«Lo Zingaro, Ayrton Senna e il senso segreto della vita»

15 Luglio 2020

L’attore e regista in scena il 22 luglio a Pescara con uno spettacolo nuovo «Il grande pilota è l’esempio attraverso il quale racconto una storia normale»

La storia di un pilota sconosciuto si intreccia a quella di un mito della Formula 1, in un intenso e appassionante monologo. Andrà in scena il 22 luglio al Teatro D’Annunzio di Pescara, alle ore 21.30, “Lo Zingaro”, con protagonista l’attore umbro Marco Bocci. Lo spettacolo, in prima nazionale, inaugurerà la stagione di teatro dell’Ente manifestazioni pescaresi. Prodotto dal Tsa (Teatro stabile d’Abruzzo) e della Stefano Francioni Produzioni, diretto da Alessandro Maggi e scritto da Marco Bonini, Gianni Corsi e Marco Bocci, con le musiche del compositore, regista e musicista francavillese Davide Cavuti, “Lo Zingaro” sarà replicato il giorno successivo all’Aquila, nell’ambito di “Cantieri dell’Immaginario”.
Lo spettacolo ricostruisce in parallelo la vicenda personale di un pilota, lo Zingaro, interpretato da Bocci, e una leggenda dell’automobilismo, Ayrton Senna, in un racconto fatto di coincidenze, premonizioni, intuizioni che quasi segnano il destino del primo. Senna è sempre davanti agli occhi dello Zingaro, che cerca se stesso attraverso un legame quasi ossessivo con il campione brasiliano, morto nel 1994 in seguito alle ferite riportate in un incidente durante il Gran Premio di San Marino, nel circuito di Imola.
«Senna nello spettacolo è una metafora della vita», spiega al Centro, Marco Bocci. «Quella dello Zingaro è una disperata ricerca di un’affinità per apprezzare il coraggio della normalità. Senna è un eroe, tutti lo conoscono. Lo Zingaro non lo è, per lui Senna è un’ispirazione di vita. Finché la ricerca di un parallelismo tra loro lo porta a fare delle considerazioni su quella che è la sua vita e per quale motivo ogni singola vita è importante. Nello spettacolo, Senna è l’esempio attraverso il quale viene raccontata un’altra storia, di vita normale, una vita che trova forza in questo mito. “Lo Zingaro” è un monologo molto articolato. In scena ci sono soltanto io, ma c’è una certa schizofrenia, tra virgolette: gli interlocutori sono tanti, non soltanto il pubblico».
Qual è il punto di forza dello spettacolo?
La ricerca dell’emozione, dell’emotività. L’andare fino al midollo dei sentimenti, il voler capire da dove vengono le nostre emozioni. Si cerca una spiegazione al perché, a volte, nella vita ci accadono determinate cose. È tutto scritto, abbiamo un percorso che siamo obbligati a percorrere, o tracciamo noi stessi il nostro cammino?
Come nasce la sua collaborazione con Stefano Francioni?
Ci siamo conosciuti tempo fa, è nata poi un’amicizia. Era da un po’ che parlavamo di progetti da mettere in campo. Abbiamo continuato a sentirci, scambiarci opinioni, a mantenere alto questo desiderio di lavorare insieme. Erano tre anni che non mi esibivo in teatro e c’era tanta voglia di tornarci. Lo spettacolo avrebbe dovuto debuttare a novembre, ma abbiamo pensato che questo fosse il momento giusto per cercare di ripartire, la spinta giusta. Farlo in spazi aperti, con un pubblico limitato, con condizioni tutte nuove ci è sembrato un bello stimolo e abbiamo un po’ accelerato i tempi. C’è stata una grande voglia di lavorarci e di portarlo in scena.
Come vede questa ripartenza dopo la chiusura dovuta al Coronavirus?
La vedo come fondamentale. Ci sono state tante persone che hanno sofferto più di quanto si possa immaginare. Ci sono tante figure che lavorano in questo settore. C’è bisogno di ripartire, di speranza e ottimismo, di avere la possibilità di guardare lontano e non restare chiusi in se stessi. Abbiamo bisogno di ricominciare, ovviamente con tanta attenzione, passo dopo passo, rispettando le norme.
Lo scorso anno ha esordito come regista nel film “A Tor Bella Monaca non piove mai”, di cui ha curato anche la sceneggiatura. Film tratto dall’omonimo romanzo, sempre a sua firma. Com’è stato passare dall’altra parte della macchina da presa? Ci sarà ancora la regia nel suo futuro?
Faccio questo mestiere da tanti anni e ho avuto sin da subito un occhio rivolto alla regia, sono sempre stato interessato. È stato un passaggio abbastanza naturale. Avevo ben in mente cosa volevo raccontare e come raccontarlo. È stata una bellissima esperienza. Una libertà di espressione importante che non si ha neanche da attore, perché come attore si resta nella gabbia del proprio personaggio, diretto, appunto, da un regista. Da regista, invece, la gabbia la costruisci tu e decidi come devono andare le cose. Questa libertà di espressione mi ha appassionato moltissimo e ho intenzione di proseguire. Sto portando avanti altri progetti da regista. Attualmente è in cantiere un film che avremmo dovuto cominciare a girare alla fine di quest’anno, siamo un po’ in standby. È una storia scritta da me, racconta di quattro fratelli che vivono nella periferia umbra. Una storia di amori, passioni, discussioni, alla ricerca della propria identità, della propria natura.
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