conferenza stampa, hanno girato in grande sintonia: «Ci siamo intese senza competizione l'una con l'altra», dice la 36enne parigina.
Un thriller psicologico che viene dall'Inghilterra, ovvero You Were Never Really Here di Lynne Ramsay, tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Ames, chiude il concorso di questa 70/ma edizione del Festival di Cannes. Protagonista Joe, un intenso e muscolare Joaquin Phoenix (da Palma d'oro), veterano di guerra e dall'oscuro passato, che vive con l'anziana madre (Judith Roberts), la sola verso la quale mostra affetto.
Un giorno ha l'incarico di sventare un traffico di pedofilia da un importante politico di New York. C’è in gioco il destino di una ragazzina, la figlia del politico, Nina (Ekaterina Samsonov), coinvolta in un giro di prostituzione. Joe farà di tutto per salvarla e in qualche modo redimere se stesso. «Sono un uomo traumatizzato dalla mia infanzia così imparo a difendermi in fretta», racconta sulla Croisette Phoenix, «ma non volevo fare un film hollywoodiano, né puntare sull'aspetto fisico (nel film è appesantito e con barba incolta, ndr) o troppo sulla mascolinità, insomma volevo mettere in scena un non eroe». «È un uomo con cicatrici dappertutto», ribadisce la regista scozzese di ...e ora parliamo di Kevin, «non è certo James Bond, è mascolinità pura, ma molto umano, un vero uomo non un eroe».
Nel film Joe, invece della pistola, usa un semplice martello (in realtà già utilizzato in Old Boy dal regista coreano Park Chan-wook nel 2003), perché «è efficace, è silenzioso, insomma non è la solita pistola», spiega la regista. Phoenix, che usa ossessivamente in varie sequenze una busta di plastica per andare in apnea, dice di questa pratica adottata dal suo personaggio Joe: «Certo è un metodo efficace per suicidarsi, ma lui lo fa perché tutto torni silenzioso nella sua testa. Probabilmente è ossessionato dai rumori della guerra, forse di una bomba, e con questa pratica riesce a trovare un po’ di pace».C’è chi fa un paragone con Taxi Driver di Scorsese: «Un grandissimo film, ma non ci avevo pensato affatto. È chiaro che nella mente di chi fa questo lavoro ci sono tante cose che abbiamo già visto» sostiene la regista. Per Joaquin Phoenix è diverso: «Taxi Driver è uno di quei film che ha fatto di me un attore». Musiche stupende di Jonny Greenwood chitarrista dei Radiohead.