Otto interviste al tramonto

Nicoletta Verì: «nel 2001 dissi no a Berlusconi, tre anni dopo ci ripensai»

20 Agosto 2026

L’assessore alla Salute si racconta questa sera a Rete8: «Né ottimista né pessimista, sono resiliente». I mesi difficili della malattia: «Mai piangersi addosso e andare avanti»

«Il mio atteggiamento vuole essere di esempio per chiunque stia affrontando una patologia: non bisogna mai piangersi addosso, ma continuare con determinazione finché le condizioni fisiche lo permettono». Nicoletta Verì, assessore regionale alla Salute per il secondo mandato di fila, è una che misura le parole: mai una di troppo, meglio una di meno. Originaria di San Vito Chietino e pescarese d’adozione, psicologa, un passato da dirigente di centri di riabilitazione, è una delle donne più potenti d’Abruzzo, basti pensare che la nostra sanità vale quasi tre miliardi di euro l’anno. Verì è l’ottava ospite, l’ultima della serie, di “8 Interviste al tramonto” in onda questa sera alle ore 20.25 su Rete8.

Da questo scorcio particolare si vede un tramonto bellissimo. Lei, di fronte alla luce arancione del tramonto, cosa pensa?

«La luce del tramonto per me è importante perché mi porta a dire grazie. Grazie per aver trascorso un’altra giornata, per aver visto un’alba, per aver avuto la forza di affrontare i problemi e, soprattutto, di trovare risposte e soluzioni che spesso ho incontrato nella vita, sia professionale che politica. Il tramonto è un momento bello e significativo. Poi vorrei lanciare una sfida: se guardiamo un’alba sul mare e un tramonto sul mare e chiediamo a un osservatore qual è l'una e qual è l’altro, penso sia davvero difficile dare una risposta immediata».

Lei ha detto che di fronte a certe immagini sente il bisogno di ringraziare. In una società che spesso dimentica di farlo, quanto è importante dire grazie?

«La nostra è una società che diventa man mano sempre più esigente: ci sono grandi aspettative e condizioni oggettive che portano a un aumento dell’aggressività, specialmente tra i giovani, e questo non va bene. Dire grazie è fondamentale perché ci dà la possibilità di elaborare e metabolizzare ciò che abbiamo ricevuto, ma soprattutto ci permette di portare avanti un percorso e un programma».

Quando era una ragazza, cosa avrebbe voluto fare da grande?

«Avevo già le idee molto chiare. Ho frequentato il liceo classico a Lanciano, abitavo tra San Vito e Lanciano – anche se sono nata a Pescara – e il mio obiettivo era frequentare l’università per essere indipendente. Volevo essere autonoma e non dover chiedere i soldi ai genitori. Ricordo che già dalla quinta elementare facevo le ripetizioni ai bambini di prima: ho sempre avuto la voglia di darmi da fare, di dedicarmi agli altri e di offrire una professionalità. Orientavo la mia vita verso un lavoro dinamico, non statico, che mi desse la possibilità di comprendere, dedurre e motivare. Oggi posso dire con soddisfazione di aver svolto il lavoro che desideravo».

Quella però era un’altra Italia. A quei tempi quali erano i suoi ideali? Aveva un modello di riferimento?

«Il mio ideale era quello di creare una famiglia e, contemporaneamente, di potermi realizzare nel lavoro. Vi assicuro che a quei tempi per una donna non era affatto semplice: si incontravano continue difficoltà. Ricordo spesso un episodio che secondo me è emblematico: subito dopo la laurea abitavo a Roma, ero sposata e lavoravo lì, ma desideravo tornare nella mia terra d’origine, in Abruzzo. Ho iniziato a cercare lavoro in regione e per oltre un anno ho fatto la pendolare tra Roma e Pescara con un bambino piccolo. Viaggiavo di notte o la mattina prestissimo, alle tre o alle quattro, pur di non togliere tempo a mio figlio. Quando attraversavo la stazione Termini indossavo un foulard per nascondere la mia giovane età, perché temevo di essere aggredita. Ho superato quelle difficoltà con la determinazione, rimanendo sempre focalizzata sui miei obiettivi».

Lei ha studiato alla Sapienza: come ricorda la Roma dell’epoca vista con gli occhi di una ragazza di provincia?

