La Rivoluzione italiana secondo Bruno Vespa «Così Conte diventò premier»

Esce oggi il nuovo volume del giornalista aquilano su un anno di politica che ha per sottotitolo “Uomini e retroscena della Terza Repubblica”
Esce oggi il libro di Bruno Vespa “Rivoluzione – Uomini e retroscena della Terza Repubblica” (Mondadori - Rai Libri, 336 pagine – 20 euro).
Pubblichiamo alcuni estratti tratti dal terzo capitolo “L’incontro segreto in un hotel milanese”.
di BRUNO VESPA
«Quando sembrava che nessun accordo fosse possibile,» mi racconta Salvini «andai da Berlusconi e gli dissi che eravamo pronti ad andare al voto. Le elezioni non ci hanno mai spaventato, buone o cattive che fossero le previsioni. Fu allora che lui mi disse di provare a mettere in piedi una maggioranza con i 5 Stelle.»
Quale fu l’accordo con Salvini? Quale mandato ebbe la Lega?, chiedo al Cavaliere. «Introdurre in quello che loro hanno chiamato “contratto di governo” il maggior numero possibile di punti del programma di centrodestra.»
L’incontro segreto in un hotel milanese
Per Lega e 5 Stelle fu allora possibile mettersi alla ricerca di un premier. Quando Di Maio propose a Salvini di fare un nome tra i parlamentari eletti nel M5S, questi portò il «facciario» per visionare con Giancarlo Giorgetti, Roberto Calderoli e Gian Marco Centinaio uno per uno le donne e gli uomini pentastellati e individuare chi avrebbe potuto avere il profilo adatto. Arrivati alla lettera C, Centinaio esclamò: «Eccolo, Emilio Carelli. È l’uomo ideale. Non è un giustizialista, cosa che ci aiuta anche con i nostri alleati di Forza Italia, ed è un volto televisivo noto anche a mia mamma. Perché no?».
Di Maio informò immediatamente Carelli della sua candidatura (la stessa comunicazione gli arrivò dalla Lega), ma un paio d’ore dopo il capo politico del M5S lo richiamò per dirgli che la cosa non era andata a buon fine. Aveva parlato con Grillo, con Casaleggio, con Fico, ed erano giunti alla conclusione che il nome di Carelli avrebbe spaccato il Movimento.
(...)
Intanto Rocco Casalino raggiunse Calderoli e Centinaio, proponendo nomi diversi. Dai leghisti fu fatto perfino quello di Gianluigi Paragone, giornalista televisivo assai noto, che aveva diretto anche «la Padania», ma nemmeno il suo fu ritenuto il profilo giusto. A Giorgetti fu allora consegnata una terna di nomi, due uomini e una donna. Su due – un uomo e la donna – il vicesegretario leghista ritenne di non dover nemmeno approfondire la discussione con Salvini. L’uomo, in particolare, non aveva un profilo accettabile da parte dell’elettorato leghista. Era un prefetto e si sa che la Lega non ama la categoria: anzi, voleva perfino abolirli, cedendone il potere ai sindaci (e Roberto Maroni ci provò nel breve periodo in cui fu ministro dell’Interno del primo governo Berlusconi). La donna, invece, era un alto funzionario dello Stato e neanche il suo profilo fu ritenuto idoneo. L’unico sul quale si trovò l’accordo senza difficoltà fu Giuseppe Conte. Pugliese di Volturara Appula (Foggia), 54 anni, separato con un figlio, professore ordinario di diritto privato a Firenze e collaboratore dell’importante studio legale romano di Guido Alpa, faceva parte del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa su designazione del Movimento 5 Stelle che, alla vigilia delle elezioni, lo aveva indicato come candidato ministro della Pubblica amministrazione.
(...)
Poi, un giorno, Di Maio mi chiamò e disse che voleva incontrarmi con Salvini per un incarico istituzionale. Allora intuii che volevano chiedermi un impegno maggiore.» L’incontro, ovviamente, doveva svolgersi nel più assoluto riserbo. Fu prenotata una stanza nell’hotel NH di largo Augusto, a Milano, con un nome diverso da quello di Conte e, quando il professore ne ebbe preso possesso, il 13 maggio arrivarono Di Maio, Salvini, Giorgetti e Spadafora. «Non mi fecero domande specifiche» ricorda il presidente del Consiglio. «Fu una conversazione ad ampio respiro nell’ipotesi che potessi essere indicato come candidato premier. Parlammo naturalmente del contratto che si stava formando e ne approfittai per offrire alcuni arricchimenti e modifiche. Ci confrontammo sull’indirizzo politico generale, sul reddito di cittadinanza e sulla flat tax.»
