Italia e crisi climatica nel saggio “Ecoshock” del giornalista Caporale

18 Maggio 2023

Tema centrale la presa di coscienza dei cambiamenti in atto  Pubblichiamo uno stralcio del volume che debutta a Torino 

Natale a maniche corte e maggio con il maglione di lana; mesi di siccità improvvisamente interrotti da bombe d’acqua che causano esondazioni di fiumi con conseguenti danni a cose e persone; grandinate con veri e propri cubetti di ghiaccio che in pochi minuti distruggono anni di sacrifici e lavoro; trombe d’aria che improvvisamente si abbattono sulle città scaraventando via tetti come fuscelli. Non è un disaster-movie americano, è quanto sta accadendo alla nostra Penisola in questi ultimi anni. Per qualche strano motivo abbiamo sempre pensato che gli effetti del cambiamento climatico avrebbero colpito chissà quale sperduta isola del Pacifico e invece si stanno abbattendo sull’Italia forse più che altrove. Per rendersene conto, basta leggere il nuovo libro di Giuseppe Caporale, in libreria per Rubbettino a fine settimana con presentazione al Salone del Libro di Torino, dal titolo “Ecoshock. Come cambiare il destino dell’Italia al centro della crisi climatica”. Tra i temi affrontati nel libro dal 49enne giornalista pescarese – che ha lavorato per la cronaca nazionale di Repubblica e firmato pluripremiati documentari d’inchiesta – una sezione è dedicata al rischio idrogeologico in Emilia Romagna la cui lettura, alla luce dei fatti degli ultimi giorni, sembra quasi un esercizio di previsione del futuro. Su gentile concessione dell’Editore, offriamo ai lettori alcuni passaggi significativi del libro.

