Lino Guanciale, l’ex rugbista è diventato la stella delle fiction tv

L’attore di Avezzano si divide fra le serie da record come l’Allieva e il teatro di Pier Paolo Pasolini «Il successo? Lo devo a questo sport assurdo dove per andare avanti devi passare la palla indietro»
AVEZZANO. Chissà se nella “valigia dell’attore” avrà inserito anche il paradenti da rugbista. O se durante una delle tante pose cinematografiche, coccolato tra le luci del set, avrà ripensato a quelle corse in mezzo al fango, a quei placcaggi che scuotono le ossa, a quella fatica tanto cara ai rugbisti sotto i flebili riflettori nei rigidi inverni abruzzesi.
Lino Guanciale, avezzanese con la famiglia originaria di Collelongo, a due passi dal paradiso degli orsi, è uno degli attori più gettonati del momento, conteso da ogni parte per interpretare ruoli nel cinema, nel teatro e nella fiction. Nel suo passato una carriera interrotta nella palla ovale e la delusione (solo iniziale) del papà medico Clelio che immaginava per lui una carriera con il camice. Oggi Lino è senza dubbio una delle eccellenze abruzzesi. Amato dalle donne per il suo aspetto fisico e apprezzato da chi lo conosce per la sua spontanea cordialità da un po’ di tempo interpreta personaggi antipatici, come l’avvocato Enrico Vinci in “Non dirlo al mio capo” interpretato con Vanessa Incontrada, oppure come il medico piacione Claudio Conforti in “L’allieva” con Alessandra Mastronardi.
È spesso alle prese con personaggi un po’ stronzi. Chi la conosce sa che è esattamente il contrario. È una fatica o si diverte?
«Mi diverto perché di stronzi ne ho conosciuti tanti in vita mia ed è bello poterli oggettivare e prendere in giro quando li interpreto».
L’allieva è stato un grande successo di pubblico, la seconda serie è in arrivo e poi il teatro. È il momento più alto della sua carriera?
«Sicuramente è quello in cui comincio a vedere tanti frutti di lavoro accumulato negli anni passati. Sono molto contento che questo spettacolo al teatro Argentina di Roma, “Ragazzi di vita” di Pasolini per la regia di Massimo Popolizio sia di altissimo livello, uno dei casi teatrali dell’anno per qualità riconosciuta dell’allestimento e per la risposta del pubblico: 24 repliche con almeno la metà a teatro esaurito».
In questo aiuta anche la popolarità che dà la tv. Non crede?
«Sono contento che l’idea avuta all’inizio, e cioè di fare anche televisione, stia dando i suoi frutti. Adesso c’è un seguito di spettatori che sacrificano anche il loro tempo per venire a vedermi a teatro. Mi sta capitando come quegli attori importanti degli anni Sessanta che riuscivano a tenere insieme teatro e televisione. Sono affezionato a quest’idea un po’ vintage di teatro di alto livello con la mia compagnia, il teatro romano con Popolizio e poi la tv. Ho avuto la possibilità di fare cose belle con la tv generalista. Mi auguro di poter continuare a scegliere».
L’Abruzzo, e Avezzano in particolare, dagli esordi con le compagnie locali all’attuale ruolo nell’ufficio comunale del teatro, è sempre nel suo cuore. Quali progetti?
«Ormai stiamo marciando compatti verso la costituzione di un’associazione che gestisca il teatro autonomamente rispetto al Comune. Nel senso che il Comune rimane proprietario, parteciperà alla vita del teatro, ma l’associazione avrà un suo Cda, una sua direzione artistica e potrà ricevere finanziamenti non solo comunali, ma anche regionali, statali ed europei. Vogliamo assicurare al Teatro dei Marsi un orizzonte di possibilità come budget e come obiettivi professionali».
Ad Avezzano il concerto di Guccini con la replica, Battiato tutto esaurito con 5 mesi di anticipo. La campagna abbonamenti teatrale e musicale a gonfie vele. Nonostante la crisi, o forse proprio a causa della crisi, la gente ha bisogno di evadere?
«L’arte consente di evadere, ma non c’è un desiderio di fuga. Chiunque esca di casa per andare al teatro ci va con la segreta speranza che quella cosa gli cambi un po’ la vita e non è soltanto il divertimento, ma anche la proposta culturale. Incontri con artisti come Battiato, Guccini o Orsini possono lasciare un piccolo segno nella vita di uno spettatore. C’è desiderio di cultura, di conoscenza, di novità che riscatti il grigiore e la fatica della vita quotidiana».
Qualità e costi, però, sono difficili da far conciliare.
«È la seconda stagione nella quale sono coinvolto. Quest’anno abbiamo mantenuto la qualità spendendo anche meno, tanto da poter inserire uno spettacolo in più. Tentiamo di accoppiare qualità e popolarità delle proposte e sappiamo che dovremo fare doppie repliche per alcuni spettacoli, vista la richiesta. Il nostro è un teatro che ha un rapporto in crescita con la città e vista la capienza merita di esistere come ente. Andiamo avanti con compattezza e trasversalità. Il sindaco Gianni Di Pangrazio ha avuto la capacità di dare ascolto a questo progetto e di sicuro il teatro dev’essere un patrimonio della città, a prescindere da chi l’amministra».
E la produzione di spettacoli?
«Quello deve essere un altro obiettivo. Il teatro deve diventare progressivamente negli anni un ente produttivo, ma deve disporre di risorse finanziarie. Lo immagino da qui a 5 anni».
La sua fidanzata è un’attrice, Antonietta Bello: parlate spesso di cinema e teatro oppure cercate di vivere una storia fuori dal lavoro?
«Ne parliamo inevitabilmente spesso, ma cerchiamo di non farne un argomento esclusivo».
Che rapporto ha con il rugby?
«Il rugby mi ha insegnato tanto e se oggi ho una visione della società e dei rapporti umani libera da gerarchizzazioni inutili e vessatorie, se credo fermamente più nel gruppo che nel singolo, lo devo a questo sport assurdo dove per andare avanti devi passare la palla indietro, essendo così costretto a farti aiutare dagli altri: solo tutti insieme si vince, questa è la regola non scritta. E forse questa è anche, e soprattutto, la vita».
Lei è sempre stato dichiaratamente di sinistra. Il momento non proprio d’oro del Pd, con la sconfitta di Roma, il trionfo di Trump negli Usa. In che direzione si sta andando?
«Tocca capirlo presto e uno dei problemi è che la sinistra ha smesso di chiedersi dove sta andando e dove bisogna guardare. Se si vuole cercare un riscatto progressista per le frange più in difficoltà della nostra società bisogna guardare con realismo alla volontà di cambiamento radicale e intelligente».
C’è il referendum, come voterà?
«Voterò sì e ho girato anche uno spot per invitare gli elettori a fare lo stesso».
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