Ornella Vanoni, gli amori, la carriera: «Con Paoli soffrivo. La lite con Mina»

ROMA. «Strehler veniva sempre a fare lezione nella mia classe, per lo stupore delle altre: di solito non si vedeva mai. L’insegnante di danza era sua moglie, da cui era già separato. Mi detestava:...
ROMA. «Strehler veniva sempre a fare lezione nella mia classe, per lo stupore delle altre: di solito non si vedeva mai. L’insegnante di danza era sua moglie, da cui era già separato. Mi detestava: aveva capito al volo che sarei piaciuta al marito. Mi diceva: hai talento, ma non hai i nervi per reggere. Aveva ragione. Però alla fine ce l’ho fatta senza di lui. Come mai finì? Non potevo seguirlo nella droga e negli altri suoi vizi«. È il racconto di Ornella Vanoni in una lunga intervista al Corriere della Sera. Su Gino Paoli: «Lo sentii nella casa discografica suonare “Il cielo in una stanza”. Chiesi chi fosse, mi risposero: “Un frocio che fa canzoni orrende”. Strano, mi dissi: suonava maluccio, ma la canzone mi era parsa stupenda. Così cominciai a frequentarlo. Gelosa? Gelosissima. Non c’era mai. Sposato, sempre in giro. Uscivamo di casa ognuno con una borsa di gettoni e stavamo ore al telefono. Ora lui mi dice: “Ornella, ti ricordi le risate?”. Ma quali risate, io soffrivo da morire. Sposai Ardenzi, ma ero ancora innamorata di Gino». Sul rapporto con Mina: «Eravamo amiche, ci frequentavamo. Un giorno a pranzo suo marito, Alfredo Cerruti, mi propone una trasmissione tv con lei. Accetto e parto felice per le vacanze. A Paraggi mi raggiunge Gigi Vesigna: “Hai visto che Mina fa una trasmissione con la Carrà?”. La chiamo: “Sei una vigliacca”. “Allora è guerra?” risponde. Guerra no; ma avrei voluto saperlo da lei. Poi facemmo pace. Ma da quando si è rifugiata in Svizzera ci siamo perse. Celentano? Ci siamo divertiti tanto. Nella casa di via Bigli avevo un biliardo enorme, che schiacciando un bottone diventava un letto. La cosa lo faceva molto ridere. Colapesce e Dimartino? Tristi. Però la tristezza è la loro forza. “Toy boy” nasce da un’idea di Guadagnino, il regista. Mi sono divertita a interpretare il personaggio vestito di nero con la veletta. Ridere oggi è così difficile...«. E sulla morte: «Cosa c’è dopo? E chi lo sa? Non lo sapeva neppure un uomo eccezionale come il cardinal Martini. Rilegga le sue lettere da Gerusalemme: “sto per morire, la mia fede è forte, ma ho paura, perchè sono un uomo”. Paura? Oltre una certa età non si può e non si deve andare. Mia zia visse 107 anni: un cervello lucido, purtroppo, in un corpo distrutto. Da diventare pazzi. No, a un certo punto bisogna morire».