Dissi che sarebbe stato preferibile che un governo politico avesse un premier politico. Nel caso la scelta fosse caduta su di me, dichiarai subito che avrei potuto accettare solo a condizione che sia Di Maio sia Salvini avessero fatto parte del governo con incarichi significativi.
(…)
Poi, giovedì 10 maggio… «Mi telefonò Salvini e l’indomani venne a trovarmi all’hotel d’Inghilterra a Roma, dove alloggiavo perché avevo la casa inagibile. Prof, mi disse, noi della Lega vorremmo che tu facessi il presidente del Consiglio. Mi prese in contropiede: sapeva che Riccardo Fraccaro [poi ministro per i Rapporti con il Parlamento per il Movimento 5 Stelle] mi aveva chiesto insieme ad altri di fare il candidato ministro dell’Economia o del Lavoro. E io avevo detto di no, come dissi di no a Salvini.» I due si risentirono al telefono e si incontrarono domenica 13 maggio.
«Ero a colazione in casa del giornalista Lodovico Festa con Claudia Sonnino, insegnante di tedesco a Pavia e mia donna del cuore. Ci raggiunsero Salvini e Giorgetti e non andarono via finché non mi ebbero strappato la promessa di parlare con i dirigenti del M5S. Entrambi sapevano che – se fossi andato al governo – avrei eliminato sia il Jobs Act sia lo Statuto dei lavoratori, perché non sono ordinamenti intersindacali ma vengono regolati dai magistrati. Sono inoltre favorevole a rinegoziare i trattati europei e ad abolire alcuni regolamenti, a cominciare dal “fiscal compact”. Ho, insomma, le stesse idee di Paolo Savona, di cui sono grande amico. Posi come condizione di avere come ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, il miglior ministro che abbiamo avuto [governo Berlusconi, 2004-05] e grandissimo direttore generale del Tesoro, oggi vicepresidente di Morgan Stanley.» Alla domanda se ne aveva parlato con Siniscalco, mi risponde: «Sì, e avrebbe accettato». Fu così che in tarda serata Sapelli varcò la soglia dell’hotel di largo Augusto e salì nella suite affittata da Giuseppe Conte, che nel frattempo da tifoso romanista stava vedendo al piano terra Roma-Juventus, finita con un pareggio.
«La cosa cominciò subito male» mi confida Sapelli. «Non si poté nemmeno iniziare una discussione politica, perché Di Maio mi disse: ci illustri il suo modello di sviluppo. Gli risposi: legga i miei libri. Salvini e Giorgetti intervennero: sai, Luigi, il professore ha un carattere un po’ difficile… Allora dissi: so che avete un contratto; la cosa mi pare folle, perché la politica si fa con accordi, non con contratti. Comunque, datemelo almeno da leggere. Così, mi misi in un angolo della stanza a leggere il contratto per un quarto d’ora. Mi piacque l’idea di impostare la Cassa depositi e prestiti secondo il sistema tedesco.» Cioè? «Non una banca pubblica, ma una banca d’investimenti come la vecchia Banca nazionale del lavoro, che assisteva gli enti locali e si concentrava sui grandi investimenti. Con la riforma Bassanini è stata invece trasformata in un veicolo di mance alle imprese. Mi piaceva l’idea di farla tornare a darsi grandi obiettivi, come il potenziamento della rete digitale. Mi piacque molto l’idea di un reddito di cittadinanza, un reddito universale gestito dai centri per l’impiego. Dissi che occorrevano 5-6 anni, se non addirittura due legislature, per renderlo efficiente. Lamentai l’assenza di misure sulla politica del lavoro, almeno per come io la intendevo, e soprattutto nulla sul Mezzogiorno. Giorgetti e Spadafora non aprirono bocca, e intanto eravamo arrivati a mezzanotte. Poi ci fu un mio peccato di ingenuità…» Quale? «I ministeri. Dissi: la Costituzione prevede che voi indichiate me come presidente del Consiglio e io scelgo i ministri. Feci il nome di Siniscalco, e Di Maio disse: lui no, è stato con Berlusconi. Obiettai che una persona vale per quello che è, non per quello che è stata. Di Maio propose che metà dei ministri li avrei scelti io e metà loro. Risposi che per gli Interni e anche un po’ sul resto avrebbero potuto scegliere loro, ma su Economia ed Esteri non avrei mollato. Il clima era ormai deteriorato. Mi dispiaceva per Matteo e Giancarlo, che avevano veramente fatto di tutto ed erano stati molto gentili nei miei confronti. Me ne andai a casa con l’autista di Giorgetti. Avevo respirato un’aria esoterica, l’unica discussione politica la feci con gli amici della Lega. Gli altri avevano accettato di vedermi soltanto per l’insistenza dei leghisti.».
