Panni e quarantena Incontro ravvicinato di un nuovo tipo

Piccola storia di vita reale ambientata in un paese d’Abruzzo raccolta dalla penna dello scrittore Giovanni D’Alessandro
Tutto quello che è scritto in questo racconto è realmente accaduto. In questi giorni di quarantena, esattamente venerdì scorso, in un paese dell’Abruzzo volutamente non citato per non rendere riconoscibile – se non a se stessa – la giovane coppia protagonista. Parola dell’autore, Giovanni D’Alessandro, scrittore abruzzese (salde radici a Sulmona e vita a Pescara).
di GIOVANNI D’ALESSANDRO
Quante inattese visioni del mondo ci sta dando questa bruttissima segregazione da Coronavirus. “Visione del mondo” riecheggia un termine della filosofia tedesca impegnativo, weltanschauung, solo che qui per “visione” si intende quella data da un (prudente) affaccio all’inferriata del balconcino di casa – che ha un paio di secoli e speriamo tenga – col sole di primavera, il quale invita a farsi godere.
E chi sennò a quest’ ora del primo pomeriggio, si sarebbe mai affacciato, anche in un giorno magari festivo, a procurarsi involontarie…weltanschauung? In tempi normali forse non ci sarebbe stato neanche qualcosa da guardare; osservatore e osservati, saremmo stati tutti risucchiati dalla frenesia, dagl’impegni e insomma dall’altrove rispetto a questo mondo.
Mondo che invece c’è. Ed eccone un frammento, ai tempi del coronavirus 2020. Dalla strada di quest’antico centro storico di paese salgono due voci – una maschile, una femminile – quasi da adolescenti, che si rivolgono l’uno all’altra, con tono affettuoso ma un po’ sofferto, invariabilmente col vocativo “amo’”. Hanno un che di conosciuto, ma non saprei dire; devo averli incrociati qualche volta, non realmente notati. Amo’/lui avrà vent’anni e veste e parla come uno studentello interrogato dalla vita, che dica alla sua «prof ’…essore’, non posso veni’ all’interrogazione, ieri non ho potuto studiare» e si becchi un “impreparato” (d)alla vita.
Amo’/lei sembra strappata alla cura di bambole quasi coetanee, per fare la mamma, giacché la ragione di questa giovanissima coppia è appena apparsa: è un vivacissimo bambino di 2-3 anni il quale esce dalla porta di casa, al piano terra, e corre tirandosi dietro i panni che la mamma sta attaccando con le mollette su uno stendipanni. Rischia di farlo cadere, ma la mamma è lesta a riafferrarlo in tempo, evitando che finisca per terra; adesso non passano auto, è un raro caso in cui si può stendere tranquillamente per strada, col sole che comincia a farsi già sentire. Chissà dove stendono i panni, questi due ragazzi-genitori, nel resto dell’anno. Forse hanno stendini a parete; difficilmente in casa potranno aprire quello che stanno usando ora, senza che risulti ingombrante.
Vivono in un buco, abitano al piano terra di uno stabile che avrà 300 anni, dato che questa parte del paese è stata completamente ricostruita dopo un terremoto dei primi del 1700; due stanze con servizi, che a Napoli chiamerebbero “basso” in quanto vi si accede scendendo 3-4 gradini (e, scavando, si troverebbe la prosecuzione una domus romana che inizia, quasi di fronte, nella mia cantina), al punto che l’alluvione del 13 luglio 2019 gli ha allagato casa, ai due.
Ecco dove li ho visti! Sono venuti a farsi prestare la pompa per l’acqua che mi avevano visto usare in cantina, l’estate scorsa; poi me li ero dimenticati. Di sicuro andavano a scuola quando lei è rimasta incinta. Genitori-bambini, spaesati, spaventati, sbalestrati, con ogni probabilità ancora gestiti in tutto e per tutto dagli adulti, prole compresa.
Non lavorano – si vede – i nonni devono passargli tutto, compreso l’affitto di questi due locali; mi viene anche in mente, in effetti, di aver visto qualche volta una nonna scaricare dalla macchina figlia, spesa e nipote. Comunque questo amo’/lui dev’essere un po’ cretino. Guarda che sta facendo adesso. E’ entrato in macchina ed ha avviato l’accensione. Capisco che in cinquanta metri di basso si scoppi – ma dove vuoi scappartene, papà, in tempi di lockdown, col bambino tra le gambe? Ah ecco, vuole solo fargli poggiare le manine sul volante per fare brum brum a comando, così almeno il piccolo sta buono per un po’.
