“L’Abruzzo in festa”, quando l’antropologia si fa immagine

7 Ottobre 2019

Spaccato del ricco patrimonio folclorico fuori dai clichè nel lavoro fotografico  durato dieci anni di Roberto Monasterio, con testi della studiosa Omerita Ranalli

PESCARA. Sessantacinque tra feste e riti popolari d’Abruzzo scelti, documentati, narrati. Pronti da consegnare alla storia prima dell’ultimo colpo di spugna per mano della globalizzazione. È il percorso, lungo dieci anni di lavoro, che ha seguito Roberto Monasterio nel dare alle stampe il suo racconto originale, contemporaneo, dell’ “Abruzzo in festa”.
Uno spaccato del ricco patrimonio folclorico abruzzese in cui il fotografo pescarese, firma storica di Carsa Edizioni, ha lavorato «con stupore ed emozione continua , a volte inaspettate e per questo ancora più intense, in modo particolare davanti ai riti più antichi e sedimentati nel tempo».
«Un’esigenza personale», scrive nella presentazione al libro. «Dopo 30 anni dedicati a fotografare con passione i meravigliosi luoghi di storia, arte e natura in Abruzzo, mia terra natale, mi sono reso conto che il lavoro di fotografo editoriale, fino ad oggi, mi ha portato a documentare quasi esclusivamente il territorio, modellato da una natura forte e aspra. Da questa riflessione è nata l’esigenza, tutta personale, di cercare gli uomini e le donne che vivono da sempre questo territorio e che per farlo hanno dovuto adattarsi alla sua natura e agli eventi della storia che vi si è svolta». Il volume, di 168 pagine, propone in successione immagini dalle manifestazioni più note a quelle meno documentate guidando il lettore in un percorso organizzato secondo il ciclo calendariale e accompagnato dai testi di Omerita Ranalli, antropologa culturale. Superfluo dire dell’alta qualità della fotografia, «volutamente» a colori per contestualizzarne l’attualità, precisa il fotografo autore di quello che definisce lo «spaccato di un patrimonio intangibile piuttosto che un libro fotografico in quanto tale». Per la copertina Monasterio ha sintetizzato il discorso con la Pupa di Cappelle, il fantoccio di cartapesta dalle sembianze di donna tipico del folclore centro meridionale, che balla fino ad esplodere in fuochi d’artificio.
«È il simbolo che chiude e riassume tutte le feste popolari abruzzesi, un patrimonio immateriale ricchissimo e spesso poco conosciuto», considera Monasterio. «Molte delle feste e dei riti documentati nel libro», racconta, «li ho scoperti andandoci per la prima volta, mi sono preparato sui testi degli storici, De Nino e Finamore, poi i contemporanei Giancristofaro e Micati. Ogni volta ho cercato l’aura originaria che li rende unici ancora oggi, manifestazioni che vengono da molto lontano. Nelle acque del Liri, a Civitella Roveto, andavano a bagnarsi già i guerrieri marsi per propiziarsi il futuro. Tutti i fuochi di solstizio, dal San Giovanni alle farchie di Fara Filiorum Petri per il Sant’Antonio Abate, rivelano una radice comune e pagana. Di derivazione pre cristiana anche il rito dei serpari di Cocullo e il culto della dea-maga Angizia a Luco dei Marsi. Identità complesse e ricchezza culturale straordinaria che si rischia di snaturare laddove il sentimento di appartenenza al territorio vacilla. L’aiuto degli antropologi può servire a conservare quell’identità in evoluzione».
Acqua, fuoco, santi e madonne indagati con metodo scientifico. “Abruzzo in festa” sarà presentato il 22 ottobre al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, da Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca. E un elogio, in prefazione, arriva da Giovanni Tavano, direttore artistico di Carsa: «Una metodologia di lavoro serissima, faticosa perché piena di studi, severa perché nulla concede alla spettacolarizzazione superficiale, alla «foto ad effetto», alla ripetizione di quei tic e di quei cliché così distintivi dei tanti fotografi anche tecnicamente abilissimi, ma privi di capacità di analisi antropologica. Pur in una prospettiva di ricognizione sistematica e tassonomica senza omissioni, Monasterio ha compiuto inoltre la scelta di scovare e documentare con particolare ostinazione soprattutto le manifestazioni rituali meno spettacolarizzate dal successo turistico, più “discoste”, meno compromesse, per quanto possibile più “originarie”, pur se l’ambiguità di questo concetto è ormai palese. Un lavoro destinato a restare una pietra miliare nella documentazione e nello studio del folclore rituale abruzzese, già pronto e maturo per passare direttamente dalla cronaca alla storia».
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