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Pubblichiamo alcuni estratti tratti dal terzo capitolo “L’incontro segreto in un hotel milanese”.
di BRUNO VESPA
«Quando sembrava che nessun accordo fosse possibile,» mi racconta Salvini «andai da Berlusconi e gli dissi che eravamo pronti ad andare al voto. Le elezioni non ci hanno mai spaventato, buone o cattive che fossero le previsioni. Fu allora che lui mi disse di provare a mettere in piedi una maggioranza con i 5 Stelle.»
Quale fu l’accordo con Salvini? Quale mandato ebbe la Lega?, chiedo al Cavaliere. «Introdurre in quello che loro hanno chiamato “contratto di governo” il maggior numero possibile di punti del programma di centrodestra.»
L’incontro segreto in un hotel milanese
Per Lega e 5 Stelle fu allora possibile mettersi alla ricerca di un premier. Quando Di Maio propose a Salvini di fare un nome tra i parlamentari eletti nel M5S, questi portò il «facciario» per visionare con Giancarlo Giorgetti, Roberto Calderoli e Gian Marco Centinaio uno per uno le donne e gli uomini pentastellati e individuare chi avrebbe potuto avere il profilo adatto. Arrivati alla lettera C, Centinaio esclamò: «Eccolo, Emilio Carelli. È l’uomo ideale. Non è un giustizialista, cosa che ci aiuta anche con i nostri alleati di Forza Italia, ed è un volto televisivo noto anche a mia mamma. Perché no?».
Di Maio informò immediatamente Carelli della sua candidatura (la stessa comunicazione gli arrivò dalla Lega), ma un paio d’ore dopo il capo politico del M5S lo richiamò per dirgli che la cosa non era andata a buon fine. Aveva parlato con Grillo, con Casaleggio, con Fico, ed erano giunti alla conclusione che il nome di Carelli avrebbe spaccato il Movimento.
(...)
Intanto Rocco Casalino raggiunse Calderoli e Centinaio, proponendo nomi diversi. Dai leghisti fu fatto perfino quello di Gianluigi Paragone, giornalista televisivo assai noto, che aveva diretto anche «la Padania», ma nemmeno il suo fu ritenuto il profilo giusto. A Giorgetti fu allora consegnata una terna di nomi, due uomini e una donna. Su due – un uomo e la donna – il vicesegretario leghista ritenne di non dover nemmeno approfondire la discussione con Salvini. L’uomo, in particolare, non aveva un profilo accettabile da parte dell’elettorato leghista. Era un prefetto e si sa che la Lega non ama la categoria: anzi, voleva perfino abolirli, cedendone il potere ai sindaci (e Roberto Maroni ci provò nel breve periodo in cui fu ministro dell’Interno del primo governo Berlusconi). La donna, invece, era un alto funzionario dello Stato e neanche il suo profilo fu ritenuto idoneo. L’unico sul quale si trovò l’accordo senza difficoltà fu Giuseppe Conte. Pugliese di Volturara Appula (Foggia), 54 anni, separato con un figlio, professore ordinario di diritto privato a Firenze e collaboratore dell’importante studio legale romano di Guido Alpa, faceva parte del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa su designazione del Movimento 5 Stelle che, alla vigilia delle elezioni, lo aveva indicato come candidato ministro della Pubblica amministrazione.
(...)
Poi, un giorno, Di Maio mi chiamò e disse che voleva incontrarmi con Salvini per un incarico istituzionale. Allora intuii che volevano chiedermi un impegno maggiore.» L’incontro, ovviamente, doveva svolgersi nel più assoluto riserbo. Fu prenotata una stanza nell’hotel NH di largo Augusto, a Milano, con un nome diverso da quello di Conte e, quando il professore ne ebbe preso possesso, il 13 maggio arrivarono Di Maio, Salvini, Giorgetti e Spadafora. «Non mi fecero domande specifiche» ricorda il presidente del Consiglio. «Fu una conversazione ad ampio respiro nell’ipotesi che potessi essere indicato come candidato premier. Parlammo naturalmente del contratto che si stava formando e ne approfittai per offrire alcuni arricchimenti e modifiche. Ci confrontammo sull’indirizzo politico generale, sul reddito di cittadinanza e sulla flat tax.»
Dissi che sarebbe stato preferibile che un governo politico avesse un premier politico. Nel caso la scelta fosse caduta su di me, dichiarai subito che avrei potuto accettare solo a condizione che sia Di Maio sia Salvini avessero fatto parte del governo con incarichi significativi.
