Lo splendore del vero il Neorealismo tra interviste e foto

8 Giugno 2015

TORINO. «Lo splendore del vero nell'Italia del dopoguerra»: è il sottotitolo, ma anche il riassunto di una mostra unica, per ricchezza di materiale e ampiezza, sul cinema neorealista. Al Museo...

TORINO. «Lo splendore del vero nell'Italia del dopoguerra»: è il sottotitolo, ma anche il riassunto di una mostra unica, per ricchezza di materiale e ampiezza, sul cinema neorealista.

Al Museo nazionale, dall'Aula del Tempio della Mole Antonelliana di Torino, fino al 29 novembre, l'esposizione si sviluppa con oltre centottanta fotografie e documenti, quindici manifesti, ventitre monitor che ripropongono sequenze tratte da cinquantacinque film intervallate da otto interviste esclusive ad altrettanti registi che raccontano il loro rapporto con il neorealismo: Davide Ferrario, Marco Bellocchio, Martin Scorsese, Bernardo Bertolucci, Bernard Tavernier, Edgar Reitz, Abderrhamane Sissako, Robert Guédiguaian.

Presentata dal direttore del Museo Nazionale del Cinema, del capoluogo piemontese, Alberto Barbera, che l'ha curata con la collaborazione di Grazia Paganelli e Fabio Pezzetti Tonion, la mostra racconta, a settanta anni da un film emblema di quella corrente cinematografica, “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, una stagione che ha dato vita a un movimento che rivoluzionò il modo di fare cinema. Su tre monitor le voci di intellettuali, scrittori famosi, da Moravia a Godard a Pasolini, che intervengono sulla loro idea di cinema neorealista.

L'esposizione si snoda attraverso sezioni che scorrono come fotogrammi di un'unica pellicola: Rossellini, Visconti e De Sica, poi Carlo Lizzani, De Santis e Lattuada fino agli anni Cinquanta e Sessanta e a quanti raccolsero quell'eredità come Rosi, Germi, Maselli, Castellani. Trovano spazio, i prodromi, quale il “Renoir” di Torino e i film di De Robertis o l'esperienza dei documentari con Michelangelo Antonioni che nel '39 iniziò a girare “Gente del Po”.

E trovano spazio gli sceneggiatori che più hanno contribuito a delineare i canoni della scrittura filmica di quegli anni: Zavattini, Amidei, Suso Cecchi D'Amico. «Quando bambino chiesi a mio padre che cos'è il neorealismo», ha ricordato alla presentazione della mostra Renzo Rossellini,

«lui mi disse: esiste un'estetica del bello, noi cerchiamo quella dell'utile agli esseri umani». Con il figlio del maestro del Neorelaismo, a presentare l'evento, altri figli di big: Emi De Sica con il marito Sergio Nicolosi, Silvia D'Amico. Rivoluzione non solo estetica, dunque, ma che metteva sul grande schermo l'Italia, ancora sofferente, del dopoguerra urlando la voglia di liberazione che ormai non era solo dal fascismo, ma dalla povertà,dall'emarginazione. Un'Italia che voleva sognare con “Bellissima” e che denunciava le ingiustizie sociali di “Ladri di biciclette” e “Miracolo a Milano” con le sue bidonvilles di periferia. Una storia quella del neorealismo – ha osservato Barbera – che ancora ci parla, ha influenzato e ancora influenza i linguaggi artistici.

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