Nel guscio di Ian McEwan con un Amleto mai nato

Oggi esce in Italia il nuovo romanzo del grande scrittore inglese Un thriller raccontato da un nascituro con echi del capolavoro di Shakespeare
di Giuliano Di Tanna
Henry James si era spinto fino ai 6 anni di Maisie, la bambina del suo romanzo “Quello che sapeva Maisie” che racconta con stupore infantile l’inferno familiare in cui la sorte l’ha catapultata. Ma nessuno aveva osato fare di un nascituro l’io narrante di una storia. Nessun prima di Ian McEwan, il 69enne scrittore inglese che, da “Primo amore, ultimi riti”, la sua prova narrativa d’esordio nel 1975, fino a “Espiazione” del 2001, di bambini terribili ha sempre scritto. Il bimbo non ancora nato che racconta una storia di cui è testimone, dal grembo della madre, è il protagonista del suo nuovo romanzo, “Nel guscio, che esce oggi in Italia da Einaudi (178 pagine, 18 euro) nella traduzione di Susanna Basso.
Il titolo originale del libro, “Nutshell”, guscio di noce, è una citazione dell’Amleto di William Shakespeare. «Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito - se non fosse la compagnia di brutti sogni», dicono i versi di Shakespeare riportati in apertura del libro, che l'autore presenterà il 18 marzo a Roma all'Auditorium Parco della Musicà, con letture di Fabrizio Gifuni, e il 20 marzo a Torino alla Cavallerizza Reale.
La storia, avvincente, è un rimando alla scena primaria, al fuori campo del capolavoro di Shakespaere: il tradimento della madre di Amleto e l’omicidio di suo padre. La gravidanza di Trudy, la madre «bellissima, amorevole, assassina», è quasi giunta al termine, ma l'evento si prospetta tutt'altro che lieto per il suo piccolo ospite. Ad attenderlo nella grande casa di famiglia (e nel letto coniugale) non c'è il legittimo marito di Trudy e futuro padre del nascituro, John Cairncross, poeta povero e sconosciuto, innamorato della moglie e della civiltà delle parole, ma il fratello di lui, il ricco e becero agente immobiliare Claude. Dalla sua posizione ribaltata e cieca, il nascituro gode di una prospettiva privilegiata sugli eventi in corso: ascolta. Ed è lui a raccontare una storia di lutto e di sospetto.
Il narratore, nel suo stato tra l«'essere e il non essere», sente e immagina attraverso il corpo della madre, un mondo che ancora non può vedere. «Dalla mia postazione», scrive McEwan con la voce del nascituro-testimone, «senza altro impegno che quello di far crescere il corpo e la mente, io assorbo tutto, banalità comprese, e non sono poche». Il nascituro si ritrova «il pene del rivale del proprio padre a pochi centimetri dal naso», scrive McEwann alla maniera icastica di chi ha ben digerito l’interpretazione freudiana del “mito” scespiriano e le sue parodie comiche. Il nascituro-narratore, che naviga nel liquido materno, definisce «Muro della morte» i rapporti sessuali con cui Trudy e Claude ingannano il tempo mentre elaborano il loro piano assassino. «Un verecondo Pinot Noir allegro, o un sauvignon profumato d'uva spina», racconta il narratore che tutto sente pur nulla vedendo nel suo guscio, «hanno il potere di farmi piroettare e ruzzolare nel mio mare segreto, mulinando dalle pareti elastiche della fortezza che è casa mia».
Perché questa sete di sangue nella coppia fedifraga? Sua madre e lo zio Claude non aspirano a regni nordici, come i loro modelli scespiriani, ma a un vecchio edificio georgiano, d'inestimabile valore, ereditato dal padre. Il nascituro vorrebbe impedire che la madre e lo zio avvelenassero suo padre; vorrebbe agire ma, prigioniero del guscio, può solo scalciare contro le pareti del guscio. Pensa anche di suicidarsi con il cordone ombelicale ma poi ci ripensa.
«Era dalle mie prime storie che non mi allontanavo così tanto dalle leggi della fisica e della biologia», ha detto del suo libro, McEwan in una recente intervista al . Wall Street Journal. «Avevo solo bisogno di andare per un momento da un’altra parte, via da quello che si potrebbe chiamare un tentativo di mettere in piedi in modo verosimile un mondo riconoscibile a tutti. Questo è un passo nella completa libertà – se di libertà si tratta – di una fantasia».
Che si tratti di fantasia o di una diversa forma di realismo, l'epilogo di “Nel guscio” apre a riflessioni perturbanti sulla possibilità della salvezza e sul senso del mondo in cui nuotiamo, anche da adulti, come avvolti dal liquido amniotico.
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