Nobel a Ishiguro, il ragazzo di Nagasaki diventato inglese

Premiato lo scrittore nato in Giappone ma emigrato da bambino in Inghilterra Nel 1995 si aggiudicò lo Scanno con il romanzo “'Un artista del mondo effimero”
Ogni paese e ognuno di noi ha un «gigante sepolto». Il Premio Nobel per la Letteratura 2017 Kazuo Ishiguro, in un'intervista, di due anni fa, aveva parlato del suo ultimo romanzo, di memoria e oblio e del loro difficile rapporto ma per la prima volta riferendosi a una sfera collettiva che non esclude quella personale, in una storia immersa in una dimensione fantastica dove troviamo Re Artù, Beowulf, Tolkien. “Il gigante sepolto” (Einaudi) «non muore mai, incombe», aveva detto lo scrittore giapponese naturalizzato britannico (i suoi libri sono scritti in inglese) che l’8 novembre compirà 63 anni. «Corrisponde a ricordi oscuri del passato. A qualcosa che non è stato affrontato, che si è deciso fosse meglio dimenticare, far finta di niente. Però lui è un gigante, una cosa enorme che potrebbe venire fuori in qualsiasi momento».
Nato nel 1954 a Nagasaki, Ishiguro si è trasferito in Inghilterra con la famiglia a cinque anni ed è tornato nel suo Paese d'origine solo da adulto. Il Nobel gli è stato assegnato, ieri, perché nei suoi «romanzi di grande forza emotiva ha scoperto l'abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo», come spiega la motivazione ufficiale.
Nel 1995, Ishiguro aveva vinto il Premio Scanno per la narrativa con il romanzo ''Un artista del mondo effimero'', imponendosi su altri quattro srittori finalisti: Sergio Campailla, (con il libro Romanzo americano), Maria Antonietta Maciocchi (Cara Eleonora), Susan Sontag (L'amante del Vulcano) e Fulvio Tomizza (L'abate Roys e il fatto innominabile).
Kazuo Ishiguro è l'autore di romanzi come “Quel che resta del giorno” con cui ha vinto il Booker Prize nel 1989, diventato nel 1993 un film di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, e di “Non lasciarmi” del 2005, che ha ispirato un film con la regia di Mark Romanek. Un libro best seller, inserito dalla rivista americana Time nella lista dei 100 migliori romanzi in lingua inglese pubblicati dal 1923 al 2005. Dopo l'uscita di “Non lasciarmi” sono seguiti per Ishiguro dieci anni di silenzio, fino all'atteso ritorno nel 2015 con “Il gigante sepolto”, pubblicato in Italia da Einaudi come gli altri suoi libri, una storia di memoria e oblio e del loro difficile rapporto, ambientata nella Britannia del V secolo.
Ishiguro, che ha l'eleganza della cultura nipponica benché si sia trasferito da bambino in Inghilterra, è anche l'autore di “Un pallido orizzonte di colline” del 1982, “Un artista del mondo fluttuante” (1986), con cui ha vinto il premio Withbread, «Gli inconsolabili» (1995) e «Quando eravamo orfani» (2000).
Quindici anni ci sono voluti per scrivere “Il gigante sepolto” e, raccontava lo scrittore sempre in quell’intervista del 2015, «non sapevo quale sarebbe stata l'ambientazione. All'inizio ho pensato che dovesse essere nel presente, in particolare in Bosnia o in Ruanda negli anni '90, perché erano in situazioni che assomigliano a quello che è l'effetto dell'utilizzo politico della memoria collettiva usata per creare dell'odio. Ma l'approccio mi sembrava troppo giornalistico».
Così ha scelto, con questa dimensione fantastica, «un approccio», spiegava il futuro premio Nobel per la Letteratura, «più universale per proporre dei fenomeni che si ripetono nell'arco della storia, che si possono agganciare a qualsiasi luogo e tempo, la seconda guerra mondiale, la questione razziale in Usa».
Appassionato di cinema, sceneggiatore oltre che scrittore, Ishiguro si sente più romanziere: «Cosa rende diverso un romanzo da una storia sul grande schermo? Che si rivolge più alla dimensione del pensiero mentre cinema e tv sono più indirizzati all'esterno. Io scrivo in modo interiore. Se c'è un rapporto tra me e il cinema è in negativo. E quando scrivo lo faccio in modo che non sembri per il cinema», concludeva Ishiguro, annunciando che il produttore Scott Rudin aveva opzionato i diritti per la trasposizione cinematografica del”Gigante sepolto”. Ma «per fare un film ci vuole molto tempo. Chi lo sa? La cosa importante è che sia fatto bene».
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