Le parole di Dante rivivono negli Alfabeti di Patrizia Tocci

C’è qualcosa che può far amare Dante più che leggerlo e studiarlo? Sì, è leggere un libro in cui questo innamoramento venga irresistibilmente trasferito da chi ne è già stato attraversato e con lunga...
C’è qualcosa che può far amare Dante più che leggerlo e studiarlo? Sì, è leggere un libro in cui questo innamoramento venga irresistibilmente trasferito da chi ne è già stato attraversato e con lunga sedimentazione d’amore in sé. E’ il caso di Alfabeti, Le parole di Dante, di Patrizia Tocci, docente di materie umanistiche, poetessa, narratrice e saggista aquilana da anni trapiantata a Pescara, la quale ha usato una forma particolare e centrata per trasferire ai lettori il “suo” Dante. Infatti in questo libro, appena pubblicato per Tabula Fati di Marco Solfanelli (aprile 2021, p.98, € 10, presentazione di Elisabetta Bonucci) ha prescelto svariate decine di parole quali frammenti di un vocabolario dantesco amoroso, e dedicando a ciascuna di esse un’agile scheda, che non è una pesante analisi filologica di quelle che allontanano i non addetti ai lavori. Tutt’altro. E’ quasi un diario intimo, personale. Patrizia Tocci ha cioè qui raccolto e presentato in ordine alfabetico le parole che più ha amato in Dante (dalla prima parola, “Alfabeto”, appunto, all’ultima,“Zara”) seguendo quasi sempre lo schema di citare il verso o il grumo di versi in cui la parola è attestata e raccontare – non c’è verbo migliore – ai lettori perché quella parola o questi versi le siano entrati nell’anima. A volte sono versi famosissimi,tratti ad esempio dal canto di Paolo e Francesca, il V dell’Inferno, del quale a ragione si è scritto che la empatia e pietas amorose provate da Dante per i due, gli ha guidato la mano a scrivere i versi…”meno infernali”di tutta la Commedia. “Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lanciallotto come amor lo strinse/ soli eravamo e senza alcun sospetto”. Sotto la voce “Francesca” la scrittrice spiega dunque questa - non assoluzione dalla colpa amorosa, bensì - comprensione di Dante per i due dannati: volteggiando nell’aria senza posa, per non dividersi mai, le ricordano infatti le gioiose figure aeree di “un quadro di Chagall”.Altre volte a ispirare Tocci è una parola come Rondini; ecco i versi del canto IX del Purgatorio “Ne l’ora che comincia i tristi lai/ la rondinella presso a la mattina/ forse a memoria de’ suo’ primi guai”; rondini foriere di primavera che “ci vedono dall’alto come realmente siamo: puntini immensamente piccoli e lontani”. Oppure è la parola Cibo, dove a ispirare la scrittrice sono i celebri versi del Paradiso, canto XVII “Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui e com’è duro calle/ lo scendere e il salir per l’altrui scale”; versi generativi di una metafora, divenuta proverbiale, su quanto sia amaro “il pane altrui”,in quanto pane dell’esilio, quelli che il Sommo Poeta ascolta quale vaticinio per sé. Ma Patrizia Tocci ne ha ricavato una riflessione sul cibo in Dante e sul rapporto nel Medioevo tra il cibo e gli uomini (soprattutto i potenti, per i quali il cibo era delizia principe della vita e non mezzo di sussistenza).