La realtà astratta di Alexandra Barth in mostra a Pescara

29 Febbraio 2020

PESCARA. Sì è inaugurata, ieri sera a Pescara, la mostra personale della pittrice slovacca, Alexandra Barth, nello Spazio Urban Gallery di via L’Aquila 31. La mostra è curata da Massimiliano Scuderi...

PESCARA. Sì è inaugurata, ieri sera a Pescara, la mostra personale della pittrice slovacca, Alexandra Barth, nello Spazio Urban Gallery di via L’Aquila 31. La mostra è curata da Massimiliano Scuderi per la Fondazione Zimei. Figura centrale della Nouvelle Vague di Bratislava, la Barth rappresenta una nuova figurazione che coniuga la cultura urbana al concettualismo dell’Est.
«La mia ricerca», ha raccontato la Barth a Scuderi nelle note che accompagnano la mostra, «è legata all’esperienza che ho del contesto in cui vivo e se vuoi questo può essere considerato in un certo senso politico. Il mio interesse ruota principalmente intorno alla vita che mi circonda, agli oggetti quotidiani, a come si organizzano, a come appaiono, esteticamente intendo dire. Per molto tempo la mia pittura è stata autobiografica, adesso sono molto lontana da questa dimensione. Ora la mia esperienza dei luoghi che abito è fondamentale».
«La serie che presento a Pescara», ha spiegato la pittrice, «è legata alla banalità delle cose che mi circondano, le cose infraordinarie. E’ come se volessi costruire dei monumenti a queste cose che appartengono alla mia vita quotidiana, come se fossero oggetti di propaganda del quotidiano, delle piccole cose della vita».
Che relazione ha la pittura di Alexandra Bart con l’astrazione? «Tutto deriva dalla realtà», ha spiegato l’artista, «tutto quanto si astrae come se le cose si sublimassero e ti trovassi a ridurre sempre di più la loro forma. Ed è proprio l’approccio astratto agli oggetti che mi interessa. Se tu togli i dettagli dalla realtà e ti concentri sulla logica delle cose, all’organizzazione delle architetture, ottieni l’astrazione. Non solo riducendo i colori, ma intendo come se distillassi l’essenza delle cose. Per me la relazione con il colore è strettamente connessa con il fatto che voglio concentrarmi esclusivamente sulle forme dello spazio, sulle qualità grafiche dell’architettura. Il colore distrae troppo da questo, per questo l’ho messo via, tendendo alla monocromia. Il colore porta con se altre implicazioni simboliche, altre qualità, che agirebbero sulla pittura, vedresti solo il rosso. Anche se piano piano sto riapprocciandomi al colore ed alle sue caratteristiche».
Quali sono artisti che hanno ispirato Alexandra Barth? «Sto osservando con molta attenzione alcuni pittori del passato come i costruttivisti», ha spiegato l’artista. «Ma anche la pittura metafisica come De Chirico, Morandi, che sono riferimenti molto forti per me, ma anche Hopper. Inoltre ho scoperto dei pittori americani degli anni ’30 e ’40 poco conosciuti, come Charles Sheeller che è a metà tra il fotorealismo e le influenze del Costruttivismo e del Futurismo. Nella sua pittura ci sono delle cose strane che appartengono al gusto di quegli anni, prima della seconda guerra mondiale. Come pure sono rimasta molto colpita quando ho scoperto la pittura di Kay Sage che era anche la moglie di Yves Tanguy. Una pittura molto dark e basata sul vuoto che dà la sensazione di infinito».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.