Il secolo di don Vittorio «Dalla Sulmona in guerra ai nuovi integralisti...»

di Giovanni D’Alessandro Potrebbe raccontare ai nostri nipotini com’erano vestiti nel 1946, al matrimonio di mamma e papà da lui celebrato, i loro trisavoli - sissignore trisavoli: in particolare il...
di Giovanni D’Alessandro
Potrebbe raccontare ai nostri nipotini com’erano vestiti nel 1946, al matrimonio di mamma e papà da lui celebrato, i loro trisavoli - sissignore trisavoli: in particolare il trisnonno, di cui, con doppio salto generazionale da nonno a nipote, almeno due dei piccoli continuano oggi a portare il nome; ricorda benissimo che il loro trisnonno spense l’immancabile sigaro sulla porta della cattedrale di Sulmona, perché l’aveva tenuto acceso anche lungo il tragitto per accompagnarvi la figlia. Potrebbe raccontarvi quando nell’inverno del 1943 aveva seppellito il prigioniero inglese prima dell’alba per non farsi vedere dai tedeschi; l’aveva nascosto lui, dopo l’evasione dal campo di prigionia, ma l’inglese era malato ed era morto di polmonite in quell’inverno freddissimo; prima di metterlo sotto terra, gli aveva allora preso la piastrina di riconoscimento, in modo che a guerra finita venissero in Abruzzo i parenti a riprenderselo. Potrebbe raccontarvi che confessava i condannati a morte, alla Badia dov’erano incarcerati, sua prima sede da sacerdote dal 1939 al 1944, e dirvi che uno di loro, un pastore condannato per aver aiutato i fuggiaschi inglesi a valicare la montagna in direzione del fronte, gli aveva detto: «Muoio per aver dato retta al Vangelo che ci leggete voi preti, io ho solo dato da mangiare agli affamati e da bere agli assetati». Ma potrebbe anche raccontarvi dei ragazzi austriaci buoni che a Pasqua del 1944, con indosso la divisa della Wehrmacht, andavano a sentire la messa detta da lui e, odiati da tutti, mantenevano in chiesa “una compostezza invidiabile».
Tutto questo, e molto altro, potrebbe dirvi don Vittorio D’Orazio, coi suoi numeri strepitosi: 100 anni oggi, 20 novembre; 75 di sacerdozio compiuti il 23 luglio scorso; 40 circa da parroco della cattedrale di San Panfilo a Sulmona; 33, a seguire, come cappellano dell’Arciconfraternita della Santissima Trinità, nella cui chiesa tuttora dice messa ogni giorno, dritto come un fuso all’altare, leggendo il vangelo senza occhiali; 9 sommi pontefici attraversati da quando è nato nel 1915, in piena prima guerra mondiale; centinaia e centinaia di battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni e funerali celebrati. E bisogna fermarsi qui perché viene il capogiro a ricostruire i numeri di don Vittorio, il quale mai ne darebbe conto (come fa con imbarazzo solo se gli vengono chiesti), giacché ama una sintesi di 2 parole, per la sua attività pastorale e per la sua vita: «Tutto qui».
Siamo in un affollato bar di Sulmona dove ci sta offendo un caffè. Siamo venuti a trovarlo, a omaggiarlo, a sorridergli, a parlare con lui. E’ perfettamente inutile chiedersi se la conversazione con un centenario sia faticosa. Lo è…per noi: nessuno gli sta dietro come parlantina, la voce (scherzo di natura) ha i toni e la scioltezza di un trentenne, ma è soprattutto come memoria che dà i punti a tutti, mentre ci fa accomodare al tavolino dicendo: «Quindi siete tornati a Sulmona a trovarmi, come 2 anni fa quando ho compiuto 98 anni»; lui se lo ricorda, noi – con 40 anni in meno – no; non così lucidamente, almeno.
Don Vittorio non ama i complimenti. La barista ha cercato di scostare le sedie dal tavolo mentre chiedeva se il caffè lo voleva lungo come al solito e le ha risposto di sì, facendole però cenno di tornare subito al banco, dove c’è da servire tant’altra gente, che l’ha salutato in coro, vedendolo entrare.
Comincia una conversazione in cui le sue risposte raddrizzano le nostre domande, per emozione sgangherate. Alla domanda su com’era Sulmona nel dopoguerra risponde che c’era «una miseria nera», per cui lui s’inventò il Fac; «Non è la sigla di una brigata rivoluzionaria, stava per Fraterno aiuto cristiano: cioè un carretto con cui, a partire dal ’45, giravo coi ragazzi per le case a raccogliere cibo da dare ai poveri». Alla domanda se è vero che il boom economico abbia cominciato a scristianizzare la società ribatte: «Ma che scristianizzata, è come prima, ci sono i credenti e i non credenti; il benessere, lo dice la parola, ha fatto stare bene, mica male; dovevate vedere com’era povera la gente prima del boom».
Alla domanda su quale sia stata l’esperienza più importante della sua vita pastorale, risponde: «Il rapporto coi giovani»; poco fa un ex giovane, ora nonno, è entrato con la nipotina a fianco e gli ha detto: «Don Vitto’, ci avete battezzato voi, a questa e pure a me».
Poi le domande inaspettatamente si fermano. Altre foto di quel matrimonio del 1946 che dicevamo all’inizio vengono poggiate sul tavolino e lui dice: «Mi ricordo tua madre, quella ragazza coi riccioli biondi». E qui le labbra di chi scrive si serrano e un nodo stringe la gola, perché se la ricorda davvero, don Vittorio, quella ragazza alla quale nelle foto il cappello le nasconde i capelli; è dunque un’occasione unica nella vita, questa, non ce ne saranno altre in cui riferendosi a lei - che se n’è andata già da dieci anni, coi capelli bianchi - qualcuno ancora la individui come «la ragazza coi riccioli biondi». Lei si vedeva ancora così. Noi la vedremo sempre così.
Chiediamo a don Vittorio quale sia per l’umanità il male più grande. Risponde: «L’assenza di Dio, perché l’uomo senza Dio può diventare una bestia, se non ha ideali; guarda quanto male hanno fatto il fanatismo nazista e quello stalinista; e quanto ne stanno facendo le nuove forme di fanatismo, ora sotto una bandiera, ora sotto un’altra»; prende a parlare del reclutamento di adepti da parte dell’Is e del perché i nuovi integralismi abbiano presa sui giovani, pur formatisi in Paesi occidentali.
Alla fine ci congeda perché ha da fare.
Fino a poco tempo fa ritirava le pensioni per le parrocchiane, ma deve trattarsi di qualcos’altro perché questi non sono giorni da ritiro della pensione; sono i giorni in cui don Vittorio ritira il tagliando del suo secondo secolo. Sulla porta del bar da cui stiamo uscendo squilla un telefonino, che lui chiama diavoleria, ma che usa regolarmente e glielo facciamo notare. Sorride e dice che sa solo premere il tasto di risposta, mentre coi numeri va a memoria. Ma non è tanto vero. Ha chiesto se a primavera, per rimettere l’ora legale, dovrà andare dal Menù su Impostazioni...
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