Paolo Mieli «Le verità nascoste della Storia»

11 Dicembre 2019

Lo scrittore racconta il suo nuovo libro  La presentazione il 13 dicembre all’Aquila 

«Le verità possono essere definite tali solo quando siano state trovate prove inconfutabili dell’assunto. Sospetti o arbitrari capovolgimenti non possono e non dovrebbero finire in un libro di storia, a meno che non siano chiamati con il nome più appropriato: ipotesi». Di verità e falsi, di ipotesi e fatti si compone il nuovo libro di Paolo Mieli, “Le verità nascoste-Trenta casi di manipolazione della Storia” (Rizzoli, 336 pagine, 19,50 euro) che il giornalista e storico presenterà, il 13 dicembre alle 11, nell’Auditorium Sericchi all’Aquila. L’incontro con Mieli, ex direttore della Stampa e del Corriere della Sera, è organizzato dalla Fondazione Carispaq. Mieli dialogherà con Fabrizio Marinelli, presidente dell’assemblea dei soci della Fondazione Carispaq.
«Cosa sono le verità nascoste? Mi rifaccio», racconta Mieli al Centro, «a un film di una ventina di anni fa, “Le verità nascoste” in cui tutto appariva in un modo e poi, poco a poco, niente era davvero in quella maniera: tante piccole verità venivano alla luce e, alla fine, il quadro iniziale risultava capovolto. Mi sono ripromesso di usare per la Storia lo stesso procedimento, cioè di vedere i dettagli che non tornavano in certi fatti, senza la presunzione però di dare un quadro alternativo, ma semplicemente di vedere le piccole cose che erano diverse da come io le ricordavo o da come venivano tramandate. Così facendo, alla fine, vengono fuori quadri diversi da quelli dati dai manuali, dai libri di Storia: sono queste le piccole verità nascoste che formano una verità capovolta. Con questo, non ho la pretesa di dare una verità definitiva. Penso, però, che questo meccanismo debba essere utilizzato anche dai lettori del mio libro: anche loro troveranno, nei fatti, cose che non tornano e, a loro volta, potranno smontarli per formare un quadro diverso da quello che ho composto io. Penso che fare Storia consista nel rimettere in discussione ciò che ci è stato tramandato, a patto però che questo qualcosa sia rimesso in discussione sulla base di libri e documenti».
«Le verità nascoste e le fake news non sono cose diverse. La mia doppia natura di storico e di giornalista è ormai un tutt’uno. Infatti, penso che il metodo di cui parlo nel libro vada applicato anche all’attualità: tutti gli strumenti usati per l’analisi del passato vanno impiegati anche per il presente. Quando leggiamo una notizia dovremmo abituarci a notare i particolari che non tornano e a fare ulteriori ricerche per rimettere in discussione il quadro d’insieme. Spesso oggi, invece, quell’insieme lo facciamo nostro perché si integra bene con la nostra visione del mondo. In altri termini, devi essere capace di mettere in discussione anche le tue idee politiche. Per esempio, in questi giorni, ricorrono i 50 anni dalla strage di Piazza Fontana. Da anni si dà per stabilito che quella sia stata una strage di Stato. Mi chiedo, invece, se quelle ricostruzioni, dopo 50 anni, non debbano essere vagliate prima di pronunciare una formula come strage di Stato. Chi dello Stato sarebbe responsabile? Come, dove, quando? I responsi giudiziari non sono arrivati a nulla; solo verdetti ambigui che dicono che è stato il terrorismo nero, ma i terroristi neri o sono prescritti oppure non sono giudicabili una seconda volta. Dire strage di Stato è un modo per lavarsi le mani. È come dire che Andreotti era mafioso fino al 1980 ma prescritto; oppure dire che dietro il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro probabilmente c’erano la Cia o il Kgb. Ma, di nuovo: come, dove, quando?».
«Il politicamente corretto ha a che fare con tutto questo. È una forma di deresponsabilizzazione, nel senso che puoi darti un tono di denuncia e di coraggio. Sia chiaro, io credo che ci siano infinite manchevolezze dello Stato, ma mi chiedo: è possibile che non si riesca, una volta sola, a indicare una persona, uno statista responsabili di tutte le nefandezze di cui lo Stato sarebbe responsabile? Tutti i gialli della Storia hanno un aspetto oscuro, come gli assassinii di Lincoln e di Kennedy. Per quest’ultimo negli Stati Uniti si pensò anche a un coinvolgimento del suo successore. Ma nessuno lì si sogna di dire che Johnson è responsabile di quell’omicidio. Da noi, invece, c’è una maggiore leggerezza».
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