«Io, boscaiolo abruzzese testimone dello sbarco di Anzio»

31 Marzo 2017

L’imprenditore di Tagliacozzo Angelo Di Rocco racconta la sua avventura a 14 anni «Dicemmo agli americani che non c’erano tedeschi ma non ci credettero»

TAGLIACOZZO. Sono passati 73 anni. Ma Angelo Di Rocco, imprenditore di Tagliacozzo, l'immagine del tratto di costa tra Anzio e Nettuno brulicante di soldati, mezzi corazzati e vettovaglie, è ancora viva nella sua mente. E' il 22 gennaio 1944. Gli angloamericani, durante la notte, sbarcano ad Anzio. Obiettivo dell'operazione, aggirare le forze tedesche attestate sulla linea Gustav e, una volta sconfitte, liberare Roma. I tedeschi, se pur colti di sorpresa, nel giro di una settimana, si riorganizzano e, facendo affluire truppe da Cassino, attraverso la Provinciale del Liri e la Tiburtina e anche dal Nord, bloccano per 4 mesi l'avanzata degli Alleati.

Di Rocco, nato a Roccacerro, frazione di Tagliacozzo, aveva allora 14 anni. La sua era una famiglia di boscaioli e il padre, a ottobre, l'aveva portato con sé ad Anzio. Insieme a loro c'erano altri boscaioli, anch'essi di Roccacerro. In tutto una quindicina di persone. Il loro lavoro consisteva nel trasportare dai boschi, a dorso dei muli, traverse, legna e carbone al posto di carico della stazione ferroviaria di Campo di carne.

«Alloggiavamo», racconta Di Rocco, «in baracche su una collina, chiamata Colleromito, a circa sette chilometri da Anzio. Era l'alba quella mattina quando ci alzammo. Mentre andavamo a prendere i muli, da un cespuglio sbucò un drappello di militari che, col fucile spianato, ci intimarono l'alt. Dall'elmetto capimmo che erano soldati americani. Uno di loro, che parlava italiano, ci chiese se avevamo visto tedeschi nei paraggi. Li informammo che in tutta la zona, che conoscevamo molto bene, andandoci tutti gli anni, c'era solo una postazione antiaerea, con 2 o 3 militari, dislocata in un casale non lontano da noi. La scoprimmo un giorno per esserci sconfinati i nostri muli. I tedeschi ce li fecero portare via senza fare storie».

«Uno dei militari, con una ricetrasmittente, avvisò i superiori. Dopo un po' da una delle navi nel porto di Anzio partì una raffica di cannonate, che distrusse la postazione. Ormai era giorno e potevamo vedere chiaramente la pianura sottostante invasa da una marea di militari e di mezzi. Faceva impressione. Ci fu ordinato di trasferirci ad Anzio. Il giorno dopo, però, tornammo a Colleromito. Rimanemmo inchiodati qui per tre mesi. Tornare a casa era impossibile: avremmo dovuto attraversare le linee tedesche».

«Vivevamo in una grotta da noi stessi scavata. Gli adulti non uscivano quasi mai. Mentre io, mio cugino e altri due ragazzi eravamo sempre in giro. Vicino alla grotta c'era una postazione degli Alleati. Con gli inglesi non si andava d'accordo, ce l'avevano con gli italiani. Con gli americani, invece, molti dei quali erano figli di emigrati italiani, familiarizzammo subito. Non ci facevano mancare niente. Ci davano scatolette di carme, biscotti, cioccolata, sigarette. Spesso ci facevano mangiare con loro, li accompagnavamo a prendere l'acqua a una fontana, ci facevano salire sul carrarmato e qualche volta ci fecero anche sparare col fucile. Per noi ragazzi era un divertimento. Un giorno, però, per poco non ci rimisi la vita. Stavo parlando con mio cugino, quando un colpo di cannone sparato dai tedeschi ci passò in mezzo, esplodendo più avanti. Non riportammo neppure un graffio. Solo anneriti dal fumo prodotto dall'esplosione". "Verso la fine di aprile arrivò un colonnello e ci disse che da lì dovevamo andar via. Trasportati con i loro mezzi ad Anzio, ci imbarcammo diretti a Napoli. I muli rimasero a Colleromito, ma non li ritrovammo più. Da Napoli ci portarono prima a Santa Maria Capua Vetere e successivamente a Casoria. Alloggiavamo in una palazzo isolato e mangiavamo dalle monache: una ciriola e un po' di brodo sia a pranzo che a cena. L'11 giugno, dopo che Tagliacozzo fu liberata dai nazisti, con quelle poche cose che avevamo, ci mettemmo in cammino. Dopo quattro giorni arrivammo a Roccacerro. La nostra odissea era finita».

«Gli americani», è l'amara conclusione di Angelo Di Rocco, «dopo lo sbarco, avrebbero potuto raggiungere, senza incontrare ostacoli, Roma e liberarla. E non ci sarebbero stati né i 10.000 morti, tra militari e civili, avvenuti durante l'assedio, né l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Che nella zona non ci fossero tedeschi glielo dicemmo subito. Non vollero darci ascolto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA