La malinconia barocca di Musi manifesto dell’Europa moderna

1 Luglio 2023

Età di passaggio tra la magnificenza del Rinascimento e la rivoluzione dei Lumi Lo spirito del secolo si incarna nelle opere di Tasso, Marino, Burton e Cervantes

La mentalità del Barocco, che investì il cuore dell’Europa nella prima età moderna, temporalmente collocata tra la magnificenza dell’epoca rinascimentale e la rivoluzione dei Lumi, è al centro delle stimolanti pagine del libro Malinconia barocca (2023), che lo storico e giornalista Aurelio Musi, per molti anni professore ordinario di Storia moderna nell’università di Salerno, ha pubblicato per i tipi dell’editore vicentino Neri Pozza nella elegante collana “Piccola biblioteca”. Il Barocco – sostiene l’autore – rappresenta il segno più emblematico di una fase storica caratterizzata dalla radice del conflitto, che conduce alla modernità tenendosi per questo in equilibrio precario. E sotto questo profilo ne costituisce la manifestazione più pregnante e decisiva: il tratto dominante di una stagione fertile, «in cui è il disordine a cercare la via dell’ordine tra inganno e verità», tra istinto di sopravvivenza, anelito possente di vita e idea sovrastante di morte. Ed è proprio da questo ordito, intriso di varia e spiccata umanità, che prende corpo un certo spirito malinconico, probabilmente l’immagine più vivida di un secolo di divisioni e condivisioni, il Seicento, espressione di una vitalità barocca che può ben cogliersi nell’approccio alle più disparate rivelazioni della vita. La malinconia diviene l’epifania, per così dire, del Barocco, il punto di partenza e di approdo di un vigoroso processo sociale e politico, culturale e psicologico, che finisce per toccare le corde più sensibili del pubblico e del privato, di personaggi della storia e della cultura, come pure di “gente” del popolo: tutti colti nella loro patetica ed esplosiva interiorità.
Così, attraverso il ritmo incalzante della narrazione, Musi tratteggia con efficacia un originale quadro del Barocco europeo, vera e propria età di passaggio, nella quale si alimenta e si amplifica il contrasto tra l’illusorietà della vicenda umana e l’esperienza visionaria condotta oltre i confini della propria coscienza. È in un simile contesto, dall’evidente impronta storica, letteraria ed artistica, che riecheggiano vicende individuali e descrizioni corali di donne e di uomini di un’epoca inquieta, che si specchia nell’agone del moderno ammantato di contraddizione e dissimulazione. La civiltà del Barocco, a noi «vicina più di quanto possiamo immaginare», viene allora testimoniata nel libro dall’opera di letterati come Torquato Tasso e Giambattista Marino, scrittori a loro modo malinconici; come Robert Burton, autore di Anatomy of Melancholy (1621), espressione di una “depressività barocca” che coglie sapientemente percezioni, sentimenti ed atteggiamenti e che prova ad accomunare in un medesimo destino popolo ed élite; come d’altra parte Cervantes, che con il suo capolavoro storico-letterario, Don Chisciotte (1605), porta al centro della scena europea il lento declino di un impero, quello spagnolo, interpretando in un intreccio tumultuoso di crisi e mutamento realtà e immagini di un mondo in disordine alle radici del moderno; e come ancora Pedro Calderón de la Barca, che con La vida es sueño (1635) avrebbe dimostrato quanto la “rivoluzione” del Barocco riuscisse ad esprimere, mediante rappresentazioni sceniche a metà fra il dramma e la commedia, un chiaro carattere di massa, unificando all’interno di un comune piano esistenziale interessi dei ceti colti e sensibilità popolari.
Collusi con i meandri più arcani della sfera religiosa al tempo dimidiato della Controriforma in lotta con il protestantesimo ribelle, anche protagonisti del molteplice mondo dell’arte, del pensiero e delle idee furono travolti dalla prorompente modernità del Barocco, che veniva appunto affermandosi quale fenomeno di massa. Nel volume Musi descrive fra l’altro le esperienze della pittrice Artemisia Lomi Gentileschi, della mistica Lucrezia Barberini d’Este, del musicista Domenico Scarlatti, ma pure dei filosofi Cartesio, La Rochefoucauld, Spinoza: personaggi che disvelano, indistintamente, la matrice malinconica dei propri canoni barocchi in un’epoca di assolute discordanze. Ma è la particolare figura di Filippo IV, re di Spagna dal 1621 al 1665, detto rey planeta per la vastità del suo impero, a stagliarsi sullo sfondo storico del Barocco, a vivificare fra tenebre e squarci di intenso chiarore lo spirito eccentrico di un secolo e ad incarnare il quadro angoscioso ed instabile del vivere malinconico. La proverbiale melanconia del sovrano asburgico fu all’origine lo specchio privato di tragedie familiari, successivamente essa si tradusse tuttavia nel momento più apicale della trasfigurazione della potestà imperiale nella provvisorietà di una monarchia vacillante tra apogeo e decadenza, come assai efficacemente rivelarono, del resto, i celebri dipinti dell’artista spagnolo Diego Velázquez, vissuto alla corte di Filippo IV, che amava ritrarre con pose crepuscolari intervallate a sfondi di folgorante luce barocca.
*Docente di Storia Moderna
Università D’Annunzio