«La mia Molly è una vera star che sa di mentire»

18 Marzo 2018

“L'ultima diva dice addio”, presentazione a Lanciano del romanzo d’esordio dell’abruzzese Di Battista

Nella sua casa d'Oltrarno Molly Buck passa le notti a raccontare la propria vita a un giovane che ha incontrato casualmente sul pianerottolo. La diva, che ormai da tempo ha abbandonato le scene, sceglie questo ragazzo per ricordare e, soprattutto, per tramandare la memoria di sé. Proprio la memoria è la grande protagonista di “L'ultima diva dice addio”, il primo romanzo dello scrittore sanvitese Vito Di Battista. Il romanzo è uscito in libreria a metà febbraio con la Sem di Milano, e in questi giorni viene presentato in Abruzzo.
Ieri c'è stato un appuntamento nell'aula consiliare di San Vito Chietino, mentre oggi alle 18 un altro incontro è in programma a Lanciano, nella sala convegni della biblioteca regionale in via dei Frentani, con letture di Eva Martelli e interventi musicali di Claudia e Roberta Bucco, e Mauro di Battista.
La storia inizia con la morte di Molly Buck alla fine del 1977. Da qui si snoda il racconto attraverso una Firenze che, per l’occasione, veste i panni di città crocevia di stelle del cinema come se avesse avuto la sua Cinecittà. Il protagonista ripercorre a ritroso la vita della star del grande schermo, raccontando la genesi e lo sviluppo del rapporto che si instaura con Molly e la vita della diva, portando il lettore nei luoghi della sua infanzia, tra le amicizie, i famigliari e gli affetti dell’attrice, e ovviamente sotto le luci della ribalta e tutto ciò che ruota intorno al mondo delle stelle del cinema.
Lei ha lasciato giovanissima la provincia americana per costruire le sue fortune in Italia e in Europa, attraversando “indenne” la rivoluzione dal muto al sonoro. Lui, appena laureato, riceve il compito di scriverne la sua biografia, e vi si dedica anima e corpo, trascurando anche la relazione con la propria compagna.
Vito Di Battista, come viene concepita l'idea di questo romanzo?
In generale nasce dal fatto che volevo parlare di alcuni macrotemi, a partire da quello della memoria: come noi ricordiamo noi stessi e il nostro passato, e come decidiamo di venir ricordati. Questa era l’idea base del romanzo, e “usare” un’attrice mi è sembrato il modo più indicato per farlo.
Gli altri grandi temi della storia quali sono?
La verità, ciò che è successo e come lo vogliamo raccontare, ma anche la menzogna. L’attrice del resto è una persona che “mente”, perché veste i panni di qualcun altro, e in realtà anche quando racconta se stessa costruisce il personaggio con il quale vuole essere ricordata. Infatti non tutto ciò che Molly ha fatto viene detto, e non tutti i rapporti con altri personaggi sono chiari.
Molly Buck è stata ispirata da una persona famosa in particolare?
No: ho preferito creare un personaggio verosimile, con tratti e caratteristiche che si possono ritrovare in diverse dive del cinema, attribuendole comunque un campionario di film girati realmente che la rendesse ancora più verosimile.
C’è invece un autore o un romanzo determinante nell'ispirazione de “L’ultima diva”?
In fondo nessuno in particolare, anche perché credo che tutto ciò che leggiamo, che ascoltiamo e che guardiamo possa in qualche modo ispirarci. Se devo proprio fare un nome però faccio quello di Romain Gary (scrittore francese di origine lituana morto a Parigi nel 1980, ndc), del quale mi sono occupato nella mia tesi di laurea, e al quale c’è anche un riferimento nel romanzo, dove fa una piccola apparizione.
Qualcosa di autobiografico però c’è, come la città dove è ambientata la storia, che è quella dove ha studiato.
Qui ho vissuto per sei anni, e Firenze stessa è una delle protagoniste del romanzo. È tuttavia una scena fiorentina un po' modellata sulla Roma anni '50, una sorta di Firenze parallela dove vivono e si incontrano grandi star, come se anche questa città avesse avuto, al pari di Roma, la sua cinecittà. Il coprotagonista poi ha sicuramente dei tratti miei: diciamo che ho cercato di parlare di me stesso attraverso le parole di un altro.
Lui però è l’unico a cui non viene dato un nome, ma resta il “mio caro” con il quale Molly lo chiama: perché?
È una scelta che ha un significato allegorico: il biografo della diva mette da parte se stesso per dedicarsi esclusivamente a lei, come fosse una scatola vuota da riempire di ricordi di un’altra persona.
La scelta di ambientare l'incontro negli anni '70 a cosa è dovuta?
Volevo che la storia si svolgesse in un mondo che non esiste più, ma che non fosse lontanissimo, e comunque ancora presente nella nostra memoria.
“L'ultima diva” è la prima cosa che scrive?
È il primo romanzo che pubblico, ma in passato avevo scritto altro: una raccolta di racconti sottoposta a un agente, Marco Nardini, che però non ha avuto successo. Poi gli ho proposto questo romanzo: gli è piaciuto.
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