Solo che dopo un po’ di brum brum, lo scappamento non va d’accordo coi panni stesi, per cui Amo’/lei protesta e pone fine al gioco. Il motore viene spento. Scendono mestamente dall’auto papà e bambino, che frigna. A guardarli, che vita devono fare questo papà e questa mamma. Quasi non hanno finito di girarsi gli occhi intorno dopo essere venuti al mondo loro, che hanno messo al mondo una creatura; quando pensano a se stessi ancora non capiscono bene cosa gli è successo, tutto sembra racchiudersi nella concitata confessione, di 3-4 anni addietro, fatta con le guance in fiamme davanti alle incazzatissime facce dei rispettivi genitori, dell’inattesa gravidanza – e poi, mesi dopo, quelle stesse facce tutte invece adoranti, in ospedale, intorno alla creaturella appena nata. Durerà questa coppia nata – essa stessa – da uno scambio di gameti prima che di eterne promesse d’amore? Dal modo in cui si dicono amo’, forse sì. Non ci hanno capito niente, quindi sono più preparati; se ti metti a capire, a ragionare, addio, non vivi; meglio anticiparsi figliando. E poi sono pure già un po’ scottati dalla vita e un po’ mesti – quindi sono sulla giusta lunghezza d’onda per una vita matrimoniale che, su queste classiche frequenze, duri. Ma quanto sono carucci, fanno sorridere. Adesso – col passo di chi in carcere, a sera, rientra in cella – sono rientrati a casa, accompagnati dagli strilli del piccolo. Gli vorrei fare un regalo, gli vorrei dire: che vi piace?
Dai, scegliete un giocattolo per il bambino; la prossima volta andiamo a fare insieme la spesa al centro commerciale, e vi compro un bel giocattolo io, sì io, l’estraneo quasi- dirimpettaio di casa, accortosi di essere tale solo per aver avuto tempo di osservarvi dieci minuti oggi, bloccato dall’attuale segregazione Covid, in una weltanschauung forzata dal balconcino di casa. Anzi li invito pure a pranzo, al centro commerciale magari compriamo qualcosa di bell’e fatto e li faccio salire su a mangiare. O forse la seconda parte no: una conversazione con gli “amo’ “ si annuncia ardua – a due generazioni di distanza e per limitarsi a considerare solo gli anni – con argomenti comuni obiettivamente limitati. Però, non so perché, io questi due anzi tre da oggi li sento, per la prima volta, vicini.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
di GIOVANNI D’ALESSANDRO
Quante inattese visioni del mondo ci sta dando questa bruttissima segregazione da Coronavirus. “Visione del mondo” riecheggia un termine della filosofia tedesca impegnativo, weltanschauung, solo che qui per “visione” si intende quella data da un (prudente) affaccio all’inferriata del balconcino di casa – che ha un paio di secoli e speriamo tenga – col sole di primavera, il quale invita a farsi godere.
E chi sennò a quest’ ora del primo pomeriggio, si sarebbe mai affacciato, anche in un giorno magari festivo, a procurarsi involontarie…weltanschauung? In tempi normali forse non ci sarebbe stato neanche qualcosa da guardare; osservatore e osservati, saremmo stati tutti risucchiati dalla frenesia, dagl’impegni e insomma dall’altrove rispetto a questo mondo.
Mondo che invece c’è. Ed eccone un frammento, ai tempi del coronavirus 2020. Dalla strada di quest’antico centro storico di paese salgono due voci – una maschile, una femminile – quasi da adolescenti, che si rivolgono l’uno all’altra, con tono affettuoso ma un po’ sofferto, invariabilmente col vocativo “amo’”. Hanno un che di conosciuto, ma non saprei dire; devo averli incrociati qualche volta, non realmente notati. Amo’/lui avrà vent’anni e veste e parla come uno studentello interrogato dalla vita, che dica alla sua «prof ’…essore’, non posso veni’ all’interrogazione, ieri non ho potuto studiare» e si becchi un “impreparato” (d)alla vita.
