La vita romanzesca di Attilio Cecchini avvocato dei due mondi

In un libro la storia del 93enne legale: «È per una temperie morale che noi aquilani siamo contrari a tutto e tutti»
Attilio Cecchini oggi ha 93 anni (il 20 marzo 2019 toccherà i 94). Quasi tutti lo conoscono come uno dei migliori avvocati penalisti d'Italia. Uno di quelli – come dice spesso un collega aquilano che si occupa di cronaca giudiziaria – che, quando parla, in aula non vola una mosca. Le sue sono sempre arringhe appassionate, mai scontate. La sua voce corposa si impone all'attenzione di giudici e pubblici ministeri, le sue argomentazioni hanno un tono solenne che non scade mai nella retorica. In tribunale ha vinto molte “cause” e quelle che ha perso non di rado hanno lasciato un segno profondo su di lui. Non per la sconfitta in sé, che fa parte del gioco, quanto per avere avuto la chiara sensazione di essersi trovato di fronte a un'ingiustizia. Lo fu per il cosiddetto “caso Michele Perruzza” il muratore di Case Castella di Balsorano condannato in via definitiva per l'omicidio della nipotina. Cecchini prese le sue difese nel processo di appello, lo fece gratuitamente convinto della innocenza del muratore, si battè come un leone fornendo una ricostruzione dell'accaduto che smentiva clamorosamente le prime indagini e il processo di primo grado. Non solo, fornì ai giudici anche il nome di quello che Cecchini (e non solo lui) riteneva il “vero” colpevole e lo fece in base a dati e fatti. Avviò un processo satellite in cui vennero fuori nuove prove, tentò la revisione del procedimento principale. Ma fu tutto inutile. Perruzza morì in carcere, da ergastolano, a 53 anni.
Altro “vulnus” è stato il processo cosiddetto “Grandi Rischi” sul terremoto dell'Aquila del 2009, nel quale Cecchini rappresentava alcune parti civili. Finì, in Cassazione, con quasi tutte assoluzioni. Dei suoi sentimenti è testimone chi scrive. In una lettera “personale” espresse concetti profondi che vanno al di là del penalista e del “tecnico” della giustizia rivelando una carica di umanità che spiega bene tutto il percorso della sua vita.
Attilio Cecchini, aquilano, pochi giorni fa ha ricevuto il prestigioso premio “Guido Polidoro” alla carriera. E molti hanno saputo che il “noto penalista” è stato anche un grande giornalista. Ma per raccontare questo aspetto della sua vita bisogna tornare indietro nel tempo a quando il giovanissimo Cecchini emigra in Venezuela. I dettagli di quegli anni li rivela il giornalista e scrittore aquilano Angelo De Nicola in un libro (edizioni One group, 18 euro) uscito qualche settimana fa che nel titolo sintetizza la complessa e fascinosa figura di “don Attilio Cecchini, il giornalista di razza, il principe del foro, l'impolitico”.
Cecchini va in Venezuela nel 1950 come “trattorista agricolo” a cercare fortuna in una nazione che allora era l'eden per tanti emigrati italiani. Oggi è un paese poverissino da cui tutti cercano di scappare (e Cecchini sta partecipando proprio in questi giorni a iniziative di solidarietà per aiutare tanti venezuelani in difficoltà). Lascia l'Italia con una laurea in giurisprudenza in tasca e dopo aver maturato le prime esperienze da avvocato. Ma la sua grande passione è il giornalismo e insieme a un altro abruzzese, Gaetano Bafile (deceduto nel dicembre 2008 dopo essere tornato più volte all'Aquila per rivedere l'amico Cecchini), fonda la Voce d'Italia un giornale per gli italiani in Venezuela ma che ben presto diventa organo di denuncia di ingiustizie e soprusi. È corrispondente dall'America Latina di “Paese Sera” sulle cui colonne non esita a raccontare le brutture del regime venezuelano.
La sua vita a Caracas è sconvolta dalla morte della sorella Maria, colpita da un proiettile vagante mentre si trova in banca. Nel periodo venezuelano intervista personaggi importanti fra cui Juan Domingo Peron che nel 1956 è costretto a lasciare l'Argentina e in agosto fa una tappa a Caracas.
Il Cecchini giornalista viene poi “immortalato” dal futuro premio nobel Gabriel Garcia Marquez che nel 1974 lo cita nel libro “Un giornalista felice e sconosciuto”. Nel 1960 torna all'Aquila dove riprende l'attività di avvocato ma è anche partecipe della vita culturale. Si occupa della storia della città e con Luigi Lopez realizza una guida turistica ancora oggi molto apprezzata.
A fine anni Sessanta in un reportage della Rai (che di recente è stato riproposto su Rai storia) parla fra le altre cose del ruolo che la stampa cominciava ad avere anche all'Aquila. Nel 1994 Cecchini prova l'avventura in politica ma non accetta di essere inquadrato in categorie precise. Quello fu l'anno in cui i sindaci cominciarono a essere eletti direttamente dai cittadini. Lui si schierò, solo, contro il centrodestra di Berlusconi (che dopo la fine della Dc e dei vecchi partiti, registrava un successo dopo l'altro) e il centro sinistra che puntava decisamente alla poltrona più alta di palazzo Margherita. Tutti si aspettavano il flop di Cecchini che invece, pur non andando al ballottaggio, registrò un numero di voti impensabile alla vigilia. Molti, ancora adesso, ritengono quella una occasione persa per la città. Cecchini non se ne fece una malattia e continuò il suo lavoro nelle aule di tribunale. Con i giornalisti della cronaca giudiziaria ha sempre avuto un rapporto franco e corretto. Bastava uno sguardo per capire fin dove si poteva arrivare a chiedere notizie e chiarimenti. Il suo studio nel centro storico dell'Aquila, nel quale anche chi scrive è capitato qualche volta, era una sorta di piccolo tempio della cultura giuridica. Il solo entrarci incuteva timore reverenziale. In quel luogo sospeso nel tempo, gli scaffali – pieni di libri, carte e faldoni – conservavano tante storie travagliate di uomini e donne oltre che antichi e nuovi saperi.
Il terremoto del 2009 lo sorprese – come la gran parte degli aquilani – in casa, in via Cascina. Furono attimi e giorni terribili. Ma dopo poco riprese a lavorare alla immediata periferia della città senza mai fermarsi. Non lo ha bloccato nemmeno un brutto incidente stradale in cui rimase coinvolto nel 2012 e che gli costò parecchi giorni in sala di rianimazione.
Giornalista, scrittore, avvocato. Nel libro che gli ha dedicato Angelo De Nicola spunta anche un Cecchini inedito, il Cecchini poeta. Si tratta di liriche scritte negli anni Sessanta del secolo scorso che lo confermano uomo carico di sentimenti e sensibilità. La poesia “Frammenti 1961” così si conclude : “Sui laghi dell'anima/fanno vela/ i cigni della menzogna/Tutti insieme siamo la vita/ amara e piena di domani”. Cecchini, è diventato ormai un simbolo dell'Aquila . E lui che ha coniato il termine “Aquilanitas” di cui dà questa spiegazione: «È una temperie morale che fa essere noi aquilani contrari a tutto e contro tutti. Anche contro noi stessi. Noi aquilani paghiamo il prezzo della nostra Aquilanitas di latta e non aurea. Siamo purtroppo fatti così....».
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