Il Rosso Istanbul di Ozpetek «È un omaggio a mia madre»

ROMA. Associare un sentimento, un sapore o una sensazione a una città è prerogativa dei grandi artisti ed è anche una caratteristica del cinema di Ferzan Ozpetek. Non fa eccezione l’ultimo film del...
ROMA. Associare un sentimento, un sapore o una sensazione a una città è prerogativa dei grandi artisti ed è anche una caratteristica del cinema di Ferzan Ozpetek. Non fa eccezione l’ultimo film del regista turco, Rosso Istanbul, in sala da giovedì prossimo. Ospite, ieri, di Viva l’Italia, il format in diretta web dalla redazione dell’Agi, Ozpetek ha spiegato il senso del titolo. «Mia madre dieci fa si innamorò del suo fisioterapista», racconta. «Lei aveva 83 anni e lui 25. E così, lei che utilizzava tutte cose beige, grigie, blu, a un certo punto mi chiese una tuta rossa. Poi mi chiese di portarle uno smalto rosso e un rossetto rosso. Ma che tipo di rosso? Il rosso del cielo di Istanbul quando sta per calare il sole: rosso Istanbul».
Da qui il titolo. La storia del film, ispirato al romanzo del 2014 dello stesso cineasta, è quella di uno scrittore, Orhan (Halit Ergenc), che torna a Istanbul dopo vent’anni per lavorare con un regista, Deniz (Nejat Isler), alla scrittura di un libro. Il soggiorno che doveva durare pochi giorni si prolunga e lo scrittore si trova quasi costretto a restare nella città in cui è nato. Dove conosce le persone che il regista aveva descritto nel suo libro che da personaggi diventano persone (o viceversa).
Il film, estremamente autobiografico, contiene una frase, detta all’inizio da Deniz, che appartiene in maniera particolare a Ozpetek: «Non chiedere nulla alle persone che incontrerai, chiedi a me». Questa frase, spiega il regista, «mi piaceva perché tu scrivi e fai recitare gli attori come vuoi tu e domini tutta la faccenda - che sia un film o in teatro - e quando qualcuno arriva e apprezza qualcosa che tu non vorresti fosse apprezzata, ti potrebbe far innervosire. E io mi sono messo nei suoi panni».
I personaggi di Rosso Istanbul sono manovrati e guidati da Ozpetek in maniera circolare: girano tutti attorno a qualcosa, ma nessuno riesce a raggiungerla. Restano come sospesi a galleggiare in un’atmosfera di una città che non tutti riconoscono e che è quella, a metà tra realtà e ricordo, del regista.
«Ho cercato durante le riprese di rendere questa idea della sospensione dove tu non sai che fine faranno i personaggi. E questo mi piace molto. Potresti anche dire che questa non è Istanbul», cocnlude Ozpetek, «ma io ti racconto la mia Istanbul, la città che conosco. Quello che conta per me è l’atmosfera, quello che si respira».
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