Le estati a Ortona con i miei nonni: l’infanzia per me è stata solo quella

Questo articolo è stato pubblicato da Vanity Fair Italia nell’agosto 2020. di MAURIZIO COSTANZOLa memoria ha una grande qualità: tiene compagnia. Coltivando la memoria si va indietro nel tempo, si...
Questo articolo è stato pubblicato da Vanity Fair Italia nell’agosto 2020.
di MAURIZIO COSTANZO
La memoria ha una grande qualità: tiene compagnia. Coltivando la memoria si va indietro nel tempo, si ricordano cose, scenari, persone. È da un po’ di tempo che penso a quando, avrò avuto 8 o 9 anni e la Seconda guerra mondiale era appena finita, mi recai a Ortona a Mare, cittadina in provincia di Chieti da dove venivano i miei nonni paterni e dove mio padre e i miei zii erano stati giovanotti. Ho imparato tante cose in quegli anni, anni d’estate a Ortona. Ho imparato cos’era la guerra, con le case sventrate, con un castello bellissimo che guardava il mare dove però americani e tedeschi si erano combattuti a lungo. Ma ricordo mio nonno, mio nonno Nicola, che da mozzo, ovvero da ultimo marinaio di un peschereccio, aveva superato Gibilterra ed era arrivato a Buenos Aires, dove si era incontrato con Garibaldi e i garibaldini che erano da quelle parti. Sempre da quelle parti Garibaldi, se il ricordo non s’è appannato, incontrò Anita. Molti anni dopo feci fare ricerche a Buenos Aires e risultò un Nicola Costanzo, arrivato da quelle parti proveniente dall’Italia, anzi dall’Abruzzo.
In quelle estati a Ortona ho scoperto cos’era la banda musicale che, in occasione della festa di uno dei due santi protettori della città – o San Tommaso o San Rocco –, attraversava tutto il Corso e un grande privilegio dei ragazzini era quello di seguire la banda, facendo finta, in qualche modo, di farne parte. Ancora ricordo la musica di quelle bande musicali, ancora ricordo la statua di San Tommaso e di San Rocco. Chissà, forse in quegli anni avrò incrociato, senza rendermene conto, i primi occhi di una coetanea, forse avrò sentito un palpito, un sussulto, un’emozione. Rincorrendo la memoria ho cercato di pensare com’erano gli occhi di quella ragazzina, forse era bruna, anzi certamente era bruna e aveva gli occhi scuri. La incrociai lungo il Corso di Ortona, all’altezza della gioielleria di Antonio Seccia che era un conoscente della mia famiglia. Chissà dove sarà adesso quella ragazza diventata donna adulta. Mi auguro che la sua sia stata una vita felice. Come dimenticare anche le lunghe permanenze ai tavolini del bar, sempre nella piazza nella quale terminava il Corso, con storie della piccola provincia: aneddoti, ricordi come quelli di una famiglia. Da adulto tornai da quelle parti e volli vedere la strada che il Re d’Italia Vittorio Emanuele III aveva percorso quando, lasciando il trono, raggiunse Ortona per imbarcarsi e poi fuggire all’estero, se ben ricordo in una località del Mediterraneo.
Non so perché ho sentito il bisogno di mettere a posto i ricordi di quegli anni, di quella permanenza in Abruzzo. È probabile che, malgrado mio padre e mia madre siano nati a Roma, i nonni di Ortona a Mare siano rimasti dentro di me. Mio nonno si chiamava Nicola, mia nonna Laura Primavera. Mio nonno morì la notte nella quale compiva 90 anni e quando, dopo qualche giorno, mia nonna si rese conto che qualcosa non andava, chiedeva a tutti noi: «Ma quel signore che stava lì (e indicava il posto del letto) dov’è andato?». Mia nonna materna era marchigiana ma io non l’ho conosciuta, non mi sono mai sentito in questo vicino alle Marche. Invece Ortona e l’Abruzzo hanno fatto effetto.
Era abruzzese Ennio Flaiano, scrittore, che ho avuto l’onore di conoscere e frequentare e proprio a Flaiano fu dedicato, a Pescara, un premio letterario che credo di aver vinto. Ma a me bastava pensare che in quell’Abruzzo che ho tanto amato erano nati Gabriele d’Annunzio ed Ennio Flaiano. Una volta volevano darmi la cittadinanza onoraria di Ortona, ma non successe niente. Non importa. Quel che m’interessa è che, a distanza di tanti anni, io ancora pensi a quel ragazzino che camminava dietro la banda musicale in occasione della festa di San Tommaso o di San Rocco. Chissà, forse nella mia memoria l’infanzia è stata solo quella. Lo so che non è così, ma con i ricordi dobbiamo fare i conti: alcuni svaniscono e altri rimangono per sempre e per sempre io, nella stanza dove vivo più a lungo, ho la fotografia di mio nonno Nicola Costanzo e di mia nonna Laura Primavera.
