Nonno Pirandello tra Shakespeare letteratura e follia

3 Giugno 2017

Nel 150° del Nobel l’editore lancianese Carabba pubblica la biografia scritta dal nipote Andrea

Quanto le vicende di vita privata abbiano influito sul pensiero e l’opera di Luigi Pirandello è materia che la critica ha scandagliato a fondo nel corso del tempo. Ora, nel 150esimo della nascita del Premio Nobel di Girgenti, l’Abruzzo con l’editore lancianese Rocco Carabba apre una finestra nuova e delicata sull’intimità familiare dello scrittore attraverso una biografia scritta dal nipote Andrea, giornalista e curatore dell’opera del nonno, scomparso lo scorso anno.
Il volume, nella collana “Biblioteca del particolare”, si intitola “Luigi e Antonietta Memorie di famiglia (1886-1919)” (316 pagine, € 25) è curato da Dina Saponaro e Lucia Torsello, direttrici del Centro Studi Pirandelliani di Roma. Quello che ad Andrea Pirandello sembrava “un libro infinito”, è ora in parte racchiuso in queste pagine dove si narrano le vicende della famiglia con particolare riguardo alle prime fasi del matrimonio di Luigi e Antonietta. La creatività di Luigi si intreccia con i percorsi dolorosi dell’animo di sua moglie, coinvolgendo i tre giovani figli in un modus vivendi del tutto originale. Frutto di una lunga conversazione con l’autore, Saponaro e Torsello hanno ricostruito una preziosa testimonianza “dall’interno” della famiglia Pirandello attraverso gli occhi di un partecipe osservatore che racconta, fin dagli anni dell’infanzia e via via nel tempo, la sua vicinanza affettuosa con il celebre nonno. Di seguito stralci de libro.

