«In Abruzzo il vino è come un abito di alta sartoria»

13 Agosto 2015

L'enologo Festa, pioniere nella cultura della Doc «Qui il territorio esprime caratteri diversi e unici»

FRANCAVILLA AL MARE. Etica e pulizia del prodotto, difesa e valorizzazione dell'identità originaria, comunicazione del terroir. Sono i cardini su cui «a prescindere dalle mode» Vittorio Festa ha edificato il suo progetto vino. Impegno che in ormai quarant'anni di mestiere ereditato da bambino affiancando «per gioco e per passione» il padre, l'enologo Carmine Festa, pioniere nella cultura della Doc in Abruzzo, Vittorio ha saputo trasformare in stile di vita attento alla salute, improntato alla continua evoluzione ma ben radicato nei valori della tradizione, con una predilezione per le sfide.

Oriundo irpino, classe 1963, temperamento passionale, nato a Sulmona, ex studente vagabondo tra Piemonte e Marche, residente per scelta fronte mare a Francavilla e «bianchista» anche d'inverno, Vittorio è convinto dello slogan «cento per cento Abruzzo» da lui coniato per lanciare il progetto delle bollicine autoctone. Cococciola, Passerina, Pecorino e Montepulciano d'Abruzzo spumantizzati – metodo classico e charmat – sul territorio di produzione. Una nuova frontiera dell'enologia made in Abruzzo partita due anni fa nella cantina leader Eredi Legonziano (Lanciano) e che sta ottenendo lusinghieri apprezzamenti di pubblico e critica enologica.

Una scelta coraggiosa per amore della sfida scommettere sulla Doc Abruzzo?

«Soprattutto la voglia di strappare da decenni di anonimato le uve abruzzesi che storicamente hanno preso la via del nord diretti verso aziende imbottigliatrici italiane ed estere. La scelta della filiera interamente abruzzese utilizzando solo lieviti indigeni nell’affinamento ci ha regalato un prodotto innovativo di qualità garantita e certificata. Un processo fino a qualche anno fa improbabile e che oggi accomuna diverse cantine che seguo tra Abruzzo e Marche, una massa critica in progressivo aumento».

Quali saranno le altre novità in arrivo con la prossima annata?

«l nostro Cte (Centro tecnico enologico) è pronto a partire con le aziende che hanno selezionato i lieviti delle proprie uve, Pecorino e Montepulciano. Significa puntare ad esprimere la forza del terroir Abruzzo. Abbiamo eliminato i derivati di origine animale: albumine, gelatine, caseinati, gomma arabica alleggerendo tutti i vini, che così avranno la certificazione vegan. Significa garantire una filiera di qualità che non ha bisogno di manipolare il prodotto per esaltare la materia prima, una dimostrazione di coraggio».

E una dichiarata consapevolezza dei propri mezzi...?

«Per fare seriamente vini No SO2, cioè senza solforosa come oggi fa tendenza, occorre partire per tempo. E' un percorso che non si improvvisa perché parte dalla preparazione del vigneto, la concimazione, la scelta dei lieviti. Grazie ad un territorio eccezionalmente vocato e ai suoi microclimi l'Abruzzo può esprimere tanti caratteri di prodotto per quante le zone di produzione: ogni azienda può avere il suo abito di sartoria, su misura, unico! Una caratterizzazione estrema ed esclusiva di filiera che parte dalla base, l'uva. Un plus fino a pochi anni fa impensabile e non ancora compreso nella sua portata dirompente».

Quali sono i fattori che oscurano un orizzonte così radioso?

«Per cominciare c'è il rischio che un simbolo della nostra regione, il Montepulciano d'Abruzzo, diventi un vitigno internazionale visto che il 60 per cento della produzione oggi è imbottigliato fuori regione. Una situazione paradossale e comune agli altri vitigni abruzzesi, che sottrae una fetta considerevole di occupazione e benessere al territorio con il suo indotto».

Cosa altro?

«Manca la percezione delle potenzialità dell'Abruzzo come regione del vino. Manca una politica coraggiosa che faccia marketing territoriale puntando sul progetto vino: se non crei un territorio forte non ti vedono. Eppure sull'autostrada corriamo affiancati da vigneti e scorci marini, la costa dei trabocchi è un patrimonio unico ma non è sfruttata per comunicare l'immagine del territorio. Quei vigneti aperti sul mare potrebbero trasformarsi in oasi di bellezza, punti esclusivi per ammirare l'estetica del paesaggio. L'enoturismo dovrebbe rappresentare la nostra risorsa per 12 mesi l'anno richiamando visitatori da tutto il mondo. Niente a che vedere con la ressa di un fine settimana con le “cantine aperte”...».

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