Amo’/lei sembra strappata alla cura di bambole quasi coetanee, per fare la mamma, giacché la ragione di questa giovanissima coppia è appena apparsa: è un vivacissimo bambino di 2-3 anni il quale esce dalla porta di casa, al piano terra, e corre tirandosi dietro i panni che la mamma sta attaccando con le mollette su uno stendipanni. Rischia di farlo cadere, ma la mamma è lesta a riafferrarlo in tempo, evitando che finisca per terra; adesso non passano auto, è un raro caso in cui si può stendere tranquillamente per strada, col sole che comincia a farsi già sentire. Chissà dove stendono i panni, questi due ragazzi-genitori, nel resto dell’anno. Forse hanno stendini a parete; difficilmente in casa potranno aprire quello che stanno usando ora, senza che risulti ingombrante.
Vivono in un buco, abitano al piano terra di uno stabile che avrà 300 anni, dato che questa parte del paese è stata completamente ricostruita dopo un terremoto dei primi del 1700; due stanze con servizi, che a Napoli chiamerebbero “basso” in quanto vi si accede scendendo 3-4 gradini (e, scavando, si troverebbe la prosecuzione una domus romana che inizia, quasi di fronte, nella mia cantina), al punto che l’alluvione del 13 luglio 2019 gli ha allagato casa, ai due.
Ecco dove li ho visti! Sono venuti a farsi prestare la pompa per l’acqua che mi avevano visto usare in cantina, l’estate scorsa; poi me li ero dimenticati. Di sicuro andavano a scuola quando lei è rimasta incinta. Genitori-bambini, spaesati, spaventati, sbalestrati, con ogni probabilità ancora gestiti in tutto e per tutto dagli adulti, prole compresa.
Non lavorano – si vede – i nonni devono passargli tutto, compreso l’affitto di questi due locali; mi viene anche in mente, in effetti, di aver visto qualche volta una nonna scaricare dalla macchina figlia, spesa e nipote. Comunque questo amo’/lui dev’essere un po’ cretino. Guarda che sta facendo adesso. E’ entrato in macchina ed ha avviato l’accensione. Capisco che in cinquanta metri di basso si scoppi – ma dove vuoi scappartene, papà, in tempi di lockdown, col bambino tra le gambe? Ah ecco, vuole solo fargli poggiare le manine sul volante per fare brum brum a comando, così almeno il piccolo sta buono per un po’.
Solo che dopo un po’ di brum brum, lo scappamento non va d’accordo coi panni stesi, per cui Amo’/lei protesta e pone fine al gioco. Il motore viene spento. Scendono mestamente dall’auto papà e bambino, che frigna. A guardarli, che vita devono fare questo papà e questa mamma. Quasi non hanno finito di girarsi gli occhi intorno dopo essere venuti al mondo loro, che hanno messo al mondo una creatura; quando pensano a se stessi ancora non capiscono bene cosa gli è successo, tutto sembra racchiudersi nella concitata confessione, di 3-4 anni addietro, fatta con le guance in fiamme davanti alle incazzatissime facce dei rispettivi genitori, dell’inattesa gravidanza – e poi, mesi dopo, quelle stesse facce tutte invece adoranti, in ospedale, intorno alla creaturella appena nata. Durerà questa coppia nata – essa stessa – da uno scambio di gameti prima che di eterne promesse d’amore? Dal modo in cui si dicono amo’, forse sì. Non ci hanno capito niente, quindi sono più preparati; se ti metti a capire, a ragionare, addio, non vivi; meglio anticiparsi figliando. E poi sono pure già un po’ scottati dalla vita e un po’ mesti – quindi sono sulla giusta lunghezza d’onda per una vita matrimoniale che, su queste classiche frequenze, duri. Ma quanto sono carucci, fanno sorridere. Adesso – col passo di chi in carcere, a sera, rientra in cella – sono rientrati a casa, accompagnati dagli strilli del piccolo. Gli vorrei fare un regalo, gli vorrei dire: che vi piace?
Dai, scegliete un giocattolo per il bambino; la prossima volta andiamo a fare insieme la spesa al centro commerciale, e vi compro un bel giocattolo io, sì io, l’estraneo quasi- dirimpettaio di casa, accortosi di essere tale solo per aver avuto tempo di osservarvi dieci minuti oggi, bloccato dall’attuale segregazione Covid, in una weltanschauung forzata dal balconcino di casa. Anzi li invito pure a pranzo, al centro commerciale magari compriamo qualcosa di bell’e fatto e li faccio salire su a mangiare. O forse la seconda parte no: una conversazione con gli “amo’ “ si annuncia ardua – a due generazioni di distanza e per limitarsi a considerare solo gli anni – con argomenti comuni obiettivamente limitati. Però, non so perché, io questi due anzi tre da oggi li sento, per la prima volta, vicini.
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