«La felicità si costruisce con la fatica»

28 Settembre 2017

L’incipit del libro: Flavia aprì gli occhi, una mosca si era appoggiata sul finestrino dalla parte opposta del vetro

Flavia aprì gli occhi, una mosca si era appoggiata sul finestrino dalla parte opposta del vetro. Sentì un sospiro e poi il secondo... fermo un attimo, disse una voce alle sue spalle. Il corridoio della carrozza otto si stava riempiendo. I passeggeri erano fermi in fila ammassati uno accanto all’altro e i bambini nascosti dai corpi degli adulti. Una donna sulla settantina, una donna rotonda col naso schiacciato dalle guance piene, vestita di blu e avvolta in una sciarpa chiara, spingeva per passare avanti. Chissà perché i vecchi sembravano andare sempre di fretta, in strada, al supermercato, alle poste, perfino su un treno che avrebbe aspettato altri dieci minuti prima di partire.
Quando Flavia distolse lo sguardo, quella frase ricomparve. Tesoro mio: la felicità si costruisce con la fatica. Come pure la scena di lei e sua madre in balcone, il quartiere stranamente silenzioso e accovacciato nel buio il cicaleccio dei grilli. Ti ho trovato un lavoro, le aveva detto. Odio chiedere favori alla gente, stavo quasi per lasciar perdere, ma all’ultimo è saltato fuori un posto da segretaria nello studio di Mazzarella, hai appuntamento martedì al Policlinico. Ti prego, niente jeans, meglio se metti un paio di pantaloni, te li do io.
Anche se resisteva alla tentazione di fumare da giorni, Ambra le aveva chiesto un tiro. Quel gesto serviva per condividere una cosa qualsiasi con sua figlia. Da quando avevano deciso di non pagare la seconda rata dell’università cenavano ognuna per conto suo e si scambiavano frasi brevi da una stanza all’altra.
Quella sera in balcone Flavia si era aggrappata alla mamma e aveva respirato il suo profumo. D’accordo, va bene. Anche i pantaloni al posto dei jeans?, aveva chiesto Ambra. Anche quelli, aveva risposto lei. Gli ultimi mesi le erano apparsi lontani, ci aveva ripensato come se fossero durati un attimo, il tempo di uno sguardo che torna dolce.
Ma adesso la domanda era: come avrebbe fatto a dirle che Mazzarella l’aveva cacciata dallo studio? Non era colpa sua. La mattina arrivava puntuale, la sera alle sei prendeva la sua roba e scappava via. Mai una volta che l’avesse ripresa sul lavoro. Si trattava di un ricatto, era ovvio, ma aveva il terrore che Ambra ricominciasse a non parlarle.
Quando la voce registrata annunciò la partenza e pregò gli accompagnatori di scendere, Flavia si accorse che il posto accanto al suo era libero. Un miracolo. Al di là del tavolo in formica si stavano accomodando due anziani. Dovevano essere marito e moglie da come lei redarguiva lui, metti il cappotto su, abbassa la suoneria del cellulare, siediti più in là. Un uomo grinzoso e una donna che in passato era stata bella, con gli zigomi ancora alti, sgualciti dalle rughe, e gli occhi liquidi di un azzurro tiepido. Flavia era seduta nel senso opposto alla marcia. Mentre il treno prendeva velocità, ebbe l’impressione di non procedere verso l’orizzonte ma al contrario di essere in faccia a un orizzonte che avanzava contro di lei. Desiderò cambiare posto perché quella prospettiva indeboliva il senso della sua fuga. Per uno strano effetto ottico le sembrava di tornare indietro, aveva un disperato bisogno di scappare invece.
Sospesa nel cielo, una distesa di fili elettrici si intrecciava in un groviglio di linee. Lentamente i binari si lasciarono la stazione alle spalle, attraversarono le distese brulle della periferia romana e le praterie, che si allungavano spelacchiate verso i palazzi in fondo. Sui filari di pioppi, che si preparavano a perdere la chioma, le foglie erano gialle. Quando il treno avanzò dentro una galleria, sulla superficie annerita del vetro si compose il riflesso dei passeggeri.
Flavia si aggiustò i capelli dietro l’orecchio. Il tentativo di volumizzarli asciugandoli a testa in giù non aveva lasciato tracce. A differenza dei ricci della madre, spessi e scuri, i suoi capelli erano sottili sottili, impermeabili all’umidità e resistenti alla lacca. Con quella piega poi, un taglio pari fino alle spalle, aveva la sensazione di somigliare a una studentessa in divisa. Il colore degli occhi era identico a quello di Ambra, castano miele striato da venuzze dorate. La carnagione di Flavia non era olivastra ma chiara e incline ad arrossarsi al primo freddo. Aveva spalle ben disegnate, la vita stretta, il seno piccolo e labbra polpose. Il chiodo di pelle che portava addosso era di Ambra, lo aveva riesumato dall’armadio anche se era più grande di qualche taglia. Con quella giacca fuori misura dava l’impressione di essere un po’ trasandata. Non che non tenesse al suo aspetto. Vestiva con uno stile sobrio, maglioni girocollo per lo più, jeans a zampa e Converse.
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