Morto Sonny Rollins, il ricordo di Lucio Fumo: «Quando inaugurò il Jazz’n Fall a Pescara»

Sonny Rollins al Jazz’n Fall a Pescara
Addio al genio del sax che amava meditare con i piedi penzoloni. Il direttore artistico del Pescara Jazz: «Smise di fare concerti dopo la morte di sua moglie»
PESCARA. «Sonny Rollins ho avuto il piacere di ospitarlo per ben due volte a Pescara. Lui ha inaugurato il primo concerto del festival Jazz’n Fall». Parla con il sorriso e i tanti ricordi lo storico ideatore del Pescara Jazz, Lucio Fumo. Attualmente è il direttore artistico di Jazz’n Fall. Nel 1967 insieme a Ennio Flaiano ha fondato la Società del Teatro e della Musica e dal 1987 ne è diventato il Presidente. A un giorno dalla scomparsa del “Saxophone Colossus”, (il Colosso del sax Sonny Rollins), la ferrea memoria di Fumo, tra un aneddoto e l’altro, svela al Centro la grandezza di un uomo che non ritenendosi un talento ha guidato l’evoluzione del jazz dal bebop fino a plasmare l’hard bop e le sue successive declinazioni. Al pari di John Coltrane e Charlie Parker, e influenzato da Thelonious Monk, era tra i sassofonisti più influenti del suo tempo.
Dopo Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Miles Davis,per citarne alcuni, nel 1990 porta Sonny Rollins a Pescara. Cosa ricorda di quella serata?
«Il pubblico era in visibilio. Uno dei giganti del jazz chiamato per inaugurare il primo concerto di Jazz’n Fall».
Da crederci, visto i suoi precedenti.
«Lo si faceva per passione, con molti meno soldi di altri festival del jazz in Italia».
Ma il primo in Italia è stato a Pescara grazie a lei.
«Con me c’erano altri 3 amici fraterni. Pescara era una città nuova, in crescita. Ogni serata contavamo 2 mila spettatori».
Da tutto l’Abruzzo?
«Da tutta Italia. Un signore chiamava ogni anno dalla Sicilia, a febbraio, per prenotare i biglietti. Il Festival si faceva d’estate, ma lui voleva sempre gli stessi posti, ancor prima di conoscere il programma».
Dopo Pescara Jazz, Jazz’n Fall che per la seconda volta ha ospitato di nuovo Rollins.
«Lui tornò molto volentieri nel 1999 al Teatro Massimo».
Un grande uomo riconoscente, oltre che grande jazzista.
«Assolutamente. La sua più grande forza, posso affermare, era però sua moglie».
Il detto “dietro un grande uomo c’è una grande donna” si fa realtà?
«Era lei che gestiva tutto. Teneva i tempi di ogni sua mossa».
Ci racconti qualche aneddoto?
«A fine concerto, come è mio solito fare, sono andato dietro le quinte, e davanti la porta del camerino c’era sua moglie che mi disse “Sonny è un po’ stanco” ma io nel frattempo lo sentivo suonare dentro la stanza. Così mi spiegò che suo marito una volta concluso un concerto aveva bisogno di rilassarsi. E lo faceva proprio suonando il sassofono».
E poi?
«Non finisce qui. Mi dice “Ti conviene farti un giro e tornare tra 15 minuti”».
Davvero?
«Si. Rimasi sorpreso, perché dopo oltre due ore sul palco tutto mi sarei aspettato tutto meno che continuasse a suonare in solitudine».
Era solito isolarsi per esercitarsi in solitudine. Come negli anni ’50-’60.
«In quegli anni si ritirò per un periodo dalle scene: era in una fase meditativa. Lui era avvezzo all’isolamento, se ne andava su Williamsburg Bridge e si metteva con le gambe penzoloni a suonare».
Rollins era apprezzato per la sua capacità di improvvisare. Interessante la registrazione di undici minuti di “Easy Living” durante il concerto a Varsavia.
«Credo fossero gli anni ’80. La sua ma anche quella di altri come Stan Getz, non erano da meno».
Con la sua scomparsa se ne va l’ultimo grande testimone dell’età d’oro del jazz. Come pensa che la sua eredità influenzerà le nuove generazioni di sassofonisti jazz?
«In verità, la storia del jazz ha avuto diversi momenti di trasformazione. Potremmo dividerli in più periodi. Nasce a New Orleans nel 1900-1920, con musicisti come Buddy Bolden e poi Louis Armstrong. Poi c’è stata l’epoca dell jazz a Chicago. Negli anni ’40 arriva lo Swing...».
Conosciuta come l’epoca d’oro, con le grandi orchestre che suonavano arrangiamenti ballabili e orecchiabili.
«C’erano figure chiave come Duke Ellington e Count Basie. Il Bebop (anni ’40 ndr), in reazione allo swing, i musicisti crearono un genere più complesso».
Un altro suo primato fu Duke Ellington a Pescara. Si sarebbe mai aspettato che accettasse di venire a suonare in una città non ancora conosciuta per la musica jazz?
«Fu una grande emozione. Lo chiamai insieme ai miei amici con i quali creammo il Pescara jazz, proprio per lanciare questo festival».
Cosa ricorda di quel giorno?
«Tutto. Dal pubblico alla band che era incredula davanti a oltre 1600 paganti che si alzarono in piedi per applaudirli. Suonarono oltre l’orario concordato, per 3 ore, fecero anche i primissimi pezzi che Duke aveva scritto in giovane età».
Tornando a Sonny Rollins. Dopo il secondo concerto del 1999, perché non è più tornato in Abruzzo da lei?
«Come ho detto prima, Sonny era molto legato alla moglie. Quando lei morì, lui smise di fare concerti».
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