«Il teatro è gioia Vivo la recitazione come un gioco»

27 Luglio 2019

L’attore stasera a Pescara con “Le Parole Note” Poesia e jazz in un viaggio nell’universo femminile

PESCARA. «Il teatro è musica, è bellezza». È un incontro tra letteratura e musica il recital “Le Parole Note”, che Giancarlo Giannini porterà stasera al Teatro monumento D’Annunzio di Pescara (ore 21.15). Un viaggio nell’universo femminile che inizia nel 1200 e prosegue fino ai nostri giorni. L’attore prenderà per mano lo spettatore facendolo viaggiare tra i versi di Cecco Angiolieri, Neruda, Salinas, Leopardi, Shakespeare, per citarne alcuni. L’interpretazione di Giannini si intreccerà con l’esecuzione di brani della tradizione napoletana in chiave jazz proposti dal Marco Zurzolo Quartet. È con il teatro che Giannini, uno dei mostri sacri del cinema italiano, ha iniziato la sua carriera artistica, ad appena 18 anni. Lo spettacolo si inserisce nella stagione di prosa dell’Ente manifestazioni pescaresi, “Teatro al D’Annunzio”, nell’ambito del PeFest. Il Centro ha intervistato Giancarlo Giannini in occasione della tappa pescarese dello spettacolo.
Musica e parole unite fin dal titolo, in perfetto equilibrio, “Le Parole Note”...
Le note sarebbero quelle musicali, ma sono anche quelle della voce dei grandi poeti che, mettendo insieme delle bellissime parole, creano anche armonie musicali. È uno spettacolo che riguarda soprattutto la donna, dal 1200 ai nostri giorni. Uno spettacolo di poesia, ma mi diverto anche a interpretare pezzi da palcoscenico di grandi autori come Shakespeare. Tutto con un complesso di musicisti jazz.
Cosa rappresenta oggi il teatro?
Noi attori in teatro raccontiamo le favole ai grandi. È un mondo intellettuale molto bello, quello del teatro. Preferisco la funzione del teatro a quella del cinema. Il cinema è un’arte giovanissima, in evoluzione. Il teatro non morirà mai, si fa come si faceva anticamente. La tradizione è sopravvissuta. Ma, soprattutto, il teatro è gioia, divertimento. Vivo la recitazione come un gioco. Il verbo to play in inglese, “recitare”, significa “giocare”. Si gioca da grandi, seriamente, raccontandoci delle belle avventure scritte da grandissimi uomini. Lo stesso vale per la poesia. Leggere sul palcoscenico “L’Infinito” di Leopardi, ad esempio, significa raccontare la filosofia di una vita, un mondo. In teatro ci sono i ritmi, i cambiamenti di toni, è come un piccolo concerto. Andante, allegro... È tutta musica, è bellezza.
Che ricordo ha dei suoi esordi?
Sono un perito elettronico industriale. Sarei dovuto andare a lavorare in Brasile, sui primi satelliti artificiali. Mi hanno mandato sul palcoscenico per caso. Ho iniziato per gioco, ho continuato per gioco e ancora continuo. Non avevo il fuoco sacro di questo mestiere, ma gli studi che ho fatto mi sono serviti. Ho applicato la fantasia dell’elettronica al mestiere dell’attore. Impegno il mio tempo a fare l’attore, impegno il mio tempo a fare un bel piatto di spaghetti. Se il piatto lo faccio bene, lo gusto. Se recito bene, il pubblico gusta con me quello che sto facendo. È questo, secondo me, il senso della vita. Siamo uomini che vivono e raccontano favole. In fondo il teatro è comunicazione. L’attore sul palcoscenico è una specie di mago che fa uscire i conigli dal suo cappello e il pubblico paga il biglietto per ridere ed emozionarsi, per vedere questa forma d’arte così curiosa e magica. Sul palcoscenico si vive, si muore, la finzione diventa un gioco. La curiosità ci serve nella vita. Purtroppo tante cose le stiamo perdendo con internet, che ormai è il dio di tutti. Umberto Eco ha detto che internet ha dato diritto di parola a legioni di imbecilli ed è vero.
C’è un ruolo che le piacerebbe ancora interpretare?
Non è mai esistito un ruolo che ho desiderato, mai avuto nel cassetto. Scelgo, piuttosto, di fare delle cose che mi piacciono, come con questa idea de “Le Parole Note”. Cerco di fare uno spettacolo che diverta il pubblico, gli recito una poesia che forse i professori a scuola gli hanno fatto odiare, in modo gradevole, curioso, fantasioso, bello. Questo è un po’ il mio compito.
Di recente l’abbiamo vista in “Notti Magiche” di Paolo Virzì, un film che racconta il crepuscolo di un’epoca mitica del cinema italiano. Cosa ricorda di quegli anni?
Ho vissuto anni splendidi, anni di grandi autori, attori, registi: c’era la parte migliore del nostro cinema italiano. Ne conservo un bellissimo ricordo. Già Fellini, più di 35 anni fa, mi diceva: “Guarda, Giancarlo, che il cinema è già morto, andremo al cinema come in un museo”. E aveva ragione, in fondo. Fellini era un genio. A me piace di più il cinema del passato, il cinema che ho conosciuto. Tutto cambia, una volta i film si vedevano sul grande schermo, ora sui telefonini. Oggi vado pochissimo al cinema, guardo pochissimo la televisione. Mi diverto molto a leggere e a proporre idee sul palcoscenico. Penso la vita in modo molto semplice.
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