Intervista a Veltroni: «La Gialappa’s Band ha sconsacrato il calcio, ora manca quell’ironia»

L’ex sindaco alla Festa del Cinema a Roma in veste di regista
Nel film in sala l’epica stagione comica che sconvolse la tv
Veltroni, una definizione per il trio della Gialappa.
«Guardi, nel film ho fatto la stessa domanda a Ubaldo Pantani (ride, ndr)».
La risposta?
«Tre amabili m....».
Dall’esordio con Mai dire Banzai alla fine degli anni ’80 al successo del Gialappa Show su Tv8, il lungo viaggio nell’assurdo della comicità italiana ha tre numi tutelari: Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto. Un’amicizia che ha fatto la storia della televisione ma anche una complicità che ha dato vita a una fucina di talenti. Walter Veltroni – politico, giornalista, ex direttore dell’Unità, già sindaco di Roma e segretario del Partito Democratico – li racconta da regista in un nuovo docufilm proiettato in anteprima alla Festa del Cinema nella Capitale e da oggi nelle sale di tutta Italia.
A Roma “L’assurda storia della Gialappa’s Band” ha fatto il pieno di applausi.
«Andiamoci cauti, meglio non fare affidamento all’accoglienza nelle sale delle prime. L’esperienza consiglia prudenza».
Pessimista?
«Per nulla, sono felice perché in sala, alla Festa del Cinema, è successa una cosa rarissima».
Quale?
«Per trenta volte il pubblico ha applaudito durante il film».
Le ha contate.
«È un gesto spontaneo che mi ha reso felice, perché chi era in sala si è divertito davvero e questo conta più di un applauso finale».
È anche un’operazione nostalgia. O no?
«C’è molto della televisione del passato, però c’è anche il presente. È un mix riuscito, in cui la gente si ritrova».
Cosa non sappiamo, dopo quasi quarant’anni, della Gialappa’s Band?
«Molti si immaginano ancora tre ragazzini cresciuti insieme, che si sono messi a fare televisione dopo anni di amicizia. La verità è che si sono conosciuti più che ventenni, a metà degli anni Ottanta».
Erano i tempi di Radio Popolare, a Milano.
«Loro facevano gli speaker per un programma chiamato Bar sport. Hanno iniziato così».
Pochi anni dopo arriva Mai dire Banzai. Cambia tutto.
«Furono dissacranti dall’inizio e per questo irresistibili, almeno per chi come me ama quella comicità tra il cinico e il surreale. Ecco, loro sono stati un’anomalia».
Perché?
«Facevano televisione senza mostrarsi, un’assurdità. C’è gente che sgomita tutta la vita per apparire sullo schermo. Poi arrivò la vera rivoluzione: Mai dire gol».
Terreno facile: in Italia tutti parlano di calcio.
«Proprio per questo ridicolizzarlo era proibito, nessuno lo aveva fatto. C’erano state commedie sul calcio, ma mai così. Guardi, l’intuizione è proprio questa».
Cioè?
«Toccare un sacrario inviolabile, materia intoccabile per chiunque all’epoca».
Tre anni dopo è arrivato “Quelli che il calcio...”, fecero anche scuola.
«Oggi quella televisione è impossibile».
Nostalgico.
«Ma come fai, con le partite piazzate ogni giorno della settimana? L’orrore maggiore, per chi è cresciuto con quell’ironia, è vedere a cosa è ridotto il calcio oggi: interviste a metà partita con gente che dice “difendiamo il risultato”. Un incubo».
Non solo il commento delle partite. “Mai dire gol” prendeva in giro allenatori, giocatori, presidenti, tirandoli in mezzo anche negli sketch.
«Guardi, ho rivisto il film qualcosa come 300 volte in post-produzione, ho riso di gusto anche la trecentesima volta».
Ma a un certo punto, in quella stagione di nuovi comici e parodie, ci sono finiti di mezzo anche i politici. Anche lei, che però non si è mai scomposto.
«Se sei un personaggio pubblico la presa in giro te la devi prendere, ci stai e basta. Quella è stata una stagione straordinaria, sono venuti fuori dei geni».
La satira oggi chi la fa?
«La politica».
Polemico.
«Non può che essere così, si guardi intorno. Donald Trump è presidente degli Stati Uniti d’America, capisce?».
Torniamo al passato, allora. Chi la faceva ridere, tra i comici di quegli anni?
«Difficile. Quella era un’epoca in cui c’è stato il meglio per la comicità in televisione: da Arbore alla Dandini e da Non-Stop a Fazio fino a Zelig, oltre che ovviamente la Gialappa. Per me quelle sono state le scuole televisive per la comicità».
Qualche comico in particolare?
«Ce ne sono troppi. Per esempio, “I Sardi” di Aldo, Giovanni e Giacomo per me fa ridere sempre, anche se lo guardi cento volte. Bisio che fa il mimo che parla, irresistibile. Fabio De Luigi che fa il Pagliaccio Baraldi».
Il disco di Olmo, il folle cantante interpretato da De Luigi, fu anche record di vendite in Italia...
«Sì (ride, ndr). Era una macchina perfetta, con il commento di tre geni e di un fuoriclasse».
Chi?
«Ma come?! Forest!».
Quasi un “quarto” membro...
«Di più. Lui è un personaggio assurdo, un cartone animato travestito da uomo. La quintessenza di quel programma».
Nel film siete riusciti a recuperare tutti?
«Purtroppo no, ma siamo riusciti a raggiungere, tra i tanti, anche Teo Teocoli!»
Oddio, dove lo avete trovato?
«A Ibizia, è stato disponibile».
È uno scoop, visto che non con la Gialappa, per molto tempo, non si sono proprio rivolti la parola.
«Si lasciarono, dopo anni, in polemica. Per molto tempo c’è stato silenzio, ma nel film ricostruiamo tutta quella vicenda».
Daniele Luttazzi?
«Lui, purtroppo, no».
Peccato, quello sarebbe stato un colpaccio. Latita nella comicità da quando lo accusarono di plagio, ma era un fenomeno.
«Non solo era bravissimo e faceva morire dal ridere, ma aveva anche una scrittura brillante ed era un personaggio libero. Qualità che oggi non si trovano spesso».
Nel trailer si vede anche il signor Carlo, il più anziano del trio. Anche lui ha abbandonato la nave, anni fa.
«Ma nel film torna e racconta il suo saluto al progetto, certo meno in polemica rispetto a Teocoli. Però ripercorriamo tutto a ritroso, è un viaggio nella loro storia con tantissime voci».
Veltroni, mi sembra di capire che tra amarcord e vecchi amici ritrovati, non si rida soltanto.
«Un bel complimento che ho ricevuto sul film, peraltro da un amico regista, è che vedendolo si ride e si piange. Oddio, ci si commuove...».
Però tranquillizziamo il pubblico: si esce dalla sala divertiti.
«Sì, molto. Ed è un bene perché di questi tempi le persone hanno bisogno di ridere, di alleggerirsi, con i tempi che viviamo...».
