L’essenza dei luoghi nel bianco e nero di Maurizio Anselmi

Il fotografo presenta con una mostra a Teramo il volume sul Gran Sasso, «passione contagiosa»
TERAMO. «Questo libro è una festa per gli occhi per chi conosce bene il Gran Sasso, ma anche per chi non sa nemmeno dove sia. Escursionisti e alpinisti, nello sfogliare le sue pagine, si possono soffermare sulle vette, sulle rocce, sui sentieri che conoscono o dove vorrebbero andare. Agli altri il libro insegna la magìa della “Grande Pietra” e regala la voglia di venire in Abruzzo per vederla. Infine queste immagini dell’amico Maurizio sono una scuola di composizione e di gusto. Chi ama andar per montagne, e racconta per immagini le sue piccole o grandi avventure ad alta quota, dovrebbe studiarlo una pagina e una immagine dopo l’altra, con attenzione. L’arte della fotografia, come la passione per i monti, può essere contagiosa». Parola di Stefano Ardito, uno che dalla montagna – e dal racconto di essa per parole e immagini – si è fatto contagiare e parecchio.
L’alpinista e scrittore firma la prefazione del nuovo pregevole volume fotografico di Maurizio Anselmi “Gran Sasso d'Italia-L'Essenza dei Luoghi” pubblicato da DeSiena Editore, con testi di Sandro Galantini, che verrà presentato a Teramo sabato, 14 dicembre, nella sala Polifunzionale “Cristina da Pizzano” di via Comi a alle ore 16.30, con a seguire (ore 18.30) l’inaugurazione all'Arca-Laboratorio per le Arti contemporanee in corso San Giorgio di una avvolgente mostra delle foto pubblicate, a cura dello stesso autore e dell'associazione Big Match .
Anselmi (Teramo, 1957) “vive” di fotografia, nel senso che è un fotografo professionista e un artista che comunica attraverso le sue immagini. La montagna è entrata nel suo obiettivo e lo ha rapito da qualche anno ormai. Lui scatta dalla fine degli anni 70’ partendo dalla fotografia etnoantropologica, laureandosi al Dams di Bologna e collaborando con Roberto Leydi con ricerche a Creta e sul meridione d’Italia. A metà degli anni 80 inizia l’attività di fotografo pubblicitario e di moda, le sue immagini compaiono sulle maggiori riviste nazionali ed internazionali. Parallelamente all’attività professionale continua la sua ricerca in ambito culturale incentrata in gran parte sul patrimonio artistico abruzzese.Dal 2003 al 2007 è fotografo dell’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e della rivista “ABC Abruzzo Beni Culturali”. E poi pubblica libri, realizza mostre, i suoi “Ritratti di Pastori” vengono pubblicato a livello internazionale su sito Hasselblad e nel 2014 il Corriere.it pubblica 30 sue immagini (“Se l'Abruzzo sembra il Tibet-foto magiche”) con un record di visualizzazioni. Alcune delle immagini verrano riprese dalla popolare trasmissione “Crozza nel paese delle meraviglie” per illustrare le bellezze dell'Abruzzo.
Ed è tornato al “suo” bianco e nero, il suo mood, quello che tra ombre e luci sa restituire volti scavati dal tempo di pastori e montagne. Così all’alba, che ci sia il sole a spaccare i sassi o la neve a imbiancarli, Anselmi parte con la sua macchinetta fotografica e sale da Teramo, sale su per i paesetti semideserti, supera gli stazzi e sale ancora, per cogliere il Gigante e i suoi merletti sotto ogni luce, ammorbidito dalle nuvole, minaccioso di pioggia, ogni vetta, ogni cresta aguzza, sentiero erboso, e all’ombra di faggete e castagni, passo dopo passo fino a che gli alberi si diradano e la montagna si scopre, maestosa, sotto raggi abbacinanti che scolpiscon profili e i grigi che li scavano.
Anselmi perché questo libro?
Questo libro nasce da un lavoro degli ultimi cinque che si distacca da quello che ho fatto prima per il Parco, è un progetto di ricerca personale in cui il ruolo fondamentale ce l’ha il bianco e nero, che io definisco la mia lingua madre che ho ripreso a parlare dopo anni di colore, sì sono tornato nella mia nicchia personale per recuperare il bianco e nero.
Scrive Ardito nella prefazione: “Nell’immaginario di chi ama la montagna, occupano uno spazio importante le foto a colori che celebrano grandi exploit d’avventura (...). Ma se si vogliono raccontare gli spazi, le forme delle cime, i panorami, le nuvole e i temporali in arrivo, il bianco e nero resta una forma di espressione straordinaria”. È a questo che lei voleva arrivare?
Il bianco e nero coglie l’essenziale dei luoghi che, se sono sempre gli stessi dal punto di vista fisico – una cima è sempre “quella” cima – variano e mutano continuamente sotto il cielo, avrai sempre una vista diversa, è una mutazione continua dello stesso luogo. E poi io cerco di arrivare all’essenza, a togliere più che a mettere. Selfie e telefonini ci hanno abituato all’eccesso, alla ricchezza di colore, io invece torno al minimo, tendo al minimalismo, all’essenza e il bianco e nero diciamo che aiuta molto, direi che è fondamentale.
Nel raccontare maggiormente la montagna?
Perché è l’essenza delle forme, delle linee, delle prospettive. È tutto più minimale: le nuvole si caricano, i colori si contrastano, è un altro linguaggio. Il mio è privo di mezzi toni, lo voglio contrastati, bianchi molto forti e neri molti forti.
Scrive ancora Ardito: “Ogni giorno, in tutto il mondo, milioni di persone scattano miliardi di immagini. Le foto degli smartphone sono una forma di democrazia al lavoro”. In che stato di salute pensa che sia la fotografia oggi?
Sicuramente ha raggiunto il suo livello massimo di “democraticità”, è fruibile per tutti, ma da strumento alla portata di tutti a farne linguaggio è un’altra storia. I contenuti del linguaggio si devono cercare per fare comunicazione se si vuole comunicare e fare arte se si è artista.
Ha nuovi progetti? Il suo obiettivo continuerà a frequentare l’alta quota?
In alta quota ci andrò ancora, il discorso con la nostra montagna non è concluso, ma mi dedicherà ancora al nostro territorio con un altro progetto, sempre in area montana, ma differente.
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