Parlo della malattia su stampa e social «Sano narcisismo»

La Bonino, la Jolie e ora anche i politici abruzzesi «La condivisione aiuta a sconfiggere il tumore»
CHIETI. Trattare il cancro come un piatto di spaghetti con tocco gourmet: lo fotografi, lo condividi con gli amici sul tuo social preferito, posti qualche riga per raccontare come lo hai cucinato, impiattato e poi divorato. Anche questo è un modo per sgretolare “il mostro”, per minare la potenza devastante che porta con sè e farne un momento della tua vita come altri, più difficile di altri certo, ma affrontabile e superabile, come altri. Con l’aiuto e il sostegno delle persone che ti accompagnano nel quotidiano, reale e virtuale.
Sempre più di frequente chi scopre di avere un tumore sceglie la strada della divulgazione della “notizia”. L’ultima frontiera è ovviamente il web, con Facebook, Twitter, Instagram in prima linea a fare da cassa di risonanza per avvicinare tanti al tuo problema e non sentirsi soli. Ma numerosi sono i personaggi famosi che negli ultimi anni hanno convocato tv e giornali per annunciare che stanno combattendo o hanno combattuto la loro battaglia contro il cancro. Così Berlusconi quasi a coltivare anche nella malattia l’immagine di invincibile, così Michael Douglas a costo di gaffe rovina-matrimonio, così Angelina Jolie che ha impietosamente mostrato al mondo la minaccia che il suo splendido corpo celava, così Emma Bonino che in coerenza con la sua vita ha fatto della sua lotta personale anche qualcosa di politico.
E ancora e ancora fino in casa nostra, l’Abruzzo, dove solo negli ultimi mesi il consigliere il consigliere comunale di Ortona Giulio Napoleone ha scritto una lettera aperta alla città per spiegare che lasciava lo scranno in municipio per curarsi; il presidente della Provincia di Pescara e sindaco di Abbateggio Antonio Di Marco, che al Centro ha rilasciato una lunga intervista per dire dell’importanza della prevenzione, che gli ha salvato la vita, perché con la diagnosi precoce ha scoperto un tumore che tardandopoteva ucciderlo. Fino a Marina Febo, consigliere comunale di Spoltore che su Facebook ha rivelato di essere malata di cancro e pronta a combattere. Poche righe piene di consapevolezza, sincerità, voglia di farcela. E i “mi piace” con commenti affettuosi e di autentica vicinanza sono piovuti sul suo profilo. Insomma, quello che fino a una manciata di anni fa era «quel brutto male» – eufemismo da usare abbassando la voce, quasi che pronunciare la parola cancro portasse sfortuna e fosse segno di debolezza – se non è stato sconfitto, di sicuro non corrisponde più a una condanna a morte, e viene sdoganato, parlarne in termini chiari non fa più paura. Anzi, probabilmente “fa bene”. Sì perché l’aspetto psicologico, ovvero il “come” si affronta la malattia è accertato che ha una influenza sulla sua risoluzione e comunque su come essa può trasformarci.
Mario Fulcheri è psichiatra, psicoterapeuta, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università d’Annunzio di Chieti.
Cosa è cambiato nel rapporto con questa malattia?
«Fino a non molto tempo fa il paziente spesso era tenuto all’oscuro della diagnosi, se ne parlava con i familiari. Oggi l’approccio è cambiato, è evidente che la consapevolezza sulle cure e sul percorso da affrontare è determinante. Non percepiamo più il tumore come sinonimo di morte, e questo spiega il superamento di una paura atavica. La reazione alla diagnosi cambia da un soggetto all’altro e spesso si va per tappe: incredulità, negazione (“hanno sbagliato”), rabbia, ribellione, protesta, tristezza, disperazione e poi, sempre più spesso, riequilibrio. È importante come è stato comunicato il responso delle analisi, e in questo sono cresciute e devono crescere le competenze di infermieri e medici. Il supporto della psiconcologia è straordinario. Così come sulla strada dell’adattamento al nuovo stato sono fondamentali il supporto affettivo, familiare e amicale. Chi è socialmente isolato la vive peggio. Anche la situazione economica influisce. Il concetto di salute non è più solo legato ad assenza di malattia, ma anche al benessere e alla qualità della vita: su questo il malato riflette molto. E poi ci sono persone che riescono a dare un senso al loro male, lo vivono come possibilità di cambiamento, esperienza che ti insegna, sfida da vincere. E vuole condividere questo nuovo stato».
Chi supera meglio le gravi patologie?
«Chi ha più flessibilità mentale e psicologica, i tendenzialmente attivi e costruttivi, gli ottimisti. Quelli che hanno uno stile di vita improntato all’impegno, alla sfida, che hanno sviluppato la capacità a collaborare, autodisciplinarsi e autoresponsabilizzarsi, il coraggio inteso come accettazione della nostra imperfezione, dunque del fatto che possiamo ammalarci e che questo fa parte dell’esistenza. Così è più facile adeguarsi alle cure. Sono favorite persone con un buon livello di autostima e di cultura, con buone amicizie. Diversamente dai cinici, quelli che “Non c'è niente da fare” e continuano a fumare, bere, drogarsi. I fatalisti: “Toccava a me, è destino, non serve a niente, era scritto”».
Che ruolo riveste la condivisione sui social o sui media del proprio stato?
«Le motivazioni di questa condivisione non sempre sono nobili: potrebbe esserci una componente esibizionistica, una pseudovalorizzazione di una “battaglia eroica”, un po’ filmica, come se ci fosse chi vince e chi perde: il pubblicizzare disegna quasi una superiorità nei confronti di chi nasconde. O si vuole stupire, essere al centro dell’attenzione, proporre una sorta di pseudo modello di persona diversa, che si distingue dalle altre e diventa parte dello spettacolo nel teatro della propria vita. Sui social oggi si condivide di tutto, con una forma di esibizionismo e narcisismo. E si condivide anche il male, dandogli risonanza, ponendoti al centro delle attenzioni. Narcisismo a volte sano perché il condividere ci sostiene: gli altri fanno il tifo per te, ti manifestano affetto in un momento in cui ne hai bisogno. Se poi si esagera si scivola nel protagonismo».
Si tratta di qualcosa che l’avvento dei social ha creato o solo amplificato?
«In certi reparti ospedalieri, e non da oggi, c'è chi esibisce la malattia come una medaglia di guerra, qui “comanda” chi ha avuto più ferite/interventi degli altri, si utilizza la malattia come pseudo valorizzazione di sé: hai fatto la guerra, dunque sei coraggioso. E poi c’è il coraggio autentico, che è consapevolezza della paura, diverso dalla temerarietà, che è una forma di incoscienza, il temerario non accetta che ci siano limiti. E il coraggio ti viene da te, ma anche dal tuo ambiente, amici, parenti, dalla qualità delle tue relazioni sociali. Se questo lo coltivi sul web... continui. Parlare del tuo cancro è anche un modo per contrastare la vergogna, ma bisogna stare attenti che non sia una maschera e che si non mandino messaggi fuorvianti. Bisogna comunque riuscire a fare i conti con la perdita: che sia della bellezza, della salute, della giovinezza. Devi trovare la tua strada».
©RIPRODUZIONE RISERVATA