Madonna della neve Echi di Le Corbusier sui monti d’Abruzzo

22 Novembre 2015

SULMONA. Un’indagine a tutto campo che tesse la sua trama attraverso il viaggio di una (precisa) idea di architettura. Quella di Charles-Edouard Jeanneret-Gris, per tutti Le Corbusier, a 50 anni...

SULMONA. Un’indagine a tutto campo che tesse la sua trama attraverso il viaggio di una (precisa) idea di architettura. Quella di Charles-Edouard Jeanneret-Gris, per tutti Le Corbusier, a 50 anni dalla morte. Un viaggio che intreccia la storia, dell’Italia e della Roma degli anni Trenta, con quella di uno dei più grandi architetti di tutti i tempi. Capace di lasciar tracce della sua filosofia dell’arte anche in angoli di una piccola regione come l’Abruzzo. A volerlo proprio sintetizzare, pur col beneficio della limitatezza che ogni sintesi comporta, si potrebbe presentare così: “Echi di Le Corbusier in Abruzzo. Vincenzo Monaco e la chiesa della Madonna della neve a Roccaraso” (Roma, Gangemi Editore), l’ultimo libro di Raffaele Giannantonio, architetto sulmonese, docente di Storia dell’Architettura alla facoltà di Architettura dell’università d’Annunzio di Chieti - Pescara.

Nello studio, introdotto da Maria Antonietta Crippa e Carlo Pozzi, Giannantonio, «con tecnica da investigatore», come scrive Pozzi, «prova a individuare tracce della ricerca lecorbusiana cristallizzate nelle realizzazioni di architettura in Abruzzo nella seconda metà del ’900». Tale ricerca conduce, per i più inaspettatamente, sull’Aremogna, alla chiesa della Madonna della neve di Roccaraso, per il cui progetto l’allora parroco don Edmondo De Panfilis si rivolse a Vincenzo Monaco, architetto romano che, insieme all’amico e collega Amedeo Luccichenti, fu tra i giovani che maggiormente sentirono l’influenza di Le Courbusier e con i quali il maestro strinse un rapporto entusiastico in occasione delle conferenze tenute in Italia negli anni Trenta.

Se la più evidente traccia di tale eredità artistica è Villa Petacci, alla Camilluccia a Roma, il progetto della chiesa abruzzese presenta altrettante, se non maggiori suggestioni. Era il febbraio 1965 quando Monaco viene incaricato del progetto. I lavori, dopo la sua morte, passarono al collega Carlo Mercuri, che ne seguì la costruzione, completata nel 1971. All’occhio anche di un non fine esperto il legame tra la chiesa abruzzese e la cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp del maestro Le Courbusier è evidente.

Ben sintetizzata nelle parole di Monaco, nella lettera in cui illustra a don Edmondo la sua idea: «Un muro di una chiesa in costruzione sospesa agli inizi. Un’abside, una spirale che all’ingresso sale fino al campanile. Una quinta nello scenario immenso, un frangivento che definisce uno spazio per il raccoglimento dello spirito. Un tetto, che è quasi una tenda o un grosso tegolone, che scarica la neve fuori del sagrato. La luce filtrerà o dalla lama rivolta a sud sopra la porta o attraverso i fori lasciati dal cemento un po’ tutto intorno all’abside, orientati ad Ovest, a Nord e ad Est, cosicché la luce cambia nell’ambiente a seconda della posizione del sole».

Proprio quella “tenda” è un rimando a Rochamp. Altra evidente citazione è la presenza di una sorta di “cappella esterna” alla chiesa che declina, sui monti dell’Aremogna, la cappella all’aperto per i pellegrini. Senza contare il motivo a spirale che fa da guida nella struttura religiosa abruzzese, insieme all’attenta ricerca delle fonti di luce. «Il riferimento a Le Corbusier nella chiesa di Roccaraso supera di molto la pura citazione lessicale», scrive Giannantonio, «Monaco identifica nel maestro svizzero un vero e proprio maître à penser che ne influenza la produzione architettonica durante tutta la carriera, a partire dal periodo della formazione. Il confronto tra Notre-Dame du Haut e Madonna della neve suggerisce dunque una somiglianza immediata, che infrange il presupposto principio secondo cui le opere dei maestri del Movimento Moderno non sono riproducibili». Una somiglianza per nulla manierista, «ma del tutto nobile e precoce in quei profondi anni Sessanta». Nelle pieghe e nel cemento di un edificio, quello d’Abruzzo, forse ora un po’ meno sconosciuto.

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