“Le tre verità”, racconti di Daniele Cavicchia autore di Montesilvano

MONTESILVANO. Il trasferimento di un’esperienza, che è la matrice di ogni racconto, può prescindere dall’averla personalmente vissuta. Nel V secolo a.C. un poeta greco, Bacchilide, fissò questo...
MONTESILVANO. Il trasferimento di un’esperienza, che è la matrice di ogni racconto, può prescindere dall’averla personalmente vissuta. Nel V secolo a.C. un poeta greco, Bacchilide, fissò questo canone come un manifesto: io non so soltanto ciò di cui ho fatto esperienza, so anche ciò di cui ho visto altri fare esperienza.
Così consegnava ai posteri una delle sue citazioni forse più famose, tratteggiando la universalità di ogni sentire poetico e il suo trasferimento ad altri, tramite la scrittura. Daniele Cavicchia è un autentico poeta dal sentire universale. Da poco varcata la soglia dei settant’anni, nella natìa Montesilvano dove vive, ha prodotto in più decenni raccolte di poesia insignite di premi nazionali, e anche un’apprezzata narrativa, con libri di racconti e romanzi brevi. A quest’ultimo filone si ascrive il libro “Le tre verità”, appena distribuito da Di Felice Edizioni (collana Racconti Zeta, € 10). Da una professionalità formatasi soprattutto nella consuetudine con la poesia, ci si può attendere solo una scrittura elevata ed essa si conferma infatti ne “Le tre verità”, con frasi-verso che si propongono come citazioni a sé, aprendo all’improvviso squarci nell’anima o portando i lettori alla condivisione di esperienze/espressioni della mente, come ad esempio la coscienza d’essere, l’uomo, parte del tempo, alla ricerca di qualcosa che non ha neppure ben messo a fuoco: “sapeva di non aver molto tempo, ma sapeva anche che fintantoché si era parte del tempo, tutto poteva accadere”; o la preferenza per il silenzio, contro ogni altra voce o suono di disturbo, in quanto unica dimensione in grado di trattenere, almeno per un po’, i lembi del sogno (qui quello di una donna desiderata): “solo il silenzio avrebbe protetto il ricordo di quelle forme, che senza gridare imponevano la propria esistenza”. Da un autore avvezzo allo spostamento del piano narrativo ad altezze o profondità inattese, è chiaro che i lettori non devono aspettarsi racconti a trama classica. Alcuni consistono nel solo trasferimento di un’emozione, prodotta ad esempio dalla vista di una mano (nel racconto “La mano”) appoggiata con nonchalance da una donna sullo schienale di un divano in un caffè e oggetto di desiderio da parte di un osservatore (il protagonista) per il quale rivederla, baciarla, diventa un’ossessione. In questi racconti è tale l’assorbimento nell’interiorità che si presentano situazioni diverse, apparentemente anche non legate tra loro da un inizio a da una conclusione classici. In altri racconti si privilegia un’ambientazione distopico-fantastica: il protagonista vive in un “tunnel itinerante”(ora muschioso, ora illuminato ora buio abitato del rumore del mare) dentro al quale compaiono, in forma di fantasmi, le sue fantasie d’amore, come le donne bramate in sogno.
Giovanni D'Alessandro