(…)
Poi, giovedì 10 maggio… «Mi telefonò Salvini e l’indomani venne a trovarmi all’hotel d’Inghilterra a Roma, dove alloggiavo perché avevo la casa inagibile. Prof, mi disse, noi della Lega vorremmo che tu facessi il presidente del Consiglio. Mi prese in contropiede: sapeva che Riccardo Fraccaro [poi ministro per i Rapporti con il Parlamento per il Movimento 5 Stelle] mi aveva chiesto insieme ad altri di fare il candidato ministro dell’Economia o del Lavoro. E io avevo detto di no, come dissi di no a Salvini.» I due si risentirono al telefono e si incontrarono domenica 13 maggio.
«Ero a colazione in casa del giornalista Lodovico Festa con Claudia Sonnino, insegnante di tedesco a Pavia e mia donna del cuore. Ci raggiunsero Salvini e Giorgetti e non andarono via finché non mi ebbero strappato la promessa di parlare con i dirigenti del M5S. Entrambi sapevano che – se fossi andato al governo – avrei eliminato sia il Jobs Act sia lo Statuto dei lavoratori, perché non sono ordinamenti intersindacali ma vengono regolati dai magistrati. Sono inoltre favorevole a rinegoziare i trattati europei e ad abolire alcuni regolamenti, a cominciare dal “fiscal compact”. Ho, insomma, le stesse idee di Paolo Savona, di cui sono grande amico. Posi come condizione di avere come ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, il miglior ministro che abbiamo avuto [governo Berlusconi, 2004-05] e grandissimo direttore generale del Tesoro, oggi vicepresidente di Morgan Stanley.» Alla domanda se ne aveva parlato con Siniscalco, mi risponde: «Sì, e avrebbe accettato». Fu così che in tarda serata Sapelli varcò la soglia dell’hotel di largo Augusto e salì nella suite affittata da Giuseppe Conte, che nel frattempo da tifoso romanista stava vedendo al piano terra Roma-Juventus, finita con un pareggio.
«La cosa cominciò subito male» mi confida Sapelli. «Non si poté nemmeno iniziare una discussione politica, perché Di Maio mi disse: ci illustri il suo modello di sviluppo. Gli risposi: legga i miei libri. Salvini e Giorgetti intervennero: sai, Luigi, il professore ha un carattere un po’ difficile… Allora dissi: so che avete un contratto; la cosa mi pare folle, perché la politica si fa con accordi, non con contratti. Comunque, datemelo almeno da leggere. Così, mi misi in un angolo della stanza a leggere il contratto per un quarto d’ora. Mi piacque l’idea di impostare la Cassa depositi e prestiti secondo il sistema tedesco.» Cioè? «Non una banca pubblica, ma una banca d’investimenti come la vecchia Banca nazionale del lavoro, che assisteva gli enti locali e si concentrava sui grandi investimenti. Con la riforma Bassanini è stata invece trasformata in un veicolo di mance alle imprese. Mi piaceva l’idea di farla tornare a darsi grandi obiettivi, come il potenziamento della rete digitale. Mi piacque molto l’idea di un reddito di cittadinanza, un reddito universale gestito dai centri per l’impiego. Dissi che occorrevano 5-6 anni, se non addirittura due legislature, per renderlo efficiente. Lamentai l’assenza di misure sulla politica del lavoro, almeno per come io la intendevo, e soprattutto nulla sul Mezzogiorno. Giorgetti e Spadafora non aprirono bocca, e intanto eravamo arrivati a mezzanotte. Poi ci fu un mio peccato di ingenuità…» Quale? «I ministeri. Dissi: la Costituzione prevede che voi indichiate me come presidente del Consiglio e io scelgo i ministri. Feci il nome di Siniscalco, e Di Maio disse: lui no, è stato con Berlusconi. Obiettai che una persona vale per quello che è, non per quello che è stata. Di Maio propose che metà dei ministri li avrei scelti io e metà loro. Risposi che per gli Interni e anche un po’ sul resto avrebbero potuto scegliere loro, ma su Economia ed Esteri non avrei mollato. Il clima era ormai deteriorato. Mi dispiaceva per Matteo e Giancarlo, che avevano veramente fatto di tutto ed erano stati molto gentili nei miei confronti. Me ne andai a casa con l’autista di Giorgetti. Avevo respirato un’aria esoterica, l’unica discussione politica la feci con gli amici della Lega. Gli altri avevano accettato di vedermi soltanto per l’insistenza dei leghisti.».
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