Come era Luigi Pirandello con voi nipoti?
In privato Nonno era una persona giocosa, soprattutto con noi bambini. Anche noi avevamo le abitudini legate alla nostra quotidianità che per tutti noi sono rimaste memorabili. Ricordo quando il nostro barbiere di fiducia veniva abitualmente in via Bosio per tagliare i capelli a tutti i maschi, nella stanza da pranzo di casa nostra. Tutto si svolgeva come in un rituale prestabilito: toccava prima a Nonno che scendeva da casa sua, poi era il turno di papà; infine toccava a me e per ultimo a Giorgio. Ricordo tutti i nostri capelli mischiati per terra e il telo svolazzante che il barbiere maneggiava abilmente, lo portava sempre con sé, oltre alla cassettina con gli strumenti da lavoro. Il barbiere, dopo aver servito Nonno, rivolto verso di noi lo prendeva in giro bonariamente imitando una sua espressione tipica, che in famiglia noi chiamavamo “l’occhio di Pirandello”: un sopracciglio alzato, come un accento circonflesso. E Nonno, divertito e complice, stava sempre al gioco.(...)
E suo nonno, com’era nella vita privata, con gli amici e gli altri familiari?
A Pirandello piaceva il gioco come trama per stare insieme. Soprattutto in villeggiatura, a Castiglioncello, giocava spesso a bocce e ho impressi nella memoria i suoi caratteristici tre passi obliqui e felpati quando, proteso in avanti, s’inoltrava nel campo per la sbocciata. La sua persona era raccolta, equilibrata: magro e in qualche giuntura aguzzo, ma ammorbidito dall’età. Dalla dolcezza del corpo si staccavano per una loro asprezza la testa grande con lo spigolo del pizzetto e quella nudità dello sguardo che era come uno sproposito; e le mani, duttili ma piene di segni, squadrate. Spesso si giocava in villeggiatura in Toscana, e poi la compagnia, verso sera, si spostava in piazza, ai tavoli del Caffè di Dante, il vecchio Dante Deri che con la sua intelligenza e la parlata toscana incantava Pirandello.Gli adulti prendevano spesso ai tavolini un bicchierino di china. Dopo cena, quasi tutte le sere, tornavano a casa nostra a giocare; si formavano più tavoli di giocatori di scopone scientifico, spesso organizzati in torneo. E a ogni fine di mano discutevano, come usava nelle osterie. Pirandello e Bontempelli erano ottimi giocatori. (...)
Ci sono stati alcuni momenti in famiglia in cui i discorsi o gli atteggiamenti di Pirandello non erano ritenuti adatti a voi bambini?
Sì, accadeva spesso, come quando un giorno, in via Bosio, Nonno era sceso prima del solito da noi e s’intratteneva con Stefano nello studio in una discussione che noi sentivamo animata. Mamma ci chiamò e tutti insieme entrammo nello studio per annunciare che era quasi pronto in tavola. I due ci sorrisero ma non s’interruppero, seguitando a discutere. La vertenza era su Dio. Noi capivamo appena, naturalmente. Però intendemmo che Papà parlava della possibilità di un Dio personale, cioè persona; “Perché no?” udimmo nostro padre dire; Nonno negava quell’evenienza, ci sembrava.
La discussione proseguì con la vivacità che sempre mettevano nei loro contrasti, ma senza inimicizia; anzi, di più si amavano accendendosi. Al maggior vigore del figlio, Pirandello opponeva ragioni ma anche il suo sorriso arguto, finissimo. Io colsi anche delle parole incomprensibili ma che nella loro stranezza rimasero in me memorabili: che se quel Tale si fosse presentato pronunziando la parola “Io” (“io dico, io faccio”), separandosi dal tutto in cui era commisto, lui allora si sarebbe inquietato forte… e di nuovo Nonno sorrideva col reticolo di rughe intorno agli occhi a quest’immagine spiritosa della sua arrabbiatura a tu per tu in mezzo al Creato.
Che altre stramberie sarebbero scappate fuori da quei due? Mia madre ci sospinse via come una chioccia preoccupata, per lasciarli soli. E appena fuori della porta ci rassicurava dicendo: “Nonno però è buono; non perché parla così dovete pensare che sia cattivo”. Noi veramente, e non so dire perché, non eravamo sorpresi dal conoscerlo non credente, né dubitavamo della sua bontà, anzi.
La fiducia in voi stessi si è costruita anche attraverso l’incoraggiamento della vostra fantasia. Sappiamo del coinvolgimento di voi nipoti nella lettura ad alta voce delle sue opere.
Sì, questa caratteristica del mondo infantile, la purezza dell’immaginazione nei bambini era molto amata da Pirandello. Era sacra. Nonno, quando ebbe il sentore che stavamo organizzando quella sorpresa (una festa ndr) in onore del suo compleanno collaborò concretamente alla realizzazione domestica dell’opera: ne disegnò addirittura la locandina da affiggere! Mia sorella Ninnì, che era la più grande ed era la più coinvolta nell’arte di Nonno, in quell’occasione mostrò una capacità meravigliosa di ricucire il testo di Shakespeare. La recita ebbe luogo, con tanto di invitati: sul terrazzo di casa nostra; c’era Silvio d’Amico con il figlio Sandro che ci aveva prestato un costume da paggio. La notizia della nostra recita finì anche sul giornale, con tanto di articolo! (...)
Quale eredità sente di aver ricevuto da suo nonno? Per Antonio Gramsci le opere teatrali di Pirandello erano tante bombe a mano che scoppiavano nei cervelli degli spettatori facendo crollare gli schemi tradizionali. Queste bombe a mano, più tardi, su di lei che effetto hanno prodotto?
L’anticlericalismo e poi il comunismo sono stati uno sbocco naturale nel sentirci eredi e nipoti di Pirandello, a noi nipoti quasi inconsapevolmente parve che dopo di lui, dopo il suo Teatro e la sua Arte, per noi, non c’era altra possibilità che la politica. E il rapporto di Pirandello con la politica è ancora da indagare. Allo scrittore parve all’inizio di vedere nell’avvento del fascismo la possibilità di un cambiamento nella vita italiana, con la fine del trasformismo parlamentare che aveva sempre criticato.
Nell’agosto del 1935 Nonno era a New York. Sognava da anni di poter concludere grandi affari cinematografici e soprattutto sperava di emanciparsi dalla servitù in cui lo teneva in Italia il regime che non attuava la grande riforma del teatro per la quale lui si batteva da dieci anni, né gli offriva le condizioni per arricchire la scena italiana facendo teatro in proprio alla testa di una sua Compagnia.
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