Mainetti: Tarantino mi ispira ma ho la mia voce

20 Novembre 2021

Il regista rivelazione di “Jeeg Robot” accompagna stasera la proiezione a Pescara del suo “Freaks Out” 

PESCARA. La sfida lanciata dal regista Gabriele Mainetti si annunciava impegnativa: ambientare sullo sfondo di una delle pagine più cupe del Novecento, un film che fosse insieme un racconto d’avventura e una riflessione sulle dinamiche sociali. La pagina in questione vede Roma occupata nel 1943, attorno ai protagonisti si consuma la guerra civile e la deportazione degli ebrei romani. Malgrado queste premesse, “Freaks Out” si propone come un film audace, capace di attraversare diversi generi narrativi e filmici. Dramma, commedia, favola, guerra e supereroi sono mescolati all’interno di una pellicola sul tema della diversità. La risposta del pubblico non si è fatta attendere con oltre 2,1 milioni al botteghino nei cinema italiani e prospettive di distribuzione a livello internazionale. D’altra parte, si tratta di uno dei film più costosi, con un investimento di oltre 12 milioni di euro.
Si parlerà di tutto questo questa sera al Multiplex Arca di Spoltore in occasione di una proiezione-incontro in programma alle 20.40 conMainetti che torna in Abruzzo dopo il successo del pluripremiato “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Anche stavolta a presentarlo sarà il critico cinematografico Francesco Di Brigida. L’ambientazione, si diceva, è in una capitale segnata dalla seconda guerra mondiale: Matilde (Aurora Giovinazzo), Cencio (Pietro Castellitto), Fulvio (Claudio Santamaria) e Mario (Giancarlo Martini) lavorano e vivono nel circo di Israel (Giorgio Tirabassi). I quattro, abbandonati da piccoli dalle rispettive famiglie, vengono adottati dal circense. Dotati di poteri magici, diventano protagonisti di un piano che potrebbe cambiare i loro destini e, forse, anche il corso della storia. Un film in qualche modo legato all’Abruzzo, sia per la scelta di girare alcune scene tra le macerie di Castelnuovo, sia per la fotografia del pescarese Michele D’Attanasio, vincitore del David di Donatello nel 2017 per il film “Veloce come il vento” di Matteo Rovere.
Mainetti, come ha reagito il pubblico alla vostra scelta coraggiosa di portare sul grande schermo questa storia, giocando di fatto con degli avvenimenti tragici?
«Dalle anteprime all'uscita ufficiale del film abbiamo incontrato molte persone, spesso arrivate nelle sale grazie a un semplice passaparola, la mia impressione è che il nostro lavoro sia stato apprezzato anche nella sua originalità. Stiamo avendo un buon riscontro al botteghino e avviando la vendita e la distribuzione in Francia, Germania e Giappone».
Sia nelle sue scelte stilistiche, sia nel “riscrivere” la storia si intravede l’influenza di grandi del cinema, come Sergio Leone o Quentin Tarantino di “Bastardi senza gloria”.
«Sicuramente. Tarantino è un maestro, a partire dalle sue prime pellicole: Le Iene e Pulp Fiction. Poi in “Bastardi senza gloria” c’è questo tentativo di dare alla storia un finale diverso, come in parte abbiamo fatto noi. Però in maniera diversa. Silvano Agosti mi ha detto che, quando si fa un lungometraggio si chiede l’attenzione degli spettatori per circa due ore e non è cosa da poco. È importante, pertanto, trovare la propria voce.