Maraini: «Verso le donne una nuova forma di razzismo»

15 Febbraio 2019

La scrittrice presenta il suo ultimo romanzo “Corpo felice” oggi a Lanciano «Nel mondo letterario e in tanti altri campi c’è ancora molta discriminazione»

A distanza di oltre vent’anni Dacia Maraini torna ad affrontare il tema della perdita di un figlio e della dolorosa vicenda dell’aborto. Lo fa in “Corpo felice. Storie di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va”, il suo ultimo romanzo uscito per Rizzoli nel 2018, del quale si parla oggi a Lanciano nell’incontro “Donne tra diritti e letteratura” promosso dall’associazione I colori dell’Iride e dalla casa editrice Rocco Carabba: l’appuntamento è alle 17 nel polo museale di via Santo Spirito, dove la Maraini dialoga con la giornalista Maria Rosaria La Morgia, mentre l’attrice e regista Eva Martelli leggerà alcune pagine di “Corpo felice”. In questo volume riemerge il tema dell’impossibilità di diventare madre, già presente in “Un clandestino a bordo”, libro del 1993. Ad aprire il romanzo è un’immagine di lei bambina a Kyoto che scappa dai suoi genitori per un’accusa ingiusta, quella di aver sporcato un libro con dell’inchiostro.
La Maraini comincia così richiamando anche l’infanzia trascorsa in Giappone, dove tra l’altro, con i genitori e le sorelle, tra il 1943 e il 1946 è stata internata in un campo di concentramento, perché il padre aveva rifiutato di riconoscere il regime collaborazionista della Repubblica di Salò. «È un riferimento per spiegare la reazione a un’ingiustizia, la prima reazione di una bambina accusata ingiustamente», dice dell’incipit del libro l’autrice.
Perché dopo tanti anni torna a parlare di aborto e maternità?
Ci sono delle esperienze che non scompaiono mai, ma rimangono, come ferite: parlarne fa bene, aiuta a prenderne le distanze. Non sono ferite aperte, ma ferite che ogni tanto fanno male… come quando cambia il tempo.
Lei ha scritto e parlato molto della situazione femminile, di cui oggi si parla ancora in termini abbastanza pessimistici: le cose vanno davvero così male?
La condizione delle donne è sempre una condizione di difficoltà in una società e in un mondo che restano patriarcali e androcentrici. Sicuramente sono stati fatti dei passi avanti, in particolare dal punto di vista legale le cose sono cambiate molto e in meglio: da questo punto di vista in teoria la parità c’è.
Quindi bene dal lato legale ma non da quello mentale e culturale?
Da questa prospettiva vedo un regresso, una chiusura, una sorta di nuova forma di vero e proprio razzismo. Le prime vittime del razzismo sono le donne, anche prima degli stranieri, degli omosessuali, dei diseredati e di quanti vengono generalmente discriminati. Certo, non è una tendenza di tutti, ma di una parte della società purtroppo sì.
Anche nell’ambiente letterario e culturale esiste questa discriminazione?
Quando si tratta di mercato, no. Del resto le donne sono anche quelle che leggono più degli uomini. Quando però si entra nelle istituzioni letterarie c’è ancora molta discriminazione nei confronti delle donne come in molti altri campi: c’è una piramide di comando dove la componente femminile è svantaggiata.
Le sue prime letture sono state autori maschili o femminili?
Il mio primo riferimento letterario è stato “Pinocchio”: ma più che una lettura era un ascolto, perché me lo raccontava mio padre nel campo di concentramento! Poi leggevo quello che trovavo sugli scaffali, ed erano essenzialmente autori maschili. I libri femminili sono arrivati in un secondo momento, con “Piccole donne” e altri.
Lei oltre a romanzi ha scritto anche poesie, saggi, testi per il teatro: con quale genere si sente maggiormente a suo agio?
Mi considero una “raccontatrice” di storie. Il romanzo è indubbiamente il genere che sento a me più vicino, anche perché, pure quando ho scritto poesie, queste avevano sempre un tocco molto narrativo.
Invece lei che è nata in Toscana, è cresciuta tra il Giappone e la Sicilia e ha vissuto a Roma, cosa risponde a chi le chiede “di dov’è”?
Che sono un po’ internazionale: ho viaggiato, sono cresciuta in posti diversi con i quali crescendo mi sono confrontata. Mi sento una cittadina del mondo.
Anche un po’ abruzzese…
L’Abruzzo mi piace molto: vengo qui spesso per ritrovarmi un po’. A Pescasseroli ho una piccola casa nel centro del paese, tra i boschi del Parco nazionale, dove vado quando sento il bisogno di isolarmi, di scrivere, di lavorare con serenità. Penso che l’Abruzzo sia bellissimo.
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