«La follia non è creatività, ma grande sofferenza»

16 Settembre 2015

Lo psichiatra Moschetta e la studiosa Valeriano e i perché del no al festival di Veneziani a Teramo

TERAMO. «Alla fine di questo festival i teramani avranno capito che il disturbo mentale è sofferenza e dolore? O penseranno che sia genialità, creatività, arte?».

A conclusione delle 4 giornate del Festival della Follia l'interrogativo è posto dallo psichiatra Saverio Moschetta e dalla studiosa Annacarla Valeriano. Moschetta, per molti anni direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl di Teramo, è stato per oltre un ventennio, dal 1991 al 2013, primario dell'ospedale psichiatrico di Teramo, nonché responsabile della deospedalizzazione e chiusura del manicomio, avvenuta il 30 marzo 1998.

Valeriano ha pubblicato nel 2014 con l'editore Donzelli un volume che ha ricevuto premi e attenzione nazionale, “Ammalò di testa. Storie dal manicomio di Teramo (1880-1931)”, ricostruendo da fonti inedite le vicende della struttura e vite dimenticate. Moschetta e Valeriano, l'hanno notato molti in città, erano assenti nella manifestazione ideata dal giornalista e scrittore Marcello Veneziani, organizzata dalla cooperativa 3M col sostegno della Fondazione Tercas (25mila euro) e il patrocinio del Comune.

Eppure erano stati invitati, ma entrambi hanno risposto no. Perplessità sull'impostazione dell'iniziativa e sullo stesso nome, Festival della Follia. «Ognuno è libero di scegliere il titolo che vuole», precisa il professor Moschetta. «Peraltro il termine follia nel linguaggio specialistico già dagli anni Trenta non indica più la malattia mentale. Oggi si parla di disturbi psichici. Capisco che invitare Sgarbi e Crepet a parlare di arte e follia, eros e follia, possa risultare interessante per la città. Mi va benissimo, però si doveva tralasciare il manicomio, una struttura dove non c'erano genialità e creatività bensì dolore». Inoltre, secondo l'ex primario, non vi sono prove scientifiche di un rapporto tra disturbi psichici e genialità, né in arte né in filosofia: «Non esistono filosofi pazzi. Nietzsche quando diventa pazzo, in tarda età, non produce più nulla. La filosofia è sempre stata espressione della razionalità. Non è trasgressione del pensiero. E non lo è la follia, che è un disturbo».

«E il disturbo mentale non produce carriere», aggiunge Valeriano, «e non può essere oggetto di un festival. I festival attengono a una dimensione gioiosa. La follia che ho conosciuto nelle cartelle cliniche attiene a una dimensione di profondo dolore, di esclusione, annullamento dell'identità. Parliamo delle vite vere di migliaia di persone, e non di stereotipi che possono essere semplificati all'interno di salotti mondani, in una cornice che nulla ha a che fare con la sofferenza reale».

Ma perché allora non contestare dall'interno, partecipando, impostazione e contenuti della manifestazione anziché declinare l'invito? «Ero stato invitato alla tavola rotonda sul recupero del manicomio. Dovevo ripetere ciò che vado dicendo dal 1998?» chiede Moschetta. «Il dibattito sul recupero della struttura iniziò 10 giorni dopo la dismissione. Sono stati creati gruppi di lavoro, fatte proposte. Esistono i progetti, mancano le risorse. Se il Comune voleva veramente riportare l'attenzione sulla struttura doveva invitare il presidente regionale D'Alfonso, impegnatosi a più riprese a trovare i soldi». Aggiunge Valeriano: «Non aveva senso buttare nel calderone di una manifestazione, che non veicola un messaggio chiaro, studi e ricerche che attingono a materiali complessi, dolorosi, oserei dire sacri. Si rischiava di calpestare la dignità di persone ferite, che hanno sofferto profondamente. Né credo che in 4 giorni si possa familiarizzare col disagio mentale. Non si supera lo stigma parlando di tutto fuorché della follia». La critica si appunta anche sulla posizione di Veneziani sulla legge Basaglia, abrogativa nel 1978 dei manicomi: «Non è giusto infangare la memoria di Franco Basaglia, definendo gli effetti della sua riforma devastanti. La 180 è una delle leggi italiane più studiate all'estero. L'Italia può essere fiera dell'assistenza psichiatrica intervenuta con quella legge», osserva lo psichiatra. «Né si può accomunare il manicomio di Bisceglie (città di Veneziani, ndc) a quello di Teramo. Bisceglie era il più grande ospedale psichiatrico del Sud, nel 1990 aveva 2mila ricoverati, e nel 1998, quando doveva essere chiuso, gli ospiti erano 921. A Teramo dal 13 maggio 1978 non è stato ricoverato più nessuno, rispettando la legge. La popolazione si è poi via via ridotta, da 264 ospiti. Abbiamo creato 9 comunità alloggio, ci sono stati accoglimenti in famiglia, in casa di riposo e, per chi aveva ancora patologie, ricoveri in residenza sanitaria assistita. La chiusura a Teramo è avvenuta secondo la legge, con i complimenti degli ispettori del ministero».

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