di GIUSEPPE CAPORALE
Non so se si tratti di uno stato d’animo soltanto mio. È come se le emergenze accumulatesi negli ultimi anni, prima fra tutte quella pandemica legata al Covid, avessero d’improvviso ipersensibilizzato una coscienza fin troppo abituata per motivi generazionali all’idea che, al netto di attentati terroristici e guerre combattute in angoli remoti del globo, in fondo andasse tutto bene. Chi come me va per i 50, nato nel mezzo di quella stabilità cristallizzata nota come Guerra fredda, ha potuto godere del più lungo periodo di pace e prosperità nella storia dell’Occidente ed è fatalmente cresciuto e diventato adulto confidando che, tutto sommato, vivessimo nel migliore dei mondi possibili. Uno stato mentale latente, intaccato solo in parte e per brevi momenti dalle notizie dal reale – una realtà a volte estranea, dura, quasi sempre tenuta a distanza di sicurezza – che di tanto in tanto ci venivano riversate addosso da telegiornali e reportage. Ebbene, ritengo che il Covid abbia rappresentato un primo, autentico shock: non solo per l’impatto pratico e gestionale che ha avuto sulle nostre esistenze, ma ancor più per il modo in cui ci ha strappati alla nostra bolla, a quella supponente placidità che ci ha sempre cullati di fronte ai problemi di un mondo che abbiamo finito per sentire distante, quasi come se noi non ne facessimo parte. Invece, le cose accadono, e non possiamo sempre voltarci dall’altra parte. Arriva un momento in cui le proiezioni cessano di essere tali, gli allarmi sono superati dagli accadimenti, l’immaginazione di certi film e romanzi sembra tradursi in pezzi di realtà. Succede; è successo. Da questo punto di vista, la pandemia ha forse avuto un effetto psicologico ancor più dirompente dell’11 settembre 2001 che, per quanto traumatico, fu comunque epifenomeno di un contesto già noto – le bizze della Storia, i giochi di potere, le dinamiche geopolitiche che generano mostri come il terrorismo di matrice islamica – tale da renderne non dico più facile, ma meno insolita e complessa la metabolizzazione collettiva. In albergo, in una di quelle sere di agosto dopo la Marmolada, mentre scrivevo gli appunti sul mio notebook al termine di una giornata trascorsa ai piedi del massiccio, continuavano a riecheggiarmi nella testa quelle parole e quelle immagini che avevano stravolto le mie convinzioni. Avvertivo qualcosa di nuovo nell’aria e dentro di me. La sensazione che quanto accaduto segnasse davvero un punto di non ritorno. Come se la “distanza di sicurezza” che superficialmente, colpevolmente, tende a proteggerci dai drammi della Cronaca e della Storia quando questi non ci toccano in prima persona, di colpo non esistesse più. Era di nuovo l’“effetto Covid”, una sensazione che molti hanno provato a descrivere, specie ai tempi del primo lockdown – quel sentirsi toccati nel vivo, quel fare i conti per la prima volta dal tempo dei nostri nonni con una guerra in casa, vera o metaforica che sia, con un immaginario distopico o da disaster movie di colpo divenuto reale – e che stavolta trovava la mia coscienza preparata, allenata, sensibilizzata a dovere. All’improvviso sentii come un clic dentro di me, e seppi che il distacco del ghiacciaio non era sintomo di un problema, ma del problema; il più grave, che si imponeva anche fuori dalla retorica del “ci riguarda tutti”. Era qualcosa di più universale e definitivo dell’avvento del Covid. E quella notte, credo, sentii per la prima volta con un brivido di avere realmente a che fare con una questione di vita o di morte. Non dormii, trascorsi le ore fino al mattino a cercare fonti e documenti in rete, trovando conferme a molte delle mie sensazioni e nuove, sconcertanti verità suffragate dalla scienza. Tra cui, una traccia che mi colse davvero di sorpresa: la prima vittima della crisi climatica siamo noi. Con “noi” intendo indicare una prossimità geografica: parlo cioè di noi italiani e dell’intera area dell’Europa mediterranea. Ecco il primo motivo di shock. Forse anch’io, senza volerlo e in modo subliminale, avevo subito i condizionamenti di certo immaginario hollywoodiano per il quale, se gli alieni devono atterrare da qualche parte, lo faranno certo in un deserto degli Stati Uniti e non sul Tavoliere delle Puglie.
Non può essere una consolazione, ma ammettiamolo: se ci capita di pensare a una colossale onda anomala provocata dallo scioglimento dei ghiacci e destinata a spazzare via qualche città costiera, be’, istintivamente immaginiamo che toccherà prima a New York che ad Anzio o Livorno. Al limite, a rischiare potranno essere i resort di qualche lembo costiero del Sud-Est Asiatico, e a squagliarsi come ghiaccioli al sole saranno gli iceberg dell’Artico molto prima delle nostre Alpi… Giusto? Sbagliato.
Il Mare Nostrum, e in particolar modo la nostra penisola, sono potenzialmente al centro della tempesta perfetta. Che il bacino del Mediterraneo evidenzi sempre più le sinistre caratteristiche da hot spot, con segnali di cambiamento climatico anche più rapido e profondo rispetto alla media dei trend dell’intero pianeta, lo ebbi chiaro quando riuscii a mettere le mani sul sesto report del Working Group II dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), ovvero il Gruppo intergovernativo che dal 1988 studia il riscaldamento globale per conto delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), indagando impatti, rischi futuri e opzioni per ridurre la velocità con cui si sta verificando il cambiamento climatico. Il documento, risalente al febbraio 2022, si concentra sulla valutazione di alcuni aspetti chiave: a) gli impatti dei cambiamenti climatici, su scala globale e regionale, sugli ecosistemi, sulla società, sulle infrastrutture, i settori produttivi, le culture e le città; b) la vulnerabilità e i rischi futuri sulla base di differenti scenari di sviluppo socioeconomico (gli Shared Socioeconomic Pathways – SSP); c) le diverse azioni di adattamento, sia quelle già in atto sia quelle da porre in essere con un’analisi della relativa efficacia, fattibilità e limitazioni; d) il successo dell’adattamento in relazione all’indispensabile capacità di mitigazione, da attuarsi attraverso la rapida riduzione delle cause che determinano un così rapido cambiamento climatico, ovvero le emissioni di gas climalteranti in atmosfera, che in questi ultimi decenni hanno raggiunto valori mai così elevati negli ultimi ottocentomila anni. Uno degli effetti è che non solo le temperature mostrano un inquietante trend di crescita, ma si evidenzia una modifica importante anche nei regimi di precipitazione: sull’intero bacino del Mediterraneo è evidente come le piogge siano in diminuzione, specialmente nei periodi estivi, ma allo stesso tempo i valori estremi delle stesse stanno aumentando, sia come frequenza di occorrenza sia per modalità e intensità. In sostanza, si potrebbe dire che in generale piove di meno, ma quando piove… piove di più, e in tempi rapidissimi.
Il primo impatto di questa modifica di regime è rappresentato dall’aumento delle condizioni di rischio idrogeoogico-idraulico. Nel contempo, però, la diminuzione delle piogge estive causa un aumento dei periodi di siccità, con conseguenze che potranno risultare drammatiche per quanto concerne la disponibilità di acqua. E le proiezioni a medio e lungo termine parlano chiaro: temperature molto elevate d’estate potranno susseguirsi, più di quanto accada già ora, per molti giorni di fila, causando un aumento della frequenza delle ondate di calore, con gravi impatti sulla salute delle persone, soprattutto quelle più vulnerabili, e sugli animali, insieme alla crescita dei consumi di energia per rinfrescare le abitazioni con un ulteriore impatto sugli ecosistemi, la biodiversità, l’agricoltura, la produzione di cibo.