«Non ho rimpianti della mia carriera, amo anche il brutto»

16 Aprile 2015

Il cantante festeggia i 70 anni domani a Pescara e presenta live il nuovo album “Meravigliosa vita”

di Giorgio D’Orazio

PESCARA

Bobby Solo festeggia anche a Pescara i suoi 70 anni, una presentazione in anteprima nazionale live del nuovo album con un evento – in duetto tra palco e cucina con Gianfranco Vissani – organizzato dalla Otefilm di Angelo Arquilla e da Monica Di Pillo nei nuovi spazi del Teatro Nervi, l'ex Megà rinnovato dalla gestione di Valerio Ferrari.

Una carriera di successi, per tutti il Disco d'Oro per il milione di copie vendute di "Una lacrima sul viso" nel 1964 o la prima vittoria a Sanremo con "Se piangi se ridi" l'anno dopo, ma ancora tanta voglia di suonare e ascoltare musica. «So che si esibiranno anche due giovani, il cantautore Adolfo Dececco e il cantante Paolo De Cesare, sono curioso», esordisce Bobby preannunciando una serata in cui «ci sarà da divertirsi».

Quali sono stati i momenti più belli di questo mezzo secolo di musica?

«Tutti, anche quelli brutti, quando la carriera è andata giù, intorno al '75, e ho aperto una sala di incisione, ma senza dimenticare la scena. Ma se tornavo sul palco capivo che il pubblico non mi aveva abbandonato, anche se non mi vedeva più in tv, se non mi ascoltava in radio. Anche quel momento di smarrimento è stato positivo, mi ha fatto capire che privilegio hanno gli artisti. Così mi sono rimesso su e sono arrivati il successo di "Gelosia", arrangiata da Vince Tempera (che sarà domani a Pescara al concerto, ndc), quattro Sanremo di fila e l'esperienza in Mediaset col programma "Casa mia"».

Faccia un salto indietro, perché è nato Bobby Solo?

«Per amore. A 14 anni. Avevo perso la testa per la figlia di un giornalista newyorkese che mi parlava solo di Elvis Presley, allora non sapevo neppure chi fosse. Per stare al passo chiesi aiuto a mia sorella, che aveva studiato e ancora vive ad Atlanta. Quando ascoltai Elvis rimasi folgorato e cominciai ad imitarlo. Dai capelli alla chitarra. Mia madre cominciò a crederci, mi accompagnava ai provini, si sbatteva per farmi entrare in una casa discografica, finché la Ricordi mi fece fare tre dischi, tutti flop. Fu grazie al padre di Mogol, allora in Ricordi, che la musica di "Una lacrima sul viso" ebbe le parole giuste, di Mogol appunto, e tutto partì».

È la canzone preferita tra le sue?

«Sarebbe scontato. Preferisco “Non c'è più niente da fare”».

Qual è il brano di altri a cui è più affezionato?

«"Are you lonesome tonight"».

Elvis a parte intendo.

«Un italiano allora, "Sapore di sale" di Paoli».

Anni '60 nel cuore, insomma. Molti nomi appartengono al passato ormai. Quali le mancano di più?

«Sicuramente Little Tony, perché abbiamo vissuto 50 anni di amicizia condividendo l'amore per la musica americana e inglese. Poi Lucio Battisti con cui passavo notti intere a suonare nella mia casa all'Eur. Pino Daniele, un genio che indirizzai alla Emi, e Giancarlo Bigazzi, un grande uomo che conosceva il valore della semplicità. Ma anche Guido Toffoletti, un bluesman veneziano amico, oltre che mio, dei Rolling Stones».

Dopo qualche anno dall'ultimo album torna oggi con "Meravigliosa vita", tanti anni '60 anche lì?

«No, no, anzi. A detta di molti non si tratta del classico Bobby Solo, non ripeto me stesso, è un disco lontano dagli stereotipi con 9 inediti, di cui tre canzoni fresche fresche che mi ha regalato Mogol. E pensare che ero in dubbio sull'inciderlo. Credo sia un bel lavoro, anche grazie alla produzione della Clodio Management, a due grandi autori ora alla ribalta come Francesco Morettini e Luca Angelosanti, al mio pianista Marco Quagliozzi, alla mia giovane chitarrista Silvia Zaniboni e al bastone della mia vecchiaia, Marco Miscellaneo, il mio manager, che tra l'altro è pescarese».

Allora gioca quasi in casa domani, che rapporto ha con l'Abruzzo?

«Ho avuto per 18 anni un impresario di Vasto, Mario Mastronardi, e poi ho lavorato con Fabrizio Miscellaneo, il papà di Marco, col quale mi farebbe piacere chiudere la mia carriera artistica. L'Abruzzo è una regione che adoro, a mezza via tra Nord e Sud, con una situazione climatica ottimale, gente molto cordiale. E si mangia bene, infatti l'olio che compro per casa è abruzzese. È una terra dove verrei subito a vivere, ma a mia moglie, che è americana, piace più il Nord».

Si rassegni per ora, ma per la vecchiaia c'è tempo, d'altronde più di una decina d'anni fa all'Ariston cantava convinto, con Little Tony, il brano “Non si cresce mai”...

«E ne resto convinto. È una cosa ereditata da mia madre. A 80 anni si lamentava perché vedeva il suo corpo che non rispondeva più come una volta, ma diceva di sentirsi la lucidità di una 25enne».

E lei oggi a 70 anni come si sente?

«Come un ventenne con un fisico da proteggere. Con la voglia di musica, l'emozione di un nuovo viaggio in autostrada da Rovigo a Pescara, un altro pubblico da incontrare, i selfie con i ragazzi, e poi un nuovo figlio di 2 anni e 4 mesi che mi inietta vita dentro...tanto non si cresce mai»...».

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