Nella casa di Silivine quel segreto mai svelato

12 Agosto 2018

«Portò la prima televisione al paese e il giovedì sera bisognava fare la fila  per Lascia o Raddoppia, malgrado lui avesse imposto un biglietto d’ingresso» 

Poco distante da casa mia, c’era la casa di Silivine. Silivine era cieco ma per noi bambini era come se ci vedesse. Non ci chiamava mai per nome e quando eravamo nel suo raggio di controllo e aveva bisogno di qualche cosa urlava: «Uè lu fije de Rocche! vamme a pijà le sigarette, Naziunale senza filtre!». Il veliero raffigurato sul pacchetto verde delle sigarette era sempre uno stimolante scenario per sognare navigazioni incredibili e battaglie di pirati. Così, ogni ritorno dal tabacchino, diventava una piacevole avventura. Nonostante la sua invalidità, Silivine era un personaggio per il quale si aveva un gran rispetto nella contrada e di questo pareva orgogliosamente consapevole. Dopo la guerra, portò la prima televisione al paese e il giovedì sera, ricordano tutt’ora, bisognava fare la fila per vedere Lascia o Raddoppia, malgrado lui avesse imposto un biglietto d’ingresso.
Matilde, la moglie, era una donna bellissima, invidiata da tutti e forse per questo la chiamavano “la moje de lu cecate”. Era invisa dalle donne ma, soprattutto, dagli uomini perché in quegli anni Sessanta, era una delle poche patentate della provincia. Guidava una Fiat Seicento Multipla bicolore, con il tetto nero e l’altra parte della carrozzeria bordeaux. Passava sulla strada bianca e polverosa a velocità lenta e costante, quasi a passo d’uomo, con un tale piglio regale che tutti quelli che si trovavano nelle vicinanze interrompevano le loro faccende per guardarla con stupore.
Silivine, occhiali neri e borsalino bianco in testa, seduto al alto guida come un lord inglese, si faceva scarrozzare dove voleva. La moglie, alla plancia di comando, saldamente concentrata, con lo sguardo oltre il parabrezza e con tutte e due le mani che afferravano la parte superiore del volante, procedeva con un andamento curioso, ondeggiando lentamente di qua e di là, quasi sculettando a causa dell’anatomia imperfetta del fondo stradale. Quello era il momento in cui le male lingue davano sfogo al repertorio delle invettive più pesanti contro di lei. Se solo una delle maledizioni che regolarmente le commisuravano a ogni suo passaggio l’avesse colpita, avrebbe dovuto sfracellarsi contro un muro ma, per fortuna, tutte andarono fuori bersaglio. La macchina, dopo ogni uscita, veniva gelosamente custodita in un garage-cantina e coperta da un telo di stoffa sotto il quale, di nascosto, noi ragazzi infilavamo le nostre teste per spiare incantati il tachimetro che allora segnava fino alla velocità, considerata supersonica, di 110 Km orari. Un giorno, Matilde, lasciò distrattamente le chiavi inserite nel cruscotto. La tentazione per noi fu irresistibile e l’occasione irripetibile. Lentamente, entrammo dentro l’abitacolo incustodito. Ricordo come fosse adesso quell’odore di similpelle degli interni, tipico delle Fiat di quei tempi. Io mi piazzai subito al volante, un altro mio amico al lato e gli altri due dietro, pronti a partire. Dandomi delle arie da esperto guidatore, feci la stessa mossa che faceva sempre mio padre quando si sedeva al volante, prima di avviare il motore, muovendo di qua e di là l’asta del cambio. Con apparente disinvoltura, girai la chiave rimanendo con il fiato sospeso fino a che, con un clic silenzioso, si accesero le luci del quadro, quelle dell’olio e dell’alternatore. Ormai non si poteva tornare indietro, che figura avrei fatto verso i miei amici?
La Seicento Multipla si avviò con una rumorosa accelerata. Presi dal panico e consapevoli di quello che avevamo combinato, scappammo a gambe levate per le campagne. Nello stesso istante, da dentro la casa, un urlo disumano ci fece raggelare dalla paura. Silivine, come un orco infuriato: «Matìiiii, Matìiii la macheneeeeeee!». Un giorno, improvvisamente, Silivine morì e Matilde se ne andò via portandosi con sé la Seicento Multipla e molti dei nostri sogni proibiti.
Le malelingue, anche in quel caso, non si fecero attendere, mettendo in giro la notizia che se n’era andata a vivere con un uomo di Pescara e di lei, da allora, non si seppe più nulla. Rimase la casa, abbandonata e inviolata per anni, finché un giorno, ormai cresciutelli, decidemmo finalmente di entrarci.
L’azione fu decisa di concerto nell’ora della siesta estiva, quando le cicale rumoreggiano e tutti dormono, tranne i ragazzini che in quel momento, liberi, sono vittime consapevoli delle proprie fantasie. Scegliemmo un’entrata laterale, una piccola finestra in alto sul lato in ombra della vecchia dimora. Il più piccolo di noi avrebbe dovuto saltare dentro per poi farci entrare tutti dalla porta. Lo aiutammo facendolo salire sulle nostre spalle.
Un istante dopo sentimmo la porta d’ingresso aprirsi, accorremmo tutti eccitati, pronti a entrare. Lui ci apparve sconvolto con gli occhi fuori dalle orbite e lo sguardo fisso nel vuoto. Fece un passo avanti e stramazzò a terra. Terrorizzati, pensammo si fosse fatto male cadendo dalla finestrella. Eravamo in preda al panico per quello che stava accadendo e non sapevamo che fare perché nel frattempo il malcapitato non rinveniva. Per fortuna, dopo un po', cominciò a dare segni di vita ansimando e sudando.
Agonico e con un filo di voce, cercò di parlare pronunciando parole incomprensibili indicando con il dito l'interno della casa, senza che riuscissimo a capire cosa fosse accaduto dal momento in cui era entrato. Un segreto che, probabilmente, rimarrà tale per sempre.
(Racconto tratto da “Quando la neve era bianca” libro di prossima uscita di Dino Viani)
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