Madre e figlia, come un fiume nell’Abruzzo di Di Pietrantonio

Oggi a San Demetrio ne’ Vestini Irene Cocchini è in scena nello spettacolo tratto dal romanzo d’esordio della scrittrice di Arsita premio Campiello 2017
Una donna, ormai anziana, mostra i primi segni di una malattia che le sottrae ricordi e identità. È tempo per la figlia di prendersi cura di lei e di aiutarla a ricostruire la sua storia, la loro storia in un flusso di coscienza che lega gli anni Quaranta del Novecento al qui e adesso, in un Abruzzo aspro e luminoso, ai piedi del Gran Sasso. La storia è quella raccontata da Donatella Di Pietrantonio, nel suo romanzo d’esordio del 2011, “Mia madre è un fiume”. Da quel libro della scrittrice di Arsita, premio Campiello nel 2017 per il romanzo “L’Arminuta”, è tratto lo spettacolo teatrale dallo stesso titolo che andrà in scena, oggi alle 18, nello Spazio Nobelperlapace di San Demetrio ne’ Vestini, nell’ambito della rassegna di teatro curata dall’associazione Arti e spettacolo. Il biglietto d’ingresso costa 10 euro. Dopo lo spettacolo, ci sarà un aperitivo offerto da Arti e spettacolo, nel corso del quale gli sarà possibile incontrare gli artisti della compagnia.
“Mia madre è un fiume”, prodotto dal Teatro del Paradosso e dall’associazione culturale Lauretana, è uno spettacolo con la drammaturgia e la regia firmate da Giacomo Vallozza, interpretato in scena dall’attrice Irene Cocchini.
«Mia madre è un albero. Alla sua ombra mi son giustificata. Si secca, anche l’ombra si riduce. Presto sarò allo scoperto», scrive la Di Petrantonio nel suo romano. Il libro - e così anche lo spettacolo - è la storia di Esperia Viola raccontata da sua figlia. A soli 18 anni, Esperia aveva sposato Cesare diventando madre di una bambina. Avara di carezze, Esperia ha educato sua figlia con severità, parca di slanci d’amore. La bambina piccola soffre per questa aridità affettiva per la quale non trova una spiegazione, una giustificazione.
E’ l’antefatto emotivo di questo ritratto di famiglia in un interno. Adulta, ormai, la figlia parla, racconta, ricorda, per ritardare nella madre l’avanzare, distruttivo della personalità, il morbo di Alzheimer. Ma la terapia escogitata per Esperia serve anche a lei: nelle sue parole trovano uno sfogo sentimenti repressi finalmente liberati senza freni in una sorta di flusso di coscienza. La storia di Esperia e di sua figlia è il racconto quotidiano di piccoli e grandi avvenimenti, a partire dalla nascita della mamma, e delle sue cinque sorelle, nate da un reduce tornato comunista in Abruzzo dalla prima guerra mondiale, e da una contadina «dritta ed elegante», malgrado le fatiche della campagna, degli animali e della casa. I fili delle loro esistenze si dipanano dagli anni Quaranta fino ai nostri giorni, in un Abruzzo che affiora, sullo sfondo delle parole dette e ascoltate, come una terra mitologica, lontana.
Nel flusso del racconto passano i personaggi della famiglia, gli abitanti del paesino ancora senza acqua né luce; personaggi legati a una terra avara, dalla quale tuttavia non sopportano di essere divisi per frequentare una scuola o trovare un lavoro. Ogni distacco porta con sé il dolore e il trauma di una definitiva emigrazione.
«Sono ricordi dolcissimi e crudeli», si legge nelle note di copertina del romanzo di Donatella Di Pietrantonio, edito da Eliott, «pieni di vita e di verità, che ricostruiscono la storia di un rapporto e di un’Italia apparentemente così lontana eppure ancora presente nella storia di ognuno di noi».
«Le posso solo affabulare la vita», dice la figlia della madre, a un certo punto dello spettacolo. «È la terapia somministrata dalla figlia alla madre che sta perdendo progressivamente la memoria», spiegano le note di regia di Giacomo Vallozza. «Nel dispiegarsi del racconto, ci si inoltra in un mondo arcaico, in un quotidiano scandito dal faticare e dalle stagioni, vissuto in una casa prima dei monti, un piccolo sasso rotolato per sbaglio dall’Appennino abruzzese. Sembra un tempo lontanissimo eppure è solo qualche decennio fa. Narrare la vita alla madre vuol dire inevitabilmente delineare la propria. E i nodi irrisolti di una relazione vengono al pettine».
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