La gratitudine verso il poeta Vittorio Clemente

Negli anni ’60 fu ospite frequente a Teramo: suo un giudizio sprezzante su D’Annunzio
TERAMO. Il legame di Pier Paolo Pasolini con l’Abruzzo si riannoda soprattutto all'incontro col poeta dialettale Vittorio Clemente e alle frequenti visite nella regione negli anni Sessanta, già intellettuale affermato, alla ricerca in provincia della genuinità sparita nelle città. Vittorio Clemente (1895-1975), originario di Bugnara, nell’Aquilano, tornato dalla Grande Guerra insegnò nelle scuole elementari di alcuni paesi abruzzesi per diventare poi direttore didattico a Teramo e ispettore scolastico a Roma e Rieti.
Nella capitale strinse legami con intellettuali e poeti, scrisse su alcune riviste e pubblicò nel 1949 la raccolta di poesie dialettali “Sclocchitte". La silloge colpì il giovane Pasolini, che scrisse la prefazione alla successiva raccolta di Clemente Acqua de magge e il profilo critico del poeta abruzzese nell'antologia Poesia dialettale del Novecento (Guanda, 1952), curata con Mario dell'Arco. Nella prefazione scrisse: «La poesia migliore della letteratura abruzzese sarà Acqua de magge di Clemente, poiché l'Abruzzo ricompare di scorcio, divenuto l'assolata, echeggiante terra di una personale infanzia». Oltre all’ammirazione per il poeta, Pasolini nutrì per Clemente profonda gratitudine per il decisivo aiuto a trovare lavoro nella capitale. Nel 1950, perso il posto di insegnante (e l’anno prima espulso dal Pci), Pasolini si trasferì da Casarsa a Roma con la madre Susanna Colussi. I primi anni furono duri, finché il poeta non trovò lavoro come insegnante in una scuola di Ciampino proprio grazie a Clemente, ispettore scolastico.
La gratitudine di Pasolini per il poeta abruzzese è espressa nelle righe scritte in Ritratti su misura di scrittori italiani (a cura di Elio Filippo Acrocca, Sodalizio del Libro, 1960): «Nei primi mesi del 1950 ero a Roma con mia madre. Ero disoccupato, ridotto in condizioni di vera disperazione: avrei potuto anche morirne. Poi, con l'aiuto del poeta in dialetto abruzzese Vittorio Clemente trovai un posto di insegnante in una scuola privata di Ciampino, a venticinquemila lire al mese».
Negli anni Sessanta, ormai famoso, Pier Paolo Pasolini venne spesso in Abruzzo, soprattutto a Teramo, invitato tra anatemi degli ambienti ecclesiastici e democristiani dalla Fgci, dal Centro culturale Gramsci, da giovani militanti, intellettuali e organizzatori culturali comunisti e non, Pasquale Limoncelli, Piero Tempesti, Giammario Sgattoni, Riccardo Cerulli, Silvio Carone, Giuseppe Lettieri, Vincenzo Rofi, Umberto Araclio. La sua prima visita a Teramo il 21 novembre 1960 (tornò l’anno seguente e molte altre volte, anche in provincia). Di quella prima volta si ricorda il giudizio tranchant su Gabriele d’Annunzio alla domanda di una delle cinquecento persone accalcate nel cineteatro Apollo, «pessimo uomo, pessimo soldato, pessimo poeta», insieme alla cronaca da lui scritta per il quotidiano Il Giorno nella rubrica Il racconto della domenica, dal titolo Un giorno a Teramo.
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