di MAURIZIO COSTANZO
La memoria ha una grande qualità: tiene compagnia. Coltivando la memoria si va indietro nel tempo, si ricordano cose, scenari, persone. È da un po’ di tempo che penso a quando, avrò avuto 8 o 9 anni e la Seconda guerra mondiale era appena finita, mi recai a Ortona a Mare, cittadina in provincia di Chieti da dove venivano i miei nonni paterni e dove mio padre e i miei zii erano stati giovanotti. Ho imparato tante cose in quegli anni, anni d’estate a Ortona. Ho imparato cos’era la guerra, con le case sventrate, con un castello bellissimo che guardava il mare dove però americani e tedeschi si erano combattuti a lungo. Ma ricordo mio nonno, mio nonno Nicola, che da mozzo, ovvero da ultimo marinaio di un peschereccio, aveva superato Gibilterra ed era arrivato a Buenos Aires, dove si era incontrato con Garibaldi e i garibaldini che erano da quelle parti. Sempre da quelle parti Garibaldi, se il ricordo non s’è appannato, incontrò Anita. Molti anni dopo feci fare ricerche a Buenos Aires e risultò un Nicola Costanzo, arrivato da quelle parti proveniente dall’Italia, anzi dall’Abruzzo.
In quelle estati a Ortona ho scoperto cos’era la banda musicale che, in occasione della festa di uno dei due santi protettori della città – o San Tommaso o San Rocco –, attraversava tutto il Corso e un grande privilegio dei ragazzini era quello di seguire la banda, facendo finta, in qualche modo, di farne parte. Ancora ricordo la musica di quelle bande musicali, ancora ricordo la statua di San Tommaso e di San Rocco. Chissà, forse in quegli anni avrò incrociato, senza rendermene conto, i primi occhi di una coetanea, forse avrò sentito un palpito, un sussulto, un’emozione. Rincorrendo la memoria ho cercato di pensare com’erano gli occhi di quella ragazzina, forse era bruna, anzi certamente era bruna e aveva gli occhi scuri. La incrociai lungo il Corso di Ortona, all’altezza della gioielleria di Antonio Seccia che era un conoscente della mia famiglia. Chissà dove sarà adesso quella ragazza diventata donna adulta. Mi auguro che la sua sia stata una vita felice. Come dimenticare anche le lunghe permanenze ai tavolini del bar, sempre nella piazza nella quale terminava il Corso, con storie della piccola provincia: aneddoti, ricordi come quelli di una famiglia. Da adulto tornai da quelle parti e volli vedere la strada che il Re d’Italia Vittorio Emanuele III aveva percorso quando, lasciando il trono, raggiunse Ortona per imbarcarsi e poi fuggire all’estero, se ben ricordo in una località del Mediterraneo.
Non so perché ho sentito il bisogno di mettere a posto i ricordi di quegli anni, di quella permanenza in Abruzzo. È probabile che, malgrado mio padre e mia madre siano nati a Roma, i nonni di Ortona a Mare siano rimasti dentro di me. Mio nonno si chiamava Nicola, mia nonna Laura Primavera. Mio nonno morì la notte nella quale compiva 90 anni e quando, dopo qualche giorno, mia nonna si rese conto che qualcosa non andava, chiedeva a tutti noi: «Ma quel signore che stava lì (e indicava il posto del letto) dov’è andato?». Mia nonna materna era marchigiana ma io non l’ho conosciuta, non mi sono mai sentito in questo vicino alle Marche. Invece Ortona e l’Abruzzo hanno fatto effetto.
Era abruzzese Ennio Flaiano, scrittore, che ho avuto l’onore di conoscere e frequentare e proprio a Flaiano fu dedicato, a Pescara, un premio letterario che credo di aver vinto. Ma a me bastava pensare che in quell’Abruzzo che ho tanto amato erano nati Gabriele d’Annunzio ed Ennio Flaiano. Una volta volevano darmi la cittadinanza onoraria di Ortona, ma non successe niente. Non importa. Quel che m’interessa è che, a distanza di tanti anni, io ancora pensi a quel ragazzino che camminava dietro la banda musicale in occasione della festa di San Tommaso o di San Rocco. Chissà, forse nella mia memoria l’infanzia è stata solo quella. Lo so che non è così, ma con i ricordi dobbiamo fare i conti: alcuni svaniscono e altri rimangono per sempre e per sempre io, nella stanza dove vivo più a lungo, ho la fotografia di mio nonno Nicola Costanzo e di mia nonna Laura Primavera.