La Ruina tra gli “Italianesi” senza più identità

17 Dicembre 2022

Sul palco del Teatro Immediato di Pescara l’attore paragonato a Eduardo, con il dramma dei campi profughi in Albania

PESCARA. Saverio La Ruina è stato paragonato addirittura a Eduardo De Filippo, «un condensato di bravura e di alto senso poetico, capace di condurre passo passo lo spettatore – per accenni, per piccoli gesti – dentro l’anima di un personaggio, come forse solo Eduardo e pochi altri hanno saputo fare», ha scritto Renato Palazzi sul Sole 24ore dell’attore calabrese fondatore della compagnia Scena Verticale per la sua interpretazione “Italianesi” con cui arriva ora a Pescara.
Dopo l’adattamento del “Maestro e Margherita” di Bulgakov, “Aspettando il finale” da Samuel Beckett e le Passeggiate musicali a cura del Maestro Sergio Oliva, domani, 18 dicembre 2022, alle ore 19, il Teatro Immediato, direzione artistica di Edoardo Oliva, propone un nuovo appuntamento di assoluto rilievo nello spazio di via Nenni 5: “Italianesi” dunque, di e con Saverio La Ruina, uno degli spettacoli più premiati degli ultimi anni (Premio Ubu 2012 Migliore attore; nomination Ubu 2012 Migliore testo italiano; Premio Enriquez 2012 per la drammaturgia; Premio Antonio Landieri 2012 Migliore attore; menzione speciale al Premio Internazionale Teresa Pomodoro 2012).
Ma chi sono gli italianesi? Nei mesi successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, migliaia di soldati e civili italiani rimangono intrappolati in Albania con l’avvento del regime dittatoriale, costretti a vivere in un clima di terrore e oggetto di periodiche e violente persecuzioni con l’accusa di attività sovversiva ai danni del regime. La maggior parte di questi militari viene condannata e poi rimpatriata in Italia. Donne e bambini vengono invece trattenuti e internati in campi di prigionia per la sola colpa di essere mogli e figli di italiani. Vivono in alloggi circondati da filo spinato, controllati dalla polizia segreta del regime, sottoposti a interrogatori, appelli quotidiani, lavori forzati e torture.
In quei campi di prigionia rimangono quarant’anni, totalmente dimenticati. Come il protagonista di “Italianesi” che vi nasce nel 1951 e vivein quel lager per 4 decenni nel mito del padre e dell’Italia, che raggiunge solo nel 1991 a seguito della caduta del regime. Un sarto, interpretato magistralmente da La Ruina, golfetto un po’ vintage, spalle appena incurvate in una rassegnazione senza età, lievemente claudicante nello spostare la sedia che è il suo unico attrezzo scenico racconta la sua vita passata in gran parte nel campo con tutti questi sradicati. Nel campo ha lavorato, si è sposato, ha avuto a sua volta dei figli. E quando ne è finalmente uscito per andare a conoscere il padre, e l’Italia di cui tanto aveva sentito parlare, ne è stato doppiamente respinto.
Riconosciuti come profughi dallo Stato italiano, arrivano nel nostro Paese in 365, convinti di essere accolti come eroi, tuttavia condannati a una condizione paradossale: essere italiani in Albania e albanesi in Italia.
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