La solitudine dell’America di Edward Hopper in una grande mostra

Dal 25 marzo al 24 luglio in esposizione a Palazzo Fava a Bologna 60 quadri Il pittore dei paesaggi urbani che ha ispirato registi come Antonioni e Wenders
di Giuliano Di Tanna
Abbiamo imparato ad amarlo senza neppure conoscerlo. I suoi quadri campeggiano sui libri tascabili dell’Einaudi o della Mondadori: donne e uomini congelati in un momento di vita ordinario, monadi senza rapporti con l’ambiente circostante. La solitudine e l’enigmaticità di quelle immagini, rese in brillanti colori primari, rimandano, senza sforzo, ai personaggi e alle storie della letteratura moderna ai quali fanno da inconsapevole esergo. Le immagini, i quadri, sono quelli di Edward Hopper, il grande pittore americano vissuto fra il 1882 e il 1967, che saranno al centro di una grande mostra antologica, dal 25 marzo al 24 luglio, al Palazzo Fava – Palazzo delle Esposizioni di Bologna.
Prodotta e organizzata da Fondazione Carisbo, Genus Bononiae-Musei nella città e Arthemisia Group in collaborazione con il Comune di Bologna e il Whitney Museum of American Art di New York, la mostra darà conto dell’intero arco temporale della produzione di Hopper, dagli acquerelli parigini ai paesaggi e scorci cittadini degli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso più di 60 opere, tra cui capolavori come South Carolina Morning (1955), Second Story Sunlight (1960), New York Interior (1921), Le Bistro or The Wine Shop(1909), Summer Interior (1909), studi (come quello per Girlie Show del 1941) che fanno del pittore americano un classico dell’arte del Novecento. L’esposizione è curata da Barbara Haskell – che si occupa di dipinti e sculture al Whitney Museum of American Art – in collaborazione con Luca Beatrice. Il Whitney Museum ha ospitato varie mostre dell’artista, dalla prima nel 1920 al Whitney Studio Club a quelle memorabili del 1960, 1964 e 1980. Inoltre dal 1968, grazie al lascito della vedova dell’artista, Josephine, il museo ospita tutta l’eredità dell’artista: oltre 3mila opere tra dipinti, disegni e incisioni.
Schivo e taciturno, amante degli orizzonti di mare e della luce chiara del suo grande studio, è stato lo stesso Hopper a chiarire la sua poetica: «Se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere». Alto un metro e novanta, nonostante la forte presenza fisica, Hopper era famoso per la sua reticenza, Scriveva o parlava pochissimo. Soprattutto del suo lavoro.
Nato e cresciuto a Nyack – una cittadina nello Stato di New York – Hopper studia per un breve periodo illustrazione e poi pittura alla New York School of Art con maestri come William Merritt Chase e Robert Henri. Va in Europa per tre volte (dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910). Nel Vecchio Continente sono soprattutto le esperienze parigine quelle che lasciano in lui un segno indelebile, alimentando quel sentimento francofilo che non lo avrebbe mai abbandonato, anche dopo essersi stabilito definitivamente a New York, dal 1913.
L’opera di Hopper è stata celebrata in diverse mostre e ha ispirato innumerevoli pittori, registi e scrittori. Echi del suo sguardo sul mondo sono facili da rintracciare negli esterni (ma non solo) del film americano di Michelangelo Antonioni, Zabriskie Point, girato nel 1969 all’apice della cosiddetta controcultura hippie. Ma anche un altro regista europeo, come il tedesco Wim Wenders, è stato fortemente influenzato da Hopper: dagli spazi aperti del suo Alice nelle città, alla desolazione dei paesaggi del suo Paris, Texas. Il mondo di Hopper è quello dell’America sterminata dei sobborghi e, insieme, quella intima degli scorci urbani. Uno dei cantori di quel mondo, lo scrittore John Updike, in un saggio del 1995, definiva così i quadri di Hopper: «Calmi, silenti, stoici, luminosi, classici».
Nel 1948 la rivista Look lo nominnò uno dei migliori pittori americani. Nel 1950 il Whitney Museum organizzò un’importante retrospettiva su di lui. Nel 1956 la rivista Time gli dedico la copertina. Nel 1967, l’anno della sua morte, rappresentò gli Stati Uniti alla prestigiosa Biennale di San Paolo nel Brasie. Non dovette attendere la morte, Edward Hopper, per vedere riconosciuto il suo valore. La fama che conquistò fin da giovane non lo abbandonò mai.
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