L’esistenza sospesa della tribù senza nome negli scatti di Remigio

23 Marzo 2017

Debutta in Italia, al Mediamuseum di Pescara, il reportage della fotografa ortonese sugli “ultimi” della Tanzania

di Lalla D’Ignazio

PESCARA

«U. n giornalista non è solo un rigoroso traduttore di informazioni, ma anche un cantastorie. La voce di chi non ha voce. Gli occhi di chi non può o non vuole vedere. Ha la possibilità e la capacità di potersi fermare. Fermarsi a riflettere, osservare, parlare, ascoltare e ascoltare. E questo ho scelto di fare in questi anni di vita in Tanzania». Romina Remigio – fotoreporter 35enne di Ortona con l’obiettivo puntato sul mondo lontano dai riflettori dei media – la vede così. E da quella mission e da quel viaggio è scaturito “Tribe No Name”, un progetto di reportage iniziato nel 2012, quando la fotografa e giornalista abruzzese è venuta a conoscenza di una tribù ancora sconosciuta, emarginata, isolata all’interno di una foresta a 2200 metri di altitudine, sulle montagne dell’Udzungwa, in Tanzania. L’ha raggiunta e da allora si ferma mesi con essa, fotografandone l’esistenza sospesa in un rigoroso bianco e nero che restituisce densità ai volti e profondità ai luoghi.

La Fondazione “Edoardo Tiboni” ha portato per la prima volta in Italia in maniera integrale la mostra fotografica “Tribe no name”, che domani alle 17 sarà inaugurata al Mediamuseum di Pescara, alla presenza di Maurizio Di Schino, giornalista e inviato di Tv2000, mentre sabato, 25 marzo, sempre alle 17, si terrà una presentazione critica della mostra a cura di Silvano Bicocchi, direttore del dipartimento Cultura Fiaf (Federazione italiana Associazioni fotografiche) e di Bruno Colalongo, Semfiaf.

I tanzaniani delle tribù vicine li chiamano i “Watoto wa Mateso”, i figli del dolore. Una tribù di oltre 800 individui affetti da una rarissima forma di epilessia e, a causa delle reazioni provocate dalla patologia, considerati posseduti dal demonio e per questo ammazzati e scacciati. Di conseguenza si sono rifugiati sempre più all’interno di foreste impervie sulle montagne vicine. E così hanno continuato a vivere senza alcuna dimensione temporale. Il futuro non esiste, tutto viene considerato e si misura a partire dal momento presente. L’intensità della pioggia, come lancette di un orologio, segna le stagioni, quindi il lavoro dei campi e la “kifafa”, la malattia, definiscono il tempo della vita. Ogni gesto, ogni rito è sacro e per questo interpretato dal “baba mkubwa”, il capo villaggio, e dai guaritori-stregoni. Le tradizioni, le tecniche di coltivazione si sono fuse con i racconti tramandati oralmente. La causa che genera la “kifafa” è un parassita che creando una grave infezione cerebrale genera attacchi di epilessia. Inoltre ci sono cause genetiche dovute alla consanguineità e al forte abuso di alcol.

«9920 sono i chilometri che in 38 ore di viaggio ho percorso e percorro in aereo, fuoristrada e a piedi per arrivare da questa tribù», racconta Romina Remigio. «Da anni vivo stabilmente per oltre 4 mesi l’anno con loro per studiarli, fotografarli e anche aiutarli. Sono riuscita attraverso dei farmaci a evitare i grossi traumi e le cadute. Si è istaurato un rapporto forte di fiducia che ha soppiantato il sentimento iniziale di paura. Sono stata la prima bianca che hanno visto. Solo il capo villaggio, in quanto protetto da un potere divino, può avere rapporti con le altre persone».

La prima volta che la fotoreporter è arrivata da loro, accompagnata dal figlio del capo villaggio dopo aver percorso ore a piedi fino all’arrampicata finale della montagna, «si sono chiusi nelle loro capanne spaventatissimi», ricorda. «Dopo 5 giorni e una riunione con il capo villaggio, che considerava la mia venuta un dono di Dio, i bambini per primi e poi le donne hanno iniziato ad avvicinarsi e a studiarmi. I miei capelli ricci hanno stimolato la loro curiosità. Armata solo di pazienza e grandi sorrisi ho iniziato la mia vita con loro, fatta di una quotidianità semplice. Vivo in una capanna che negli anni mi sono sistemata. Partecipo alle loro feste, ai loro riti di nascita e di morte e la sera, proprio come facevo da bambina con i miei nonni, mi metto comoda insieme ai bambini ad ascoltare i racconti tramandati dagli anziani».

Il suo lavoro è un reportage sociale e, soprattutto, antropologico. «Sono appena rientrata dal Tanzania e dopo 5 anni posso dire che potrebbe essere completo, anche se è così vasto l’argomento che credo sia un lavoro che accompagnerà tutta la mia vita».

Tribe No Name ha già vinto numerosi premi nazionali e internazionali ed è stato pubblicato sul National Geographic America. Parte è stato esposto a Miami, Boston e Tokyo.

Romina Remigio, laureata in Scienze della comunicazione, fotogiornalista professionista, da anni si occupa di reportage sociale e culturale. Ha collaborato con Grazia Neri, l’Associated Press e con diverse agenzie nazionali e internazionali, come la sezione di antropologia del National Geographic America. Negli anni si è affermata nel panorama giornalistico come osservatrice ed esperta del continente Africa: dallo studio antropologico e sociale di tribù sconosciute al rapporto islam-cristianesimo. Le sue foto sono state esposte in Italia, Arles, Madrid, Barcellona, Londra, Berlino, Budapest, Boston, Chicago, Portland, Cape Town, Dar Es Salaam, Nairobi e Addis Abeba. A febbraio 2010 ha pubblicato il libro fotografico: “I care Tanzania, (storie di vita donata)”, il cui ricavato è stato devoluto per la costruzione di un asilo e di una scuola superiore in Tanzania. A novembre 2010 è uscito un altro suo libro: “ Una goccia d’acqua (Inside Senegal).

La mostra sarà aperta fino all’ 8 aprile, dal lunedì al venerdì 10.30 - 12.30 e 17-19, e il sabato 10,30 -12,30.

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