«La legge sul fine-vita è dignità»

Il giudice del tribunale dell’Aquila presenta il suo saggio: «La società è pronta»
«I malati (non è neanche vero che sono pochi), come anche i loro familiari, non possono essere ignorati, lasciati in balia di loro stessi e del loro dolore nelle situazioni estreme del fine-vita. Le istituzioni non devono compiere alcun atto di eroismo. È necessario però avvertire l’urgenza e l’indifferibilità del decidere, esattamente come il malato terminale, che solo qualche tempo prima non ha mai neanche riflettuto sulla tematica del fine-vita e che, improvvisamente, si trova a dover fare scelte estreme e inappellabili. Il legislatore deve trovare il coraggio e la forza di intervenire». Marco Billi è un magistrato, la legge per lui dunque è la bussola per una società civile. Una considerazione che sembra attraversarlo anche come uomo, pienamente immerso come è nell’analisi dell’esperienza umana. 52 anni, napoletano di nascita ma ormai abruzzese di adozione, giudice nei tribunali di Teramo, Sulmona, L’Aquila (qui ha firmato la sentenza di primo grado di condanna nel 2013 dei 7 scienziati della commissione Grandi Rischi con l’accusa di aver sottovalutato il rischio sismico nel terremoto del 2009) Billi presenta oggi all’Aquila (vedere articolo a fianco) il suo saggio «estremamente divulgativo» dal titolo “Soli nel fine –vita. Il caso Cappato e la necessità di una legge”, appena pubblicato dalle Edizioni Mondo Nuovo di Pescara. Vi si parla in maniera chiara, approfondita ma fruibile al pubblico più largo possibile, di eutanasia, della necessità di una legge in materia, tema ormai “di cronaca”, quanto mai attuale anche in vista del referendum che probabilmente andrà a interrogare la società sull’argomento.
Giudice Billi come nasce questo libro?
Ne faccio cenno nella prefazione. Quando mi trovavo più o meno a metà del lavoro ho iniziato a chiedermi quali fossero le ragioni profonde del mio interesse alle questioni giuridiche trattate. In realtà la mia attenzione alla materia è iniziata seguendo, nelle notizie di cronaca, le vicende processuali di Marco Cappato in rela zione a quelle personali di Fabiano Antoniani, conosciuto forse di più come Dj Fabo.
Parliamo della doppia pronuncia della Cassazione che avrebbe dovuto dare uno scossone al legislatore?
Sì, al processo Cappato per il suicidio assistito di Dj Fabo la Corte d’Assise di Milano solleva la questione di legittimità costituzionale e la Corte invece di dichiarare illegittima la norma rileva che ha motivi di contrasto con il quadro dei valori costituzionali e dà un anno al Parlamento per intervenire.
E il Parlamento non fa nulla...
Non si trova accordo su un tema così complicato. Quindi la Corte un anno dopo dichiara l’incostituzionalità della norma (articolo 580, aiuto al suicidio ndr). Mi colpiva il contrasto tra Corte e legislatore. Che non è intervenuto neanche ora che sono passati altri due anni. Con l’occhio del giudice e mi sono messo a scrivere per fare un punto di chiarezza: non è un libro dotto ma volutamente divulgativo.
Sono tanti gli argomenti di vita professionale per un magistrato, ma non su tutti si scrive un libro: questo sull’assenza di una legge sull’eutanasia deve averla colpita in particolare.
Ho avvertito il vuoto di riferimento come magistrato che la Corte lamentava. Ma più importante ancora il vuoto di tutela della parte – ovvero chi ritiene di voler porre fine alla propria vita ritenendo la sofferenza e la mancanza di “dignità” per sé inaccettabile – e non sa come organizzarsi in quelle situazioni. É solo. come lo sono i familiari, il medico, che poi è quello che rischia il processo penale, o qualcuno come Cappato.
La parte più umana e più dibattuta da secoli.
Sì, un tema forte, che trova le sue radici nel pensiero filosofico della storia dell’uomo: la disponibilità e indisponibilità della vita da parte dell’individuo. Coinvolge il pensiero nel mondo ancor prima della nascita del cattolicesimo. Gli antichi greci non demandavano all’uomo la vita stessa, ma la rimettevano agli dei, poi è arrivata la Chiesa per cui la vita è sacra e il suicidio, la rinuncia alla vita dono di Dio, è peccato.
Tornando alla laicità e all’attualità, lei nel libro parla del “consenziente”.
Se parliamo di trattamenti sanitari, disposizioni anticipate sono previste dalla legge: si va da un notaio e si dichiara di non voler essere “attaccato alle macchine” e vivere da vegetale. Altro è l’iniezione letale, che non si può imporre al medico. La legge consente al paziente di rinunciare ai supporti – cibo farmaci – e dunque di spegnersi nel tempo. Invece ad esempio Dj Fabo voleva decidere quando morire e aveva bisogno che gli si desse la fiala letale. Insomma” stacca la spina e non nutrirmi” lo puoi dire, non puoi dire al medico “mettimi la fialetta in bocca”. Quello che manca è l’ultimo segmento.
Lei come la pensa?
Dico che la dignità dell’uomo non va mortificata. Mai.
Gli oppositori dicono che invece l’eutanasia sia un modo per liberarsi di qualcuno che costa e “pesa”, in termini di assistenza ad esempio.
Io ribalto il discorso: io sono malato e voglio morire e sei tu che mi vuoi tenere a tutti i costi in vita, per la tua visionedella vita che per me malato è astratta, non è vita. Lo è in senso biologigo, non biografico.
L’Italia sta entrando nel vivo della campagna referendaria partita dall’Associazione “Luca Coscioni”. Lei ritiene che la società sia sensibile al tema, ne abbia profonda cognizione per decidere?
Penso che sia più pronta del legislatore sì. Non solo: è particolarmente sensibile al tema, che ormai non è lontano dall’esperienza di ognuno. Non stiamo parlando di aiutare a morire un amico che soffre dell’abbandono della fidanzata e dice di volersi suicidare, ma di situazioni importanti di sofferenza quotidiana senza rimedio, di dignità della persona. Di scelta.