L’abruzzese Aliprandi torna con i suoi versi e dialoga con il tempo

CITTÀ SANT’ANGELO . La parola calata nel quotidiano, nel contingente, nutrita d’immediato e ordinario, ma poi salvata con la forza trascendente della poesia. Si potrebbe sintetizzare così il percorso...
CITTÀ SANT’ANGELO . La parola calata nel quotidiano, nel contingente, nutrita d’immediato e ordinario, ma poi salvata con la forza trascendente della poesia. Si potrebbe sintetizzare così il percorso effettuato da Luigi Aliprandi, poeta di Città Sant’Angelo, tornato alla pubblicazione dopo 25 anni con la raccolta dal titolo “Poesie del tempo ordinario” (Samuele Editore). Come era accaduto per “La sposa perfetta”, la promettente raccolta di versi che nel 1998 vinse il Premio Frascati, anche in questo caso ci troviamo di fronte a un canzoniere amoroso, nel senso che l’ispirazione alla lirica muove dal rapporto con un “tu” vissuto come desiderio e fine. Sennonché per Aliprandi il tema amoroso costituisce, più che un punto di arrivo, una partenza, un porto da cui riprendere il tentativo di indicazioni più profonde sull’esistenza. È come se dopo un quarto di secolo Aliprandi volesse fare il punto su se stesso, sul mondo e in fondo sulla vita, sempre attraverso la poesia. Ne viene fuori un libro polivalente, che cattura, che ammalia anche con la sua onestà intellettuale, ricordata da Alberto Bertone nella prefazione, quando lo studioso rievoca la celebre espressione di Saba sul bisogno di “fare poesia onesta”. Un libro che diventa soprattutto l’occasione per un dialogo autentico con se stessi e con il tempo. Un dialogo anche con la poesia, di cui si riscopre l’inutilità che si fa utile, e che le consente di riconquistare un proprio orgoglio, quasi una funzionalità. Poesia di realtà e corpo, quella di Aliprandi, in cui si fanno i conti ogni volta con il momento presente, spesso nutrito dalla presenza-assenza di una donna che assomiglia molto alla messaggera divina di Montale, se non proprio alla nemica di D’Annunzio. E di Montale Aliprandi ha il vezzo prosastico, la riduzione del sacro e dell’aureola poetica, per così dire, almeno dell’ultimo Montale, un riferimento che rende ancora più veri i versi e dunque più vera la lettura.