«Roma è una città accogliente, che impari a vivere nel tuo quartiere e nel tuo contesto; è una città che adoro. L’unico vero trauma da studentessa è stato vivere il periodo delle manifestazioni universitarie più violente. Durante il mio primo anno ci furono scontri e proteste importanti: ricordo i miei genitori preoccupatissimi a casa mentre vedevano in televisione i sanpietrini scagliati contro le vetrine, in ansia per me che mi trovavo proprio lì. Mi sono trovata spesso a dover evitare quelle situazioni; fu un momento di forte disagio, non certo quello che si immagina una ragazza che si iscrive all’università».

E lei, in quegli anni, da che parte stava?

«Non ho mai seguito una corrente prettamente politica, ho sempre seguito la linea della non violenza».

Quando ha iniziato a fare politica?

«In età adulta, dopo aver dedicato la maggior parte del tempo al lavoro e alla famiglia. Spesso in passato mi avevano invitata a candidarmi, anche come sindaco. Nel 2001 incontrai il presidente Silvio Berlusconi a Pescara, che mi disse che c’era bisogno di persone come me in politica, ma rifiutai».

Ha detto di no a Berlusconi?

«Più che a Berlusconi in sé, dicevo di no alla politica in generale: non volevo ricevere quel tipo di proposte perché non ne avevo il tempo. Poi, con il passare degli anni, è arrivato il momento di fare un'analisi interiore. Un parlamentare mi disse di nuovo che c'era bisogno di una figura come me e lì ho lanciato una sfida a me stessa. Mi sono chiesta se stessi rifiutando solo per il timore di non farcela o di essere sconfitta. La risposta è stata no: io sono la stessa persona in famiglia, sul lavoro e in politica. Aver dedicato il giusto tempo alla crescita della famiglia e alla carriera mi permetteva finalmente di mettere la mia professionalità nel campo sanitario e sociale a disposizione della comunità, e così mi sono candidata».

Farsi votare è sempre un’impresa. Alla sua prima elezione, come si è presentata agli elettori per conquistarne la fiducia?

«È stato molto semplice, forse più di oggi: bastava incontrare le persone che già mi conoscevano e chiedere il loro sostegno. Ricordo un aneddoto particolare: la notte dello spoglio delle mie prime comunali a Pescara ero seduta in aula consiliare a fianco a mio figlio. Mentre venivano proclamati i voti, sentii un signore dietro di me esclamare: “Ma chi è questa che sta prendendo tutti questi voti?”. Questo a dimostrazione del fatto che non ero conosciuta come personaggio politico, ma ero stimata per la mia professione e per il mio impegno lavorativo e umano».

Chi l’ha incoraggiata a cominciare?

«Un deputato dell’allora gruppo di Forza Italia. Quando poi si diffuse la voce della mia candidatura, arrivò un’offerta anche dall’opposizione. Ma io avevo già fatto le mie valutazioni e tracciato il mio percorso».

Una volta mi hanno detto che se si vogliono tarpare le ali a un politico basta farlo assessore al traffico a Pescara o assessore alla Sanità regionale: è vero?

«Purtroppo chi le ha detto questa frase ha ragione. Parlo per la mia esperienza: la sanità è una delega estremamente complessa e pesante. E non solo per la gestione di bilanci milionari, ma perché devi dare risposte concrete sulla salute di tutti i cittadini. È una responsabilità che avverto fortemente, specialmente oggi che il Sistema Sanitario nazionale sta attraversando una fase di profonda transizione».

Quanta responsabilità sente sulle spalle nel gestire la salute pubblica?

«Tanta, perché interiorizzo le difficoltà dei pazienti e di chi vive un momento traumatico. Quando leggo di critiche o segnalazioni da parte di un paziente verso il sistema, un medico o una struttura ospedaliera, mi dispiace profondamente. Intervengo sempre in prima persona, anche se spesso non lo comunico pubblicamente, affinché certi problemi non si ripetano».

C’è un confine tra l’azione dell’indirizzo politico e la gestione operativa affidata ai dirigenti?

«È il tema centrale della sanità. Esiste un confine preciso: i direttori generali hanno ampia autonomia nella gestione delle Asl e degli ospedali. La politica dà le linee guida, gli indirizzi e poi effettua il monitoraggio e le verifiche. I tempi di applicazione talvolta si allungano per via della complessità dei processi interni alle aziende sanitarie, ma i direttori hanno il compito di verificare e rispondere tempestivamente alle direttive ricevute».

Le è mai capitato di dover richiamare all’ordine i direttori generali?

«Accade spesso. Li convoco regolarmente, sia di persona in assessorato sia da remoto, per affrontare problemi di ogni entità. Devo dire che, quando c’è da riallineare la rotta, ho sempre riscontri adeguati».

Se la sanità abruzzese fosse un paziente, come starebbe oggi?

«Non è un paziente gravissimo e non è un paziente grave: è un paziente che può e deve migliorare».

Qual è il vostro piano per farlo guarire?

«Finché ricoprirò questo incarico, il mio impegno sarà costante. Stiamo seguendo un cronoprogramma preciso: la priorità assoluta è stata data alla rete delle urgenze e alle patologie tempo-dipendenti, perché la prima cosa da fare è salvare le vite. I risultati sulle liste d'attesa per i ricoveri e le prestazioni urgenti sono ottimi. Ora stiamo lavorando per rafforzare l’assistenza territoriale e la presa in carico dei pazienti cronici».

Durante un consiglio regionale molto teso, il presidente Marco Marsilio ha preso la parola per difenderla pubblicamente, ricordando l’impegno con cui ha continuato a lavorare anche nei momenti più duri della sua malattia. Che ricordo ha di quel momento?

«Lo ricordo bene. Finché si è in vita e si hanno le capacità per amministrare, bisogna andare avanti. Il mio atteggiamento vuole essere di esempio per chiunque stia affrontando una patologia: non bisogna mai piangersi addosso, ma continuare con determinazione finché le condizioni fisiche lo permettono. Ricordo sempre l’esempio di Sergio Marchionne, attivo e straordinario fino a pochissimi giorni prima della scomparsa. Dobbiamo portare avanti i nostri valori e infondere fiducia negli altri».

Lei è sempre stata così ottimista o lo è diventata nel tempo?

«Non mi definisco né ottimista né pessimista: sono realista, concreta e credo molto nella resilienza».

Come ha affrontato la notizia della malattia?

«Ho dovuto gestire una situazione personale complessa cercando di andare avanti, senza far pesare eccessivamente la preoccupazione sui miei figli e sulla mia famiglia».

Dove ha trovato la forza di non assentarsi mai dal consiglio e dalle commissioni, anche nei momenti fisicamente più difficili?

«Non l’ho cercata, per me è stato del tutto naturale. Non c’è stata alcuna strategia: è il mio modo ordinario di vivere e intendere il dovere».

Anche durante la pandemia da Covid ha trasmesso un’immagine di serenità ai cittadini. Come si fa a infondere fiducia quando le cose vanno male?

«In Abruzzo la gestione dell’emergenza ha funzionato. Molti cittadini mi dicevano che aspettavano i miei interventi perché trasmettevo tranquillità, ma potevo farlo perché sapevo che avevamo messo in campo tutto il possibile per prevenire il peggio. Lavorando giorno e notte abbiamo creato un protocollo flessibile, capace di adattarsi all’occupazione dei posti letto e all’evoluzione del virus. Insieme a tutta la squadra e agli operatori sanitari siamo riusciti a gestire una situazione complessa meglio di altre grandi regioni italiane, proprio perché abbiamo anticipato i tempi. Già a inizio anno avevamo approntato i piani di emergenza, pur partendo da una regione ancora poco digitalizzata dove i dati all’inizio venivano trasmessi persino per telefono».

In passato qualcuno si aspettava o desiderava le sue dimissioni: perché non ha mai fatto un passo indietro?

«Nessuno me le ha mai chieste ufficialmente. Forse qualcuno all’opposizione le desiderava per ragioni politiche o per occupare una poltrona, ma all’interno della maggioranza non c’è mai stata questa richiesta. Ho sempre lavorato in perfetta sintonia e in squadra con il presidente Marsilio».

A proposito di Marsilio, il suo intervento in aula è sembrato anche un gesto di affetto personale.

«Lo ringrazierò sempre. Lo reputo una persona eccezionale, onesta e profondamente dedicata alla nostra regione».

Cosa non le piace della politica di oggi?

«Non tollero l’aggressività e la violenza verbale che si vedono quotidianamente, specie sui social media. Spesso si va a colpire la sfera personale e familiare di un individuo. Bisogna sempre rispettare la persona e confrontarsi sui contenuti».

E si può cambiare questo clima d’odio?

«Si può e si deve. Chi rifiuta questo modo di fare politica deve impegnarsi in prima persona per proporre un modello basato sul confronto istituzionale corretto. Se continuiamo così, allontaneremo sempre di più le persone, convincendole che la politica sia qualcosa di sporco. La politica è impegno per il bene comune: a volte porta grandi risultati, altre volte meno, ma resta uno strumento fondamentale».

Dopo tutti questi anni, cosa le piace ancora della politica?

«La soddisfazione di porsi degli obiettivi e raggiungerli per la collettività. Quando ero presidente della commissione Sanità ho promosso leggi che oggi portano la mia firma e di cui vado fiera. Oggi parliamo di nuovi investimenti, ospedali moderni e nuove tecnologie per l’Abruzzo: sapere di aver dato un contributo concreto a tutto questo è ciò che mi dà forza».

Di fronte alle critiche dell’opposizione sulla sanità, pensa mai che abbiano ragione?

«L’opposizione fa il suo lavoro, che è quello di analizzare e sollevare criticità, spesso scendendo nei dettagli del singolo presidio o reparto. È un ruolo legittimo e io stessa faccio tesoro dei suggerimenti costruttivi. Diventa un fatto negativo solo quando si sceglie ideologicamente di non vedere i tanti aspetti positivi e i traguardi raggiunti. Come si suol dire, se uno va a guardare il puntino di fronte a una realtà importante, complessa e in miglioramento come quella del nostro Sistema sanitario nazionale – che è tra i migliori a livello mondiale –, rischia di non dare quel valido contributo di cui c’è bisogno».

Ma se lei fosse all’opposizione di se stessa, se dovesse fare opposizione a Nicoletta Verì, cosa si direbbe?

«Un po’ quello che viene affermato spesso anche in consiglio regionale: “Vada a verificare di più il comportamento di quel medico, di quell’infermiere, di quel direttore o di quel dirigente, per esigere da parte delle direzioni un’amministrazione aziendale più rigorosa”. Ecco, questo è un tema su cui io stessa discuto continuamente con i direttori, perché purtroppo a volte si riscontrano delle disattenzioni».

E che voto si dà da assessore dopo tutti questi anni?

«È difficile che io mi dia una valutazione: sono molto esigente e severa con me stessa. Dico sempre che si può e si deve fare di più, quindi sono per un giudizio orientato al continuo miglioramento. Riconoscendo l’esperienza maturata nel sistema, posso darmi un voto buono, ma con la consapevolezza che si debba sempre puntare a fare meglio».

L’amministrazione Marsilio ha superato il giro di boa e si comincia già a pensare alle regionali del 2029. Lei ci sarà?

«No, non ci penso affatto, non è un mio pensiero. Non pensavo neppure a quelle del 2024: il mio unico obiettivo ora è gestire il presente, contribuire al lavoro della giunta e governare bene. Non sono una persona che fa calcoli o pianifica investimenti per un futuro politico personale».

Passando a un tema più personale, da assessore a nonna: che nonna è lei?

«Mi sono sposata giovanissima mentre frequentavo l’università e ora ho due figli grandi. Sono una nonna affettuosa che magari non riesce a dedicare tantissimo tempo ai nipoti, ma sono molto empatica: riesco a capire le loro esigenze e le loro difficoltà. La più grande mi chiama spesso per chiedermi consigli e questo mi riempie di gioia, perché mi fa capire di essere riuscita a dare un contributo importante anche in questo ruolo».

Ce l’ha un sogno?

«A questo punto della mia vita non ho sogni particolari, se non quello di – passatemi il termine – godermi ciò che ho e approfondire gli affetti e le passioni che già riempiono le mie giornate. Sono una persona che si accontenta di poco. Prima parlavamo di tramonto: in questi due giorni trascorsi nella mia casa al mare ogni mattina alle sei ero in terrazza a godermi l’alba. Per me questi sono i momenti belli e davvero importanti».