In gara la controversa “Tar” di Cate Blanchett e il felliniano Inarritu

2 Settembre 2022

Fuori concorso i colorati trans di Roberta Torre E per Orizzonti l’eroina negativa di Laure Calamy

VENEZIA. Archiviata l'apertura con White Noise di Baumbach, la Mostra del cinema di Venezia al secondo giorno lancia nella gara per il Leone d'oro l'epico Bardo di Alejandro G. Inarritu e il teso Tar di Todd Field con Cate Blanchett nei panni della direttrice d'orchestra Lydia Tar. Le Notti Veneziane si aprono con l'appariscente gruppo trans delle Favolose di Roberta Torre e ad Orizzonti la francese Laure Calamy (Cesar 2021, nota per la serie tv Call my agent!) è l'eroina negativa del thriller psicologico L'origine del male di Sebastian Marnier. Tra le decine di proiezioni passa fuori concorso Bobi Wine, documentario sull'attivista ugandese che dagli slum del ghetto è riuscito a diventare una delle più amate superstar del suo Paese, arrivando a diventare membro indipendente del Parlamento per difendere i diritti della sua gente.
E Vera Gemma, figlia di Giuliano Gemma e Natalia Roberti, attrice e domatrice di leoni è la protagonista di Vera, film a lei dedicato che Tizza Covi e l'austriaco Rainer Frimmel portano a Orizzonti.
Sul red carpet di Tar è apparsa Georgina Rodriguez, la compagna di Cristiano Ronaldo, ma a dominare la scena è Cate Blanchett in abito nero con un balconcino di fiori sul decolleté. L'attrice è protagonista assoluta di Tar, sull’omosessuale direttrice d'orchestra Lydia Tar, che attraverso la storia parla degli scandali sessuali nella musica (vedi Placido Domingo). In procinto di dirigere la Sinfonia n. 5 di Gustav Mahler, la perfezionista Tar viene accusata di aver favorito l'ingresso in orchestra di una violoncellista, elemento a cui si aggiungono i video compromettenti messi in rete da un ragazzo e una pioggia di denunce di altre presunte molestie. «Non ho mai considerato l'aspetto Lgbt del film», dice la Blanchett al Lido, «credo fermamente che non sia importante il genere nel mondo dell'arte. Ciò che le persone fanno dopo il lavoro non è importante. Questo film è il ritratto molto umano di una persona con tutte le sue debolezze».
È biografico, seppure con finzione, anche Bardo del messicano Inarritu, tornato a dirigere a sette anni da Revenant che nel 2015 valse l'Oscar a Leonardo DiCaprio. S'intitola non a caso Bardo, limbo, condizione di mezzo tra mondo dei vivi e quello dei morti. «Io sono nel mezzo, messicano per gli Stati Uniti, americano in Messico», spiega il regista “spatriato” di 21 grammi e Birdman. Il suo è un film epico, monumentale, tre ore della vita di Silverio Gama, emigrato di prima classe, giornalista, documentarista, scrittore di successo alle prese con un bilancio di vita. «Proprio oggi 1 settembre è un anniversario importante: il 1 settembre 2001 con la mia famiglia abbiamo lasciato il Messico e siamo andati a vivere a Los Angeles, questa assenza mi rincorre ogni giorno, il Messico diventa uno stato mentale». Bardo - La cronaca falsa di alcune verità (al cinema e poi dal 16 dicembre su Netflix) racconta il viaggio emozionale di Gama (interpretato da Daniel Giménez Cacho) che sta per ricevere, primo latino americano, un prestigioso premio in America e per questo viene festeggiato anche in patria dove fa ritorno dopo anni. Nel coma che lo coglie dopo un infarto c'è il sogno di questo viaggio, la storia della sua famiglia, ma anche la storia del Paese sotto scacco americano, la tragedia dei migranti che provano a passare il confine, la vita dei messicani poveri in California. Tutto come un sogno, «perché la realtà non esiste, è il senso che dai a cose che vivi». Inarritu paga così il suo personale tributo al cinema del maestro di Rimini e con sincerità lo ammette: «Fellini è un santo protettore, come Bunuel, Roy Anderson, Jodorowsky. Non c'è un cineasta che non sia stato infettato da Fellini così come nessun musicista può prescindere da Mozart o da Bach. Il suo cinema è l’espressione più simile ai sogni. E spero che santo Fellini mi abbia protetto anche questa volta».
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