«La libertà è sacra ma la satira oggi smoscia la rabbia»

18 Gennaio 2015

L’attrice teramana furente per Charlie e l’Italia «Deridiamo i potenti e poi gli lasciamo fare tutto»

di Lalla D’Ignazio

PESCARA

Ridere e far ridere le è sempre piaciuto. Usa l’ironia in scena come un vignettista usa la sua matita: tratteggia gli spigoli dell’animo umano, cogliendone in crescendo, segno dopo segno, ovvero battuta dopo battuta, le contraddizioni quotidiane, ridicolizzando rigidità, puntigli e principi “sacri” dell’uomo e della donna, seppellendoli sotto una liberatoria risata. Grazia Scuccimarra il senso della satira lo coltiva da bimbetta. E il sangue che scorre in questi giorni bui su questa forma d’arte la colpisce «non poco». Ma non sono «soltanto» i fatti di Parigi a scuotere la verve comica dell’attrice abruzzese.

. Signora Scuccimarra c'è ancora qualcosa da ridere?

«Tempi difficili per la risata. Ma non solo per la satira, anche per tanto altro. Per la democrazia in primis: sta mostrando la sua fanciullezza, è una eterna fanciulla sì, giovane, affascinante, ma fragile come si è in gioventù».

Con l’eccidio di Charlie Hedbo è stata presa di mira la democrazia?

«No, di più. Direi la libertà. Il concetto stesso di libertà, la libertà della mente e del pensiero, la sua espressione pura. È un problema profondo e bisogna reagire con altrettanta profondità, non seguendo le prime idee che circolano, l’istinto bieco, nutrendosi della schiuma del brodo. Dobbiamo dimostrare che ci è stato dato cervello. Il problema è sfaccettato. Di certo non è stata uccisa la satira, la satira deve continuare senza se, ma o però. Sono felice che il giornale abbia reagito uscendo senza perdere un numero».

Non è la prima volta, anche se forse è quella più cruenta, in cui viene attaccata la satira. Perché attaccare la satira?

«Perché fa paura. Essere presi in giro non fa piacere a nessuno, al potere men che meno, da sempre, ma anche agli adolescenti, per fare un esempio. È difficile accettare che si prendano in giro simulacri e convinzioni. La satira punge, affonda, mette in ridicolo. Toccare certi sentimenti religiosi è pericoloso. Io personalmente non ho mai utilizzato la religione, non ne ho fatto oggetto di satira nei miei spettacoli. Mai quella degli altri poi. Non so, è una forma di rispetto per qualcosa che non conosco. Magari se attacco la mia religione, che conosco anche se non sono osservante, diventa una forma di autoironia. Ne colgo vizi e finte virtù – il mio “campo” comico – e posso “giocarci”»

Scherzare con la religione può dunque essere pericoloso? Non si limita così la libertà di satira?

«Voglio solo dire che io utilizzo lo scambio alla pari per la mia “comicità” e nel campo religioso non mi butto perché non lo conosco. Non fa parte della mia cultura, ma da qui a dire che si possa ammazzare chi lo fa ce ne corre. Ero a piazza Farnese al sit in per Charlie davanti all'ambasciata francese. Oggi siamo tutti, dobbiamo tutti essere tutti Charlie. Ma le cose vanno analizzate sotto il profilo sociale. L’oscurantismo non può passare, ma bisogna affrontare il problema nella maniera meno ipocrita possibile. La manifestazione del pensiero non si uccide mai, senza se e ma. Politicamente e antropologicamente parlando dobbiamo tornare al passato: la Francia, se non aggiusta i rapporti con le popolazioni e i Paesi che ha colonizzato non verrà a capo di niente. Sento il disagio di quello che non ha fatto in questi anni. E trovo incredibili le dinamiche con cui i fatti di Parigi sono accaduti, per come ce l’hanno raccontata: è stato il circo dell’incompetenza, una ciurma di sprovveduti. Ma viva l’Italia buon dio!».

La criticissima Grazia Scuccimarra rivaluta l’Italia?

«Sono stata a Boston un mese e Roma mi è ripiaciuta parecchio, per non dire della mia Teramo: la cultura non è acqua e si vede in tutte le cose. In America non c'è senso estetico, e non è solo questione di città d’arte: i nostri negozi sulla Tiburtina lì manco in centro. E poi accoglienza e rispetto per gli ospiti zero, la puzza...»

Torniamo alla risata, cosa la fa ridere oggi?

«C'è poco di cui ridere a prescindere da Parigi. Qui da noi si ride pure troppo, meno risate e più fatti, dico io. Finchè ci divertiamo per Razzi al parlamento andiamo poco lontano, Dovremmo cominciare a prendere questa gente a calci in culo. Gli italiani si accontentano di prendere in giro i potenti e li lasciano continuare a rubare, a fare nefandezze, questi incapaci. Viviamo in un paese criminale, di cosa vuoi ridere? Ho sempre riso e fatto ridere “maltrattando” uomo e donna nel loro essere umani. Che formano poi la società. Ma la politica non mi viene in mente per far ridere o ridere... I forconi, e Renzi... per carità, sempre fortunato: la tragedia di Parigi ha oscurato la manina salva-Berlusconi. C'è un cinismo in Italia che abbraccia tutto e copre troppe malefatte. Il sorriso diventa permissività, occorre più rabbia e indignazione. Sono stufa delle battute su tutto e lo dico da 20 anni, la satira è bella, apre la mente, ma è a doppio taglio: assorbe come una spugna le reazioni».

Invece la satira può avere una utilità?

«La funzione della satira è di svegliare rivelando. Oggi la gente sa tutto, solo chi non vuole non sa e la satira ha perso metà della sua potenzialità: prima svelava quello che non si sapeva, ora tutto è scoperto, la funzione ha perso vigore nell'obiettivo finale.Almeno in Italia»

Sempre più arrabbiata e con meno voglia di ridere dunque?

«Te la fanno passare la voglia. Oddio poi no, io voglio ridere. Prendo appunti continuamente sulle stranezze umane, nonostante sia sempre più arrabbiata continuo a prendere appunti satirici che rileggo e che mi divertono. Vorrei solo che ci fosse in giro la forza di reagire a tutti i fondamentalimi, che come tali non sono dotati di senso